12 febbraio 2013

La lezione dell'Umile Servo


di Alessandro Rico
Un «umile servo nella vigna del signore». Così si era definito Benedetto XVI appena eletto pontefice, e in quella frase si trova forse il senso profondo del suo pontificato. Compresa la scelta di abdicare.

Un papa ingiustamente accusato di essere oscurantista e reazionario, ha in realtà avviato su più fronti un processo rivoluzionario. Dallo scandalo pedofilia, all’adeguamento della finanza vaticana agli standard internazionali di trasparenza; dai viaggi pregni di significato pastorale (basti pensare al Messico in via di scristianizzazione), al primo cinguettio di un pontefice su Twitter, l’ultraottantenne Ratzinger ha dato continue prove della sua capacità di interpretare la Storia e l’esigenza di adeguamento ad essa, salvaguardando la Verità del magistero. Sempre un passo avanti agli altri, da questo punto di vista. E non mi sento di escludere che sul suo gesto abbiano pesato anche altri fattori: esso può e deve essere letto infatti sia come una testimonianza di umiltà, sia come un atto di forza e di denuncia dei limiti di una certa componente della Chiesa. 

Il pensiero non può che correre alla vicenda del famoso "corvo". Sono spontaneamente portato a escludere le ipotesi complottiste, perciò non voglio arrivare a supporre che il «bene della Chiesa», che Benedetto XVI ha detto di voler tutelare con l’abdicazione, consista nell’evitare che, a scopo ritorsivo nei confronti dei suoi tentativi di fare pulizia, siano messi in circolazione documenti più scottanti di quelli già fuoriusciti, in grado di ledere seriamente la credibilità della Chiesa. Resta, in ogni caso, l’impressione che il gesto del Papa rappresenti l’estremo atto di libertà di un titano, che denuncia l’impossibilità di arginare certe derive (a cominciare ovviamente dalla gestione non sempre oculata degli affari economici), senza un sostegno diffuso all’interno della Curia. Senza che questa debba sembrare, lo ribadisco, la trama del prossimo libro di pseudo-inchiesta di Kaos editore. 

In una scelta tanto drammatica, saranno sicuramente entrati in ballo diversi elementi, ognuno con un peso specifico che è difficile valutare, se consideriamo che la decisione è maturata nell’arco di diversi mesi, senza che trapelassero molte indiscrezioni. Di certo, c’è da considerare la volontà, segnalata in tempi non sospetti, di non conservare la propria carica in condizioni psico-fisiche che rendessero il Papa inoperante, incapace di coltivare la «vigna del Signore», lasciando il governo della Santa Sede al suo "gabinetto". In questo senso, ancora una volta, si mescolano umiltà e severità, la lucidità dell’uomo nel riconoscere i suoi limiti e l’intransigenza tutta teutonica, nel non accettare un inesorabile declino della propria autorevolezza. Perché Ratzinger è «vignaiuolo» troppo meticoloso per appaltare il podere di Dio a dei mezzadri.

In questo momento epocale, convulso e angoscioso, i cattolici sgomenti non possono che ricordare le parole di nostro Signore, rivolte a San Pietro: «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno su di essa» (Mt 16, 18-19). Qualunque cosa accada, noi siamo fermi in questa consapevolezza.  
 

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