Campari E De Maistre

27 dicembre 2012

Qualche appunto sul "femminicidio"


di Marco Mancini

Non accennano a placarsi le polemiche provocate dall’affissione, da parte di un parroco di Lerici, di un volantino sul c.d. “femminicidio”. Il manifesto, contro il quale si è scatenata un’ondata di esecrazione pressoché unanime, non era in realtà farina del sacco del sacerdote (che sembra ora in procinto di "mettere da parte" l'abito talare), ma riportava un articolo (qui la versione integrale) comparso qualche tempo fa su Pontifex, blog su cui abbiamo già avuto modo di esprimere le nostre perplessità in un’altra circostanza.

Non ci dilunghiamo, dunque, sui contenuti del testo, se non per sottolinearne l’estrema confusione. Ad alcune affermazioni che sembrano in linea di principio condivisibili – e che cercheremo di sviscerare più avanti – l’autore Bruno Volpe (e con lui il parroco che ha deciso di dargli risalto) accompagna tesi del tutto sconnesse, fino alla tirata, degna dello Scalfaro dei tempi migliori, contro gli abiti succinti e le donne “provocatrici”, che a nostro avviso, più che essere offensiva nei confronti del genere femminile, non coglie semplicemente il punto.

Il punto, che andrebbe denunciato con chiarezza, è che la campagna contro il “femminicidio” non è tanto il tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica su una reale emergenza sociale, quanto una battaglia di stampo ideologico. Per capirlo, è sufficiente leggere quanto affermato da una delle sue teoriche, l’antropologa messicana Marcela Lagarde. Scrive dunque la Lagarde che “tutte le società patriarcali hanno usato – e continuano a usare – il femminicidio come forma di punizione e controllo sociale sulle donne”. Chiaro, no? Se il Parolisi di turno ammazza la moglie perché vuole fornicare in pace con le sue soldatesse (o per qualsiasi altra ragione), non si tratta del crimine di un uomo vigliacco, irrispettoso dei suoi doveri familiari e incapace di affrontare le conseguenze delle proprie azioni e dei propri tradimenti: è la società maschilista che punisce, attraverso la povera Melania, l’intero universo femminile. Non fa una piega.

Come tutte le battaglie ideologiche che si rispettino, anche quella sul femminicidio ha, del resto, preteso di ottenere un pronto riconoscimento normativo. Le onorevoli Giulia Bongiorno e Mara Carfagna hanno presentato nel novembre scorso un demenziale progetto di legge, volto proprio a introdurre una specifica aggravante (a forza di moltiplicarle, si finirà per sminuire i crimini e depotenziare le aggravanti stesse) per questo genere di delitti. Afferma infatti la Bongiorno che “questa violenza nasce da un atteggiamento discriminatorio degli uomini verso le donne: c’è un diffuso maschilismo, gli uomini pensano di aver diritto a decidere della vita delle donne”. Sentito, donne? Alla battaglia! E non si può dire che, in questa cattiva società maschilista, pronta a tarpar loro le ali, le due firmatarie della proposta non si siano fatte valere: la Bongiorno è appena diventata, grazie alle quote rosa, membro del CdA della Juventus, mentre Mara, per meriti che a distanza di anni continuano a sfuggirci, ha già ricoperto la carica di ministro.

I deliri di Pontifex, dunque, sono esattamente l’altra faccia della medaglia di tutte le chiacchiere insulse che sentiamo fare da mesi su femminicidio e dintorni. In entrambe le prospettive è presente un elemento di generalizzazione: in fondo, affermare che “gli uomini – tout court – pensano di aver diritto a decidere della vita delle donne” e per questo le ammazzano non è molto diverso dal dire che “le donne sempre più spesso provocano e cadono nell’arroganza”. Là dove c’era la lotta di classe, oggi campeggia il conflitto di genere: rimane fermo il carattere falso, ideologico, mistificante di tali costruzioni.

Basterebbe, invece, mettersi d’accordo su un paio di cose: la violenza esiste ed è di molti tipi. Non esiste solo quella fisica, verso la quale i “maschi” sono tendenzialmente più portati. Atti di violenza e di prevaricazione sono compiuti da individui di entrambi i sessi, nelle situazioni e con le motivazioni più diverse. Essi vanno condannati, sempre e comunque. Se parliamo di violenza domestica (o a sfondo "passionale", per usare un discutibile aggettivo), è tanto più vero che ci si trova di fronte ai casi più disparati, perché proprio lì l’atto di violenza fisica, magari letale, si configura spesso e volentieri come episodio finale di un lungo pregresso. Nessuno di noi conosce fino in fondo il contesto in cui matura un delitto: accanto all'uomo manesco che in preda alla smania di possesso si accanisce in maniera bestiale sulla sua compagna, c’è l’uomo disperato che uccide la donna che lo ha tradito o che lo umilia da una vita, come c’è la moglie esasperata che ammazza a coltellate il marito alcolizzato. Quello che sappiamo è che tali delitti vanno puniti, in ogni circostanza. Ma ogni gesto di prevaricazione, ogni mancanza di rispetto, ogni venir meno ai propri doveri verso se stessi e verso il prossimo costituisce un vulnus all’armonia della convivenza e, direbbe Benedetto XVI, “una ferita alla pace”, con il rischio di produrre conseguenze sempre più gravi, fino all'irreparabile. Da questo bisognerebbe partire per risolvere almeno una parte del problema. Invece, da una parte si criminalizza in blocco l’intero genere maschile e si fa un santino di quello femminile, senza il minimo rispetto non tanto per gli uomini quanto per la verità dei fatti; dall’altra si invitano le donne, senza distinzioni, a “fare un esame di coscienza” perché, se si ostinano a girare per strada con gli hot pants, poi non si può fare una colpa agli uomini che si arrapano e danno di matto.

Non c’è, dunque, nessuna differenza tra i maschilisti che se la prendono con le “donne che provocano” e le femministe che colpevolizzano il maschio in quanto tale. Anzi sì, forse una: i primi trovano spazio esclusivamente su qualche sito di dubbia credibilità e, al limite, sulle porte della chiesa di qualche parroco un po’ focoso. Le seconde, invece, imperversano su tutti i media che contano, fanno opinione, impongono la propria neo-lingua nel dibattito pubblico e i propri temi nell’agenda politica, costituiscono una sempre più occhiuta e orwelliana polizia del pensiero, che si dedica a perseguire, attraverso le armi del ricatto morale e dell’intimidazione intellettuale, chiunque si azzardi a dissentire dal loro schema ideologico (come ha ottimamente notato la blogger di "Al di là del buco").

Chiunque si azzardi a far notare, ad esempio, che esiste sulla faccia della Terra un vero, tragico, femminicidio, che passa spesso e volentieri sotto silenzio: quello delle bambine asiatiche abortite o soppresse in tenerissima età, specie in Cina e in India. Eliminate, loro sì, per il solo fatto di essere femmine. Noi ne abbiamo già parlato, su questo blog, recensendo il film “It’s a girl”; le femministe nostrane, nei secoli fedeli al noto motto sulla gestione uterina, preferiscono sparare i titoloni su “Repubblica” in occasione di qualche dramma familiare. Contente loro.

3 commenti:

  1. Conosco personalmente Don Piero (è il parroco del paese in cui vado in vacanza da 15 anni) ed è una brava persona ed un ottimo parroco.
    Ha sbagliato ad appendere quel volantino e ad apostrofare il giornalista, ma non si merita sicuramente questa gogna mediatica per tutto quello che ha dato alla comunità di San Terenzo negli anni.

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  2. Certo che don Piero, nel dare del frocio al giornalista, mostra di avere un'idea molto caricaturale dell'eterosessualità, poveretto. Ad un'altra giornalista ha persino augurato di morire in un incidente, è proprio sbroccato di brutto. Come quell'altro che ha fatto il presepe con Stalin, Hitler, Augias, Odifreddi ecc.

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  3. Giusto.
    Questi nuovi inquisitori laici travestiti da progressisti, questi alfieri del piagnisteo, sono ridicoli.
    Forza e Onore!

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