20 novembre 2012

Ripudiare il debito? Un esempio da non seguire

di Alessandro Rico

Dallo Stato tolleriamo comportamenti che non accetteremmo mai da un privato cittadino. Se tizio mi presta del denaro e io non glielo rendo, secondo i tempi e gli interessi pattuiti, nella migliore delle ipotesi mi pignorano pure le terga. Questo vale se sono un cittadino qualunque. Ma se mi faccio eleggere presidente di qualche Paese sull’orlo del tracollo finanziario, posso cavarmela semplicemente non pagando il mio debito pubblico. Io so io; da quand’in qua una Nazione sovrana restituisce ciò che ha avuto in prestito? Ci sono almeno tre episodi in cui i governi hanno impiegato questo trucco meschino e, checché ne dica PeppeCrillo, non sono esempi degni di emulazione.

Primo caso, l’Argentina. All’inizio del millennio, lo Stato dichiara default e improvvisamente tutti i titoli del debito diventano carta straccia. Questo può capitare anche nei rapporti economici tra individui: puoi pure minacciarmi con una pistola, ma se non ho i soldi non posso risarcirti. In una simile eventualità, però, scattano sfratti e confische; invece, l’Argentina ha svalutato il suo denaro, ha avviato per fatti suoi una politica di cosiddetto risanamento e, quando l’ha ritenuto opportuno, ha ricominciato a onorare i suoi debiti. Mica al prezzo di mercato, però; al prezzo che ha imposto il suo governo. Avanzavi un milione di dollari? Te ne do 250.000 (il 75% in meno), prendere o lasciare. Per queste scelte, l’Argentina ha subito anche condanne da parte di tribunali tedeschi e statunitensi; e nonostante ci raccontino che oggi, grazie al default di undici anni fa, cresce ed è politicamente stabile, l’economia del Paese sembra di nuovo a repentaglio, con uno spread che questo mese ha raggiunto più di mille punti base.

Secondo caso, l’Ecuador. Il presidente Rafael Correa, fautore del «socialismo del XXI secolo», dopo aver invocato complotti dei poteri bancari, ha deciso di non pagare gli interessi sul debito pubblico, giudicato «illegittimo» (poiché contratto da regimi militari) e, inspiegabilmente, «immorale» – è una scusa che qualche creditore normalmente accetterebbe? Tuttavia, anziché esecrare un uomo che opta consapevolmente (e irresponsabilmente) per l’insolvenza del suo Stato, noi italiani lo invitiamo a tenere una lectio magistralis, proprio sulla gestione del disavanzo, all’Università di Milano Bicocca, che è una statale, tanto per chiarire di che risma sono i nostri funzionari pubblici. E se già non è abbastanza ridicolo il fatto di chiamare un moroso a parlare di gestione dei debiti, che sarebbe come nominare Charles Manson commissario dell’ONU, il Corriere della Sera gli dedica pure un bell’articolo, solennemente intitolato La lezione dell’Ecuador.

Terzo caso, l’Islanda. Qui tocchiamo vertici ineguagliabili di tragicomicità, perché a questi 300.000 burloni nordeuropei non è bastato riempirsi la pancia (lavoratori salariati compresi, visto che l’innalzamento dei tassi ha giovato pure a loro) in tempi di vacche grasse, per poi votare con un plebiscito per il rifiuto di onorare il proprio debito, e spedire in galera, con un certo funambolismo giuridico, i banchieri giudicati responsabili del tracollo – come se avessero fatto tutto di loro iniziativa. A questo fritto misto hanno deciso di aggiungere la «Costituzione 2.0», documento redatto da venticinque cittadini, tra cui persino un pastore e un contadino, eletti con una consultazione cui ha partecipato una bassissima percentuale di cittadini aventi diritto al voto (36% circa). Però alla stesura della suprema legge hanno contribuito molti altri islandesi; e mica in rumorose assemblee oceaniche o in un improbabile foro in stile ciceroniano, ma su Facebook e Twitter, con oltre 3.600 commenti e 370 suggerimenti. Per scrivere la Costituzione americana, hanno scomodato Washington e Franklin; in Italia, De Gasperi ed Einaudi. In Islanda, l’Uomo Fumetto posta le sue consulenze giuridiche comodamente seduto sul divano di casa.

Non credo ci sia molto da aggiungere. I populisti nostrani raccontano un sacco di frottole agli italiani esasperati, disillusi, incazzati. È giusto fare chiarezza, dire la verità, spiegare che non ci sono cure miracolose e che se ci preoccupiamo dello spread è perché abbiamo conservato un po’ di buon senso, non perché siamo ostaggi di Goldman Sachs. Se poi vogliamo la democrazia internautica, accomodiamoci pure. Se non onoriamo il debito, magari Ugo Chavez inviterà a conferire Grillo; quando si dice il prestigio internazionale.
 

2 commenti :

  1. Quando si ha un'entita' delle dimensioni di uno Stato, l'unico modo per costringerlo davvero a pagare un debito e' muovere guerra.

    Ma con quello che costano le guerra moderne, e visto che spesso lasciano quello che uno stato ha di valore (fabbriche, infrastrutture) in rovina, la guerra diventa una mossa perdente.

    Aggiungi a questo la pessima reputazione che ormai ha laguerra sulla scena mondiale, ed ottieni che uno Stato puo' allegramente ripudiare il suo debito senza pagarne conseguenze severe.

    Un tempo in situazioni simili i Governi potevano rilasciare Lettere di Corsa che, citando Wikipedia: "autorizzava l'agente designato a cercare, catturare o distruggere, beni o personale appartenenti ad una parte che aveva commesso una qualche offesa alle leggi od ai beni od ai cittadini della nazione che rilasciava la patente. Questa veniva di norma usata per autorizzare dei gruppi di privati ad assalire e catturare bastimenti mercantili di una nazione nemica."

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