09 dicembre 2012

Bernadette non ci ha ingannati

di Giuliano Guzzo

Fulminato. Non saprei trovare altra parola per giustificare la curiosità che mi ha condotto alla lettura, a poco più un giorno dall’acquisto, di tutte le 291 pagine di Bernadette non ci ha ingannati (Mondadori, 2012), l’ultima fatica di Vittorio Messori. Un libro scritto da un credente, certo, ma che si pone da subito in un’ottica che potremmo, per così dire, chiamare “laicamente investigativa”: all’autore, cioè, non interessa convincere nessuno bensì ripercorrere, dati storici alla mano e senza trascurare alcuna ipotesi, neppure le più fantasiose, la storia di eventi su cui tutti, senza eccezioni, farebbero bene ad interrogarsi.

Eventi che hanno il loro principale enigma in lei, Bernadette Soubirous (1844-1879), giovane pirenaica dalla statura minuta – non supererà mai il metro e quaranta – e dalla nota ignoranza, la cui testimonianza non cesserà mai, né in vita né dopo, di dar pace ai sapienti e, più in generale, a quanti seguitano tutt’ora a porsi le domande di sempre: la Madonna le apparve veramente quell’11 febbraio 1858? Sul serio Maria conversò per diciotto volte con la poverissima e malata figlia di un mugnaio oppure Lourdes – come pensa fra gli altri Telmo Pievani – è solo «un monumento alla suggestione»[1]? Che cosa dicono i documenti, gli indizi storici e le ricostruzioni in nostro possesso?

Messori parte da qui, dal dubbio, o meglio dalla doverosa necessità di non trascurare alcuna ipotesi. Chiarendo subito un punto interessante: i primi a dubitare di Bernadette e del suo straordinario incontro furono, ironia della sorte, proprio i cattolici. Don Peyramale, il parroco di Lourdes, in un primo momento ritenne che «la piccola Soubirous» fosse «probabilmente una mitomane» ed anche «tutti i funzionari dello Stato che, a livello locale, ebbero a che fare con Bernadette erano, almeno formalmente, cattolici, eppure la trattarono come un’alienata perché trovavano inconcepibile che, se la Signora del Cielo voleva manifestarsi, si servisse di uno strumento umano così miserabile» [2].

Un altro aspetto preliminare interessante riguarda lo scarsissimo rilievo che, almeno all’inizio, ebbe la vicenda di Lourdes. E’ lo stesso Messori a riportarlo in un altro testo che conservo nella mia biblioteca: «Aprite, ad esempio, la grande Cronologia Universale edita dalla Utet. Per il 1858 vi troverete due ampie pagine fitte di avvenimenti, anche minuti e curiosi, svoltosi in quell’anno. Ma non vi troverete alcuna traccia di Bernadette e di Lourdes» [3]. All’inizio sugli “incontri” della giovane Soubirous sembrava dunque destinato a calare il silenzio e tutta la vicenda della grotta di Massabielle appariva destinata all’oblio.

Infatti, anche se, da un lato, «sin dai primi giorni la gente portò fiori, quadretti, certi a cominciò a lasciare offerte», dall’altro alla famiglia di Bernadette «i preti avevano dato l’ordine di evitare quel posto» dato che «si attendeva con diffidenza, se non con insofferenza, che la cosa si spegnesse da sola» [4]. Le cose, come sappiamo, andarono nel modo opposto. E la ragione fu sempre lei, Bernadette, questa piccola analfabeta di grande pragmatismo, del tutto incapace di astrazione ma che per ventuno anni non fece che ripetere, senza contraddirsi mai, quello che – com’è riportato in un altro bel libro su Lourdes – disse la prima volta all’ufficiale di polizia che la interrogò per più di un’ora, e cioè di aver visto una fanciulla in «abito bianco stretto da una cinta azzurra, un velo bianco sulla testa e una rosa gialla su ogni piede…color della catena del rosario» [5].

Per non tralasciare alcuna spiegazione razionale circa i fatti di Massabielle, Messori ricorda che tre furono – e in parte sono tutt’ora – le ipotesi possibili e alternative al prodigio: che Bernadette sia stata istigata da qualcuno (la famiglia, i preti) a dire il falso, che la giovane si sia inventata tutto di sana pianta per mania di protagonismo e per vanità oppure che fosse vittima, anche se inconsapevole, di allucinazioni isteriche. Per la verità furono vagliate anche altre ipotesi – presto scartate come inverosimili o assurde – come per esempio quella secondo cui ad “apparire” alla giovane sarebbe stata Marie-Roselle-Pailhasson, la moglie del farmacista di Lourdes, che avrebbe orchestrato il mistico raggiro per occultare le proprie scappatelle.

Ma torniamo alle tre ipotesi alternative e cominciamo prendendo in esame la prima, quella per cui Bernadette sarebbe stata istigata a mentire. Benissimo, ma da chi? Dalla famiglia sembra difficile; i suoi, poveri, non s’arricchirono mai, neppure dopo, e la piccola veggente, oltre a rimanere a sua volta povera, scoraggiò ogni possibile speculazione sulla sua vicenda. Al punto che quando seppe che il fratello minore, Jean-Marie, che sempre patì povertà estrema (venne visto, da bambino, mentre affamato addentava la cera della candele della chiesa), decise d’impegnarsi nel commercio di oggetti religiosi, ne fu profondamente rattristata perché, scrisse, «questo non conviene e il buon Dio non sarebbe contento» [6].
Anche l’ipotesi del complotto clericale non regge: la piccola Soubirous, com’è stato provato, non conosceva sacerdoti e nessun sacerdote – ad eccezione di uno, don Désiderat, che non era di Lourdes e che agì da infiltrato – partecipò mai alle apparizioni di cui fu protagonista. Ed anche colui che la confessò sentendosi per primo rivelare dalla giovane l’incontro con Maria, don Bertrand Pomian, confermò sotto giuramento di non sapere chi fosse, prima che s’inginocchiasse dinnanzi a lui [7]. Senza dimenticare, come abbiamo ricordato prima che, se ci furono degli scettici sulle apparizioni, questi furono, almeno all’inizio, proprio i sacerdoti e i fedeli. Che abbiano inscenato una recita collettiva lunga settimane fingendosi prima increduli e poi cambiando atteggiamento?
L’idea, con tutto il rispetto per chi la considerasse, è semplicemente ridicola. Anche perché la costruzione dei santuari – resa possibile solo dalle offerte di devoti e pellegrini – non generò mai, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, alcun particolare guadagno. Anzi, ancora un secolo dopo, ricorda Messori, la diocesi di Tarbes rischiò la bancarotta [8]. 

Veniamo così all’ipotesi della commedia, che non può essere sorvolata a priori ma che fa, pure questa, a pugni con la realtà di una donna che, oltre a fuggire con decisione ogni popolarità, «deludeva coloro che erano avidi di “meraviglioso”: né grida, né gemiti, né tremiti, né stigmate, né piaghe-sanguinanti, né annunci profetici, né ammonimenti minacciosi, né imposizioni di mani sui malati, né glossolalia – il parlare in lingue oscure -, né segni nel cielo o nel sole» [9].

L’ipotesi del falso volontario, dunque, appare assai debole: non ci furono – com’è noto – vantaggi materiali né personali nei confronti della piccola Soubirous o dei suoi familiari, e le celebri apparizioni, spesso pubbliche e prive di qualsivoglia teatralità, da tutto sembravano sorrette fuorché da presunte volontà di raggiro che, fra l’altro, risultano a tutt’oggi prive di una ragione, di una strategia o di un tornaconto. A deporre contro la possibilità di una recita, quindi, è ancora una volta lei, Bernadette, donna troppo semplice per essere enigmatica, troppo trasparente («aveva orrore di qualunque cosa le potesse dare notorietà», scrive lo storico André Ravier)  per essere la regista d’una menzogna costruita senza un motivo salvo quello – che non sarebbe esagerato, se fosse vero, definire luciferino – di montare e confermare una bufala per il resto dei suoi anni.

Resta in piedi, a questo punto, la terza ed ultima ipotesi; quella per cui Bernadette fu vittima di ripetute allucinazioni. Bernadette, cioè, non ci avrebbe ingannati volontariamente: lei per prima si sarebbe (auto)ingannata – prima di chiedere entrare, qualche anno dopo, nella Congregazione delle Suore della Carità – credendo d’aver visto e d’aver colloquiato con una figura inesistente. La giovane, insomma, avrebbe avuto visioni innocenti ma illusorie. Ora, per quanto sappiamo non esistono indizi tali non dico da provare ma neppure da supportare questa ipotesi. Di carattere umile ma ilare, laboriosa ed amante del canto, sempre pacata e mai su di giri, alla giovane Soubirous mancava il segno di qualsivoglia predisposizione all’isteria.

Non solo: l’ipotesi delle allucinazioni non spiega diversi aspetti. A partire dal nome col quale la misteriosa Apparsa, dopo alcuni incontri, si è presentata a Bernadette: «Yo soy la Inmaculada Concepción», io sono l’Immacolata Concezione. Orbene, il dogma dell’Immacolata Concezione era proclamato da papa Pio IX l’8 dicembre 1854, appena quattro anni prima. Possibile che la ragazzina – analfabeta, poco nota ed assidua in parrocchia, che non aveva ancora fatto la comunione e che sapeva a malapena qualche preghiera – ne fosse a conoscenza così da vivere un’ingannevole allucinazione? Improbabile. Anche perché di quelle “allucinazioni” lei ricordava (e ripeteva) ogni minimo dettaglio. Al punto che quando un poliziotto le lesse una deposizione leggermente manipolata per estorcerle un assenso l’avrebbe fatta cadere in contraddizione, la posata Bernadette non esitò – tanto erano nitidi e certi i suoi ricordi – ad intervenire: «Lei ha stravolto tutto!» [10].
Le difformità tra i segni dell’isteria e l’atteggiamento di Bernadette furono tali che chi la credeva malata fu costretto, pur di negare la realtà di una persona equilibrata e lucidissima, a parlare di un singolare caso di isterica “irregolare”: malata, cioè, non solo a sua insaputa, ma a insaputa di chiunque. Ma certamente malata. Nonostante il parere opposto dei medici che la visitarono e la seguirono negli anni, a partire da quello stimato Robert de Saint-Cyr che descrisse la piccola Soubirous come «ben lungi dall’essere alienata […] la sua natura tranquilla, semplice e amabile non la dispone per niente a scivolare in [..] patologie nervose» [11]. Bernadette, dunque, malata anche se niente lo lasciava minimamente pensare. Perché, si sa, l’ideologia così funziona: ci si fa un’idea astratta – nessuno che definiva la giovane isterica la visitò mai – e se anche i fatti non la suffragano minimamente, non è l’idea ad essere ingannevole bensì i fatti.

Vi sarebbero poi molte altre informazioni – su questo aspetto e su altro – per le quali rimando alla lettura dell’eccellente libro di Vittorio Messori che abbiamo qui voluto recensire e citare in più passaggi. Libro che incuriosisce ma lascia aperta, e non potrebbe essere altrimenti, una domanda: com’è possibile che un’adolescente analfabeta e spiantata – «une pauvre idiote», sentenzierà sicuro e sprezzante Émile Zola – figlia di un uomo che era stato in galera e di una donna sospettata di alcolismo, possa aver conversato – per giunta in bigourdan, dialetto locale – con la Madonna, apparsa nei pressi di una grotta che non era, a quel tempo, che un sudicio riparo per maiali?
 
La cosa sembra e rimane, nonostante tutto, davvero singolare. Messori lo sa e difatti rintraccia la definitiva credibilità di Lourdes nei Vangeli: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del Cielo e della Terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Luca 10, 21). Perché le cose, in effetti, stanno così: se Lourdes è vera, allora è tutto vero -  Cristo, la Resurrezione, i Vangeli – mentre se non lo è siamo stati ingannati. E la risposta, ancora una volta, sembra essere nello sguardo e nella testimonianza di lei, Bernadette, donna dalla vita breve – muore a soli 35 anni – e che tutto ha lasciato, a ben vedere, tranne che segreti. Ecco perché la Grotta sulla quale tanto si è detto e scritto continua a non presentare – neppure 150 anni dopo – alcuna ombra ma sempre la stessa luce; a noi il diritto d’ignorarla oppure di scrutarne, in silenzio, il mistero.


Note: 
[1]“Lettura”, 5/2/2012, p. 30; 
[2] Messori V. Bernadette non ci ha ingannati. Un’indagine storica sulla verità di Lourdes, Mondadori, Milano 2012, p. 12; anche la Madre superiora delle Suore della Carità, all’inizio, fu molto scettica nei confronti di Bernadette: «Soubirous, quando la finisci con le carnevalate di cui mi parlano?», op. cit. p. 88; 
[3] Messori V. Pensare la storia, Sugarco, Milano 2006, p. 97; 
[4] Messori V. Bernadette non ci ha ingannati, p. 78; 
[5] Soubirous B. cit. in Lefebvre-Filleau J-P. Il caso Lourdes, la vera inchiesta giudiziaria sulle apparizioni a Bernadette, San Paolo, Milano 1998, p. 42; 
[6] Messori V. Bernadette non ci ha ingannati, p. 83; 
[7] Ibidem, p. 97; 
[8]Ibidem, p. 118; 
[9] Ibidem, p. 150; 
[10] Soubirous B. cit. in Bucca N. Tutto su Lourdes, Città Nuova 2007, p. 19; 
[11] Messori V. Bernadette non ci ha ingannati, p. 202.

 

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