20 febbraio 2013

La cattedrale del Medioevo

di Enrico Maria Romano


Ci si passi, per benevola carità e chestertoniano gusto dell’umorismo, un azzardato paragone. E’ possibile amare una squadra di calcio e disprezzarne i colori sociali? Si può, tanto per fare un esempio, dichiararsi sostenitori della Lazio e al contempo mostrare antipatia per il bianco e il celeste del suo nobile vessillo, o per l’Aquila Romana, suo storico simbolo? Mi pare molto difficile. Sarebbe più facile dirsi tifosi di una squadra e criticarne, che so, la presidenza, la gestione, l’allenatore, la tattica di gioco e tanti altri elementi accidentali e transitori. Il nome però, il simbolo e i colori appaiono così legati alla società calcistica stessa che chi voglia in cuor suo esserne vero fan, deve in qualche modo stimarli e pubblicamente apprezzarli.

Questo ragionamento vale secondo noi, fatte le debitissime distinzioni del caso, anche nel rapporto tra fede cristiana e Medioevo europeo. Certo la fede e la religione non si identificano con una o più persone, ed esistono già due millenni di storia cristiana. E’ anche vero che tutte le epoche storiche, inclusa quella medievale, hanno – seppur in diseguale proporzione – luci ed ombre. Senza dubbio nel Medioevo europeo (solitamente circoscritto dalla caduta dell’Impero Romano del 476 alla scoperta dell’America del 1492) si rintracciano tanti limiti, sia generici (come quelli connessi alla peccabilità umana e ben riassunti dai 7 vizi capitali) che specifici: ignoranza di larghi strati della società cristiana, violenza e arbitrio per carenze legislative ed amministrative, mancanza di molte importanti conquiste della successiva civiltà umana (medicina, igiene, educazione, trasporti, etc.).

D’altra parte, il grande pontefice Leone XIII (+1903) che visse il trapasso decisivo dall’Ottocento al Novecento ed anche la fine dell’epoca moderna e l’inizio dell’era contemporanea, dichiarò una volta, in un celebre passo del suo esimio Magistero: “Vi fu un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava la società: allora la forza della sapienza cristiana e lo spirito divino erano penetrati nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in ogni ordine e settore dello Stato; quando la religione fondata da Gesù Cristo, collocata stabilmente a livello della dignità che le competeva, ovunque prosperava, con il favore dei Principi e sotto la legittima tutela dei Magistrati; quando Sacerdozio e Impero procedevano concordi e li univa un fausto vincolo di amichevoli e scambievoli servigi. La società trasse da tale ordinamento frutti inimmaginabili, la memoria dei quali dura e durerà, consegnata ad innumerevoli monumenti storici, che nessuna mala arte dei nemici potrà contraffare od oscurare. Il fatto che l’Europa cristiana abbia domato i popoli barbari e li abbia tratti dalla ferocia alla mansuetudine, dalla superstizione alla verità; che abbia tenuto il primato della civiltà; che abbia sempre saputo offrirsi agli altri popoli come guida e maestra per ogni onorevole impresa; che abbia donato veri e molteplici esempi di libertà ai popoli; che abbia con grande sapienza creato numerose istituzioni a sollievo delle umane miserie; per tutto ciò deve senza dubbio molta gratitudine alla religione, che ebbe auspice in tante imprese e che l’aiutò nel portarle a termine” (enciclica Immortale Dei del 1 novembre 1885). Ecco il Medioevo cristiano!

Tutto questo ci è tornato alla mente leggendo un bel saggio dedicato al simbolo forse più sublime, assieme al cavaliere, al monastero e al castello di quel millennio che, nei termini del Pontefice, diede “frutti inimmaginabili”: la Cattedrale. Si tratta di “Le pietre e la luce. La cattedrale del Medioevo”, di Marco Meschini (edizioni Sellerio, Palermo 2011, pp. 260, euro 12).
Marco Meschini, storico medievista, in questo suo ultimo scritto, particolarmente piano e accessibile, mostra il senso sia spirituale (e dunque teologico e biblico), sia sociale (e di riflesso politico, economico, artistico) della Cattedrale medievale. Egli si concentra sul cosiddetto Pieno Medioevo, ovvero sui magnifici secoli XI-XIII, quel momento storico aureo “dove c’è, in un certo senso, il «vero Medioevo», il periodo in cui si realizza pienamente quella particolare civiltà che noi chiamiamo medievale” (p. 21). Secondo Meschini, giustamente, non è rilevante conoscere anzitutto “i luoghi, le tecniche e i costruttori, ma soprattutto […] le persone che hanno realizzato le cattedrali, gli uomini che le hanno concepite, innalzate e vissute, perché la cattedrale del Medioevo è tutto tranne che un museo: la cattedrale è un luogo primigenio di vita” (p. 16). Ed assieme un luogo mistico, “il luogo dove il finito si fa infinito, dove l’infinito abbraccia il finito” (p. 16).

Si rifletta su di un fatto: “Nel corso di tre secoli, dal 1050 al 1350, la Francia ha estratto dalle sue cave milioni di tonnellate di pietre [senza il minimo supporto meccanico!] per edificare ottanta cattedrali, cinquecento chiese grandi e qualche decina di migliaia di chiese parrocchiali. Ha trasportato una più grande quantità di pietre la Francia in quei tre secoli che l’antico Egitto in qualsiasi periodo della sua storia” (J. Gimpel, Costruttori di Cattedrali, cit. a p. 20).
Se “La madre di tutte le cattedrali” (cap. 1) è non a caso la romana s. Giovanni in Laterano, ove avviene per un millennio “L’intronizzazione del papa” (cap. 2), ogni cattedrale emana “Lo splendore della Sapienza Divina” (cap. 3) e una particolare “Luce musiva” (cap. 4)… e così via per i 19 illuminanti capitoletti che compongono il libro.
Secondo le splendide parole del monaco Rodolfo il Glabro, celebre autore delle Storie dell’anno Mille, “Si era già quasi all’anno terzo dopo il Mille, quando nel mondo intero, ma specialmente in Italia e nelle Gallie [le nazioni elette, quasi la mente e il braccio della cristianità], si ebbe un rinnovamento: sebbene molte chiese basilicali fossero ben sistemate e non ne avessero bisogno, tuttavia ogni popolo della cristianità faceva a gran gara con gli altri per averne una più bella. Pareva che la terra stessa, come scrollandosi dalla vecchiaia, si vestisse di un candido manto di chiese” (cit. a p. 21).

Se la Chiesa (s)fiorisce, la cristianità (s)fiorisce; se la cristianità (s)fiorisce, le cattedrali (s)fioriscono… Oggi, con l’abominio della desolazione posto nel luogo santo (cioè col trionfo della non-arte contemporanea), ci stiamo facendo sospingere pian pianino nelle catacombe e nei ghetti: ma meglio le degnissime catacombe di ieri che le anti-cattedrali del modernismo di oggi.

Ritrovare il senso della bellezza, anche leggendo il saggio presente, aiuterà a ritrovare il senso della fede. Ritrovando questo poi si lotterà inevitabilmente per una nuova concezione medievale della vita fatta di sobrietà, di sacralità austera e gerarchica, di regalità e sottomissione, di cortesia e di eroismo, di lucido marmo bianco e di cattedrali rivolte ad oriente… La Cattedrale resta un mistero storico e artistico che solo la fede vissuta nella virtù riesce, se non a decifrare, almeno a intravedere.
 

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