04 gennaio 2013

"Dio, Patria e Famiglia"

di Giuliano Guzzo

Dopo il lungo tramonto, la notte; e dopo la notte, per quanto buia, nuovamente l’alba. Si muove confidando in questa ciclicità, la prospettiva che Marcello Veneziani offre nel suo ultimo libro – Dio, patria e famiglia (Mondadori 2012, pp. 151) – col quale legge la crisi contemporanea e ne pronostica, strada facendo, il superamento. Larga parte dei nostri guai, secondo l’Autore, deriva dall’eclissi dell’antica triade che intitola l’opera e potremo uscirne solo nella misura in cui si verificherà un recupero dei valori estinti o comunque sotto attacco.
Recupero che però non può prescindere dalla considerazione della condizione attuale, che secondo Veneziani è drammatica: «Psicologicamente l’umanità è davvero al capolinea […] le risorse planetarie sono estenuate. I limiti dello sviluppo, della capienza e della pazienza sono ormai superati. Pur dissimulata, serpeggia l’attesa del botto finale; non aspettiamo ormai nulla di nuovo, di diverso, di sorgivo da nessuna parte» (p. 122). Uno scenario tragico dunque, al quale si è arrivati – dicevamo – attraverso eclissi secolari e contrassegnate dallo smantellamento progressivo, appunto, di Dio, patria e famiglia.
Come uscirne? La soluzione viene proposta alla fine del libro e consiste, in breve, nel superamento del grande dio contemporaneo: l’Io. E’ attraverso la de-individualizzazione dell’uomo, oggi permanentemente isolato, che potremo ripartire. Questo perché, per quanto radicata sia oggi la prassi nichilista ed egoistica, vincerà la tradizione. E vincerà, scrive l’Autore, perché «non c’è giorno che non attinga ad altri giorni, anche attraverso ciò che li nega, la notte. In fondo, nonostante le mille declamazioni, non conosciamo l’esperienza compiuta del Nulla, non c’è mai il niente assoluto dentro e dietro nessuno» (p. 129). Tradotto in parole semplici: ci siamo rovinati con le nostre mani, ci salveremo col nostro cuore. La santificazione della Tecnica e dell’Io – è la tesi del libro – non può cioè essere perenne perché, per quanto coccolati dal benessere e distratti dall'edonismo, come uomini abbiamo una origine che prima o poi avrà la meglio sul percorso e ci condurrà così al destino, ossia all'idea che esistere non basta (non a caso un altro libro del filosofo di Bisceglie si intitola proprio così, Vivere non basta) e che l’umanità, in quanto tale, è chiamata ad aprire gli occhi e ad evadere, ciascuno a suo modo, dal guscio dell’individuo in favore delle reti – spirituali, geografiche e affettive – che compongono la persona.
Venendo al dunque, osserviamo che se anche, da un lato, nella riflessione di Veneziani si contano alcune imprecisioni – per esempio quando banalizza, semplificandole, le riflessioni del professor Roberto De Mattei sul male, o quando, a pagina 44, attribuisce a Hans Urs von Balthasar la paternità dell’idea di «inferno vuoto», idea apertamente respinta dallo stesso von Balthasar (Cfr. Von Balthasar H.U. Sperare per tutti. Breve discorso sull’inferno, Jaca Book, Milano 1997, p. 123)-, d’altro lato il testo appare denso di riflessioni stimolanti e poetiche, che ne intarsiano e rendono scorrevoli le pagine, comprensibili anche ai non specialisti di filosofia.
Particolarmente commoventi, se posso dire, mi sono parse le righe dove Veneziani, dopo una stupefacente analisi del lettone – sì, il lettone di casa, dove riposano mamma e papà – quale luogo centrale della casa e, pertanto, della prospettiva esistenziale di ciascuno, descrive i differenti modi con cui dormivano i suoi genitori, che l’Autore vedeva quando rientrava a casa tardi: la madre «dormiva quasi seduta sul letto, come se volesse fuggire dal sonno, catturata a sorpresa dalla stanchezza», mentre il padre «cercava il sonno rannicchiato in posizione fetale, come se aspettasse di nascere» (p. 99). Due modi diversi, all’interno della stessa famiglia, di sperimentare la notte, di soggiornare nella vita. E’ forse questa la parte più interessante del libro, nel quale – attenzione - non si nega la pluralità delle nostre esperienze. Ciascuno di noi, come facevano i genitori di Veneziani, può quindi dormire e vivere come crede. Non ci sono regole, prescrizioni o divieti: sul letto come sulla strada disponiamo della massima libertà. Ma se siamo consapevoli di esistere in relazione ad un Dio, ad una patria ed una famiglia, faremo il nostro viaggio con ordine, o almeno ci proveremo. Altrimenti daremo seguito al caos attuale, al punto che i nostri incubi peggiori, dopotutto, diverranno sogni se raffrontati ad una realtà ostile ad ogni progetto comune, ad ogni condivisione di spirito, ad ogni tentativo di guardare al futuro ad un presente orgoglioso del suo passato.
 

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