03 novembre 2012

Una Crocetta sulla scheda, perché "tutto rimanga come è"

di Valentina Ragaglia

«So che appare mostruoso e, a dire il vero, anche incredibile, che uomini con qualche pretesa di definirsi istruiti sostenessero seriamente che il più stabile e ragionevole metodo di governo stesse nell'estensione del diritto di voto - cioè, nel sovvertire tutto l'ordine eterno e logico delle cose, e permettere all'inesperto di governare l'esperto, e all'ignorante e al mal informato di controllare coi loro voti - ovvero, col puro peso dei numeri - l'istruito e il ben informato. Ma fu così.»
(R. H. Benson - L'alba di tutto)

Ed è proprio così che il 28 ottobre, ad urne chiuse, i risultati della breve tornata elettorale siciliana (nelle precedenti elezioni si era votato anche di sabato) decretano la vittoria, definita addirittura storica, del Partito Democratico alleato con l’UDC. Festeggiamenti, canti di vittoria, pugni alzati, megafoni in bocca che urlano l’arrivo della rivoluzione e del vento di cambiamento.

Ma se si legge il documento del Viminale con i dati reali delle votazioni, senza lasciarsi bombardare dalla propaganda e dalla pubblicità ingannevole, lo scoramento supera di gran lunga l’effimero piacere che si possa provare nel sorseggiare nei lieti calici un po’ di spumante della vittoria. Bollicine che si spargono nell’aere e fluttuano via, così come i voti dispersi degli astenuti, quasi il 52% degli aventi diritto. E proprio per non farsi mancare nulla, i vincitori dovranno andare alla ricerca di alleati per poter fattivamente governare, visto che non c’è una maggioranza, neppure risicata. A questo punto, viene naturale chiedersi: dov’è la vittoria? Chi ha vinto realmente? Cosa riserva il futuro politico?

Siciliani, non temete. La risposta l’ha data il giovane Tancredi di Salina nelle pagine del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: «se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.» Ritengo che i fattori determinanti di questo scenario politico siano rintracciabili non solo in una sfiducia generalizzata dei cittadini nei confronti di una politica in cui non si vedono rappresentati, ma anche nella scarsa capacità di interessarsi alla cosa pubblica per cambiarne la rotta. Sono fermamente convinta che, se fosse possibile fare un sondaggio tra i votanti, una percentuale irrisosia avrà speso anche soli pochi minuti per leggere il programma politico dei vari partiti e movimenti. Come sempre, si parla per cliché, per slogan, si va a sentimento, per sentito dire. Questa non è solo la banale e gettonata disinformazione, ma è piuttorsto la totale mancanza di forma mentis adatta a comprendere la politica. Spesso la si immagina come qualcosa di distante ed intangibile, quando invece proprio dalle nostre scelte dipende il nostro futuro. 

Trovo inqualificabile l’atteggiamento di chi ha scelto in scienza e coscienza di astenersi. Lo ritengo un peccato gravissimo. Perché, si ricordi, come sancisce la nostra costituzione, che quello del voto non è solo un diritto ma anche un dovere. Se lo si concede dopo i 18 anni è perché si ritiene che si possegga la maturità necessaria per potersi prendere una responsabilità, la responsabilità di fare una scelta. Non a caso Dante pone gli ignavi nell’antinferno (Commedia, Inferno, Canto III): «Quivi sospiri, pianti e alti guai/ risonavan per l’aere sanza stelle/[…] parole di dolore accenti d’ira/ […]E io ch’avea d’error la testa cinta,/ dissi: “Maestro, che è quel ch’i’odo?/ […] Ed elli a me: “Questo misero modo/ tengon l’anime triste di coloro/ che visser senza infamia e sanza lodo./ Mischiate son a quel cattivo coro/ de li angeli che non furon ribelli/ nè fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.» 

Non solo, dunque, il quadro politico è confuso e frammentato, ma - riprendendo l’interrogativo di cui sopra - ad aver vinto è la protesta, la protesta di quel 15% che ha scelto i grillini, dilettanti allo sbaraglio. Senza contare, il dato importante, ma non storico, della vittoria del PD.
Nel programma di Rosario Crocetta, nuovo governatore dell’isola, si legge chiaramente l’intenzione di una ridistribuzione delle risorse, di un taglio agli stipendi dei deputati, del progetto di “una programmazione dal basso” e “di cacciare dalla Sicilia la mafia” con la creazione di un grosso organismo antiracket, di cui, lasciando stare la sostanziale inutilità, il costo neppure viene preso in considerazione. Si parla di Sicilia come terra della rivoluzione, di “formare il nuovo cittadino a questo spirito contro cosa nostra”, di “non rendere più vuota la parola parità” e soprattutto: “lavoreremo per l’inclusione sociale di tutti abbattendo ogni ghetto e ogni emarginazione, sposando anche le battaglie per i diritti civili delle persone.” Questo e molto altro è contenuto nel programma politico, che non si allontana molto da una forma di delirio e che assume i contorni utopistici di una rivoluzione che, in quanto tale, non sovverte alcun ordine, non procura nessun cambiamento e propone la minestrina riscaldata di un progressismo vecchio e stanco che fino ad ora non ha attanagliato lo spirito forte e combattivo dei siciliani.

La vera risposta che i siciliani si aspettano con forza è che il buco (quello di bilancio, s'intende...) di sei miliardi di euro venga risanato e che vengano date risposte certe in merito a progetti concreti per le famiglie, i giovani, le imprese e gli enti pubblici.
 

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