15 gennaio 2013

La marcia della Verità

di Franciscus Pentagrammuli

Domenica 13 Gennaio, a Parigi, un numero fra 300.000 (secondo la polizia) e 800.000 (riportato dagli organizzatori) persone di diverse culture, religioni, impostazioni filosofiche e politiche, ha marciato, in tre (più uno composto dai membri dell’istituto tradizionalista Civitas e da vari gruppi della destra estrema) cortei da zone periferiche della città fino al Campo di Marte degli Invalides per chiedere al governo, come ha affermato l’organizzatrice Frigide Barjot, di sospendere il progetto di legge sul “matrimonio per tutti” (cioè: riconoscimento giuridico ed equiparazione delle coppie omoerotiche a quelle tradizionali, e conseguenti possibilità di adozione, e di fecondazione assistita, a spese dello Stato ça va sans dire), e sottoporne l’approvazione ad un referendum nazionale.

Fra i notabili partecipanti, il presidente dell’UMP, Jean François Copé, il capogruppo del medesimo partito all’Assemblea Nazionale, Christian Jacob, e gli ex ministri Xavier Bertrand e Brice Hortefeux; un centinaio di parlamentari in totale; poi, un gruppo di rappresentanti del FN, guidati da Bruno Gollnisch, cui si aggiungano vari politici di partiti minori, fra i quali spicca l’ex-governatore della Vandea, il visconte Philippe de Villiers, e una decina di vescovi francesi, fra cui il cardinale Vingt-Trois di Parigi, e l’arcivescovo Barbarin di Lione (ma non dimentichiamo che hanno partecipato o contribuito alla Manif pour tous anche ebrei, musulmani, protestanti).

Insomma, si è trattato di una manifestazione non disprezzabile per la quantità dei partecipanti, né per la loro qualità e varietà, ma il governo, come è ovvio, non mostra di voler tenere conto della piazza, quando questa non sia d’accordo coi principi del socialismo e/o del relativismo: "La manifestazione, se uno crede alle immagini e alle cifre che devono esser confermate, è consistente, ed esprime una sensibilità che deve essere rispettata, ma non modifica la volontà del governo di avere un dibattito al parlamento per permettere di votare la legge", ha dichiarato Hollande, mentre la ministra della giustizia Christiane (sic) Taubira ha fatto sapere che un referendum sarebbe incostituzionale; il ministro del lavoro Michel Sapin ha reso noto che "Il paese non è diviso a metà", e l’europarlamentare e segretario del partito socialista Harlem Désir ha affermato: "Il diritto a manifestare è garantito nel nostro paese, ma ci tengo a ricordare la totale determinazione dei socialisti a registrare nella legge il diritto per tutti coloro che si amano a sposarsi ed adottare figli" (ne parlano tanto, ora, i socialisti, ma quando si trattava di divorzio e aborto, o anche di rivoluzione sessuale, a voi sembrava ci tenessero in tal maniera, all’amore e al matrimonio?).

Ha commentato Copé, intervistato durante la manifestazione dal quotidiano le Monde: "Hollande vuole imporre una riforma radicale calpestando un dibattito. Voler imporre una simile riforma, di fronte e contro tutti, è pericoloso".
Ed è giunto in rinforzo, pur coi suoi toni democristianeggianti, anche il moderato Bayrou: "In un paese come il nostro, nel momento di crisi in cui ci troviamo, l’imperativo della conciliazione ed unità del paese è molto importante", e invita il presidente Hollande a “prestare ascolto ai manifestanti” e non praticare il “dialogo fra sordi”.
Ha chiosato, infine, l’organizzatrice Barjot: “Se il governo non ci presterà ascolto, faremo una nuova manifestazione” [fonte: le Monde]

Ma si è sentita anche, fra tanti clamori, una voce dimenticata, ma chiara e commovente, pronunciata da un uomo giovane, ma che porta con sé i secoli della migliore storia di Francia: 
"Miei cari compatrioti, il mondo politico si è investito di una materia che rimette in causa l’istituzione universale e atemporale che è la Famiglia: ciò costituisce una minaccia ai fondamenti stessi della nostra società. L’umanità intera, e in particolare la nostra storia comune, la storia di Francia, si è basata sul solo fondamento della famiglia. Mille anni della nostra storia riposano su una famiglia di cui io sono l’erede, il figlio primogenito, e che io ho l’immensa responsabilità di rappresentare presso di voi.
[…]
I nostri uomini politici non possono prendersi la responsabilità di ridefinire le leggi immemorabili dell’umana natura. Certo, noi dobbiamo adattarci continuamente ai mutamenti della nostra società, ma certi principii immutabili quale l’unione di un uomo e una donna per fondare una famiglia ed educare i figli, non possono essere messi in questione.
[…]
La visione dei miei avi, e particolarmente di Ugo Capeto, di san Luigi, di Enrico IV o ancora di Luigi XIV, era di costruire, nell’interesse di tutti, una Nazione francese che risplendesse nei secoli. Essa non si fermava di fronte agli interessi particolari suscettibili di compromettere i suoi valori fondativi. Il mio rimpianto padre, il principe Alfonso, nella cui linea io mi inscrivo, diceva che “Non si saprebbe come avere, in una società, alcunché di stabile e durevole senza il rispetto dei diritti fondamentali della Famiglia, cellula base di ogni società costituita nell’ordine naturale e cristiano. Spetta ad ognuno di riflettere su ciò. Possa la divina misericordia condurre a questa utile meditazione, perché ciascuno riprenda a sperare”.
Io chiamo dunque oggi, al di fuori di ogni posizione politica partigiana, tutti i Francesi a difendere i valori tanto caramente difesi nei secoli dai nostri antenati, e a far conoscere il proprio sostegno ai difensori della Famiglia e dei diritti dei bambini. Ne va del nostro avvenire. I Francesi devono mostrare l’esempio alle altre nazioni.
Dato a Parigi, l’8 Gennaio 2013,
Luigi, duca d’Angiò”
 

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