21 febbraio 2013

Un Campari con... Eugenia Roccella

a cura di Marco Mancini

Eugenia Roccella (Bologna, 1953) è una giornalista e politica italiana. Dopo essere stata in gioventù militante radicale e femminista, ha condotto una profonda rivisitazione delle proprie posizioni, fino a diventare, nel 2007, portavoce del “Family Day”. Ha collaborato, tra gli altri, con “Avvenire”, “Il Foglio” e “Il Giornale”. Deputata del PdL e sottosegretario alla Salute nel IV Governo Berlusconi, si interessa in particolare di biopolitica. E’ candidata alla Camera dei Deputati per il PdL nella circoscrizione Lazio 1 e potrebbe ricoprire la carica di Vicepresidente della Regione Lazio, nel caso in cui Francesco Storace vincesse le elezioni regionali.

On. Roccella, qualche settimana fa lei ha proposto su “Tempi” di formulare otto domande ai candidati premier, per conoscere le posizioni di ciascuno schieramento rispetto alla biopolitica e ai c.d. “principi non negoziabili”. Non è sufficiente, come sostiene ad esempio Mario Monti, lasciare il tutto alla libertà di coscienza dei singoli?

Dal mio punto di vista, è impossibile fare politica senza avere una visione antropologica. Le novità alle quali assistiamo nel campo delle tecnoscienze portano con sé una modificazione dell’umano: dal momento in cui è nata Louise Brown, la prima bambina concepita in un laboratorio, si è determinata una possibilità di stravolgere le relazioni umane fondamentali, che mette in crisi le nostre certezze di base. Una volta davamo per scontata la condizione umana – condition humaine, come veniva chiamata dagli intellettuali francesi del Novecento –, credevamo che essa non potesse essere modificata. Oggi questo può accadere e si tratta di una modificazione che spesso non avvertiamo: si introduce nella nostra quotidianità in maniera strisciante, come accade per l’inquinamento dell’aria o dell’acqua. Non si può avere una visione politica – a meno di non averne una arida e minimalista, priva di basi culturali e intesa come mera gestione economica, come sembra essere nel caso di Monti – senza sapere a quale visione antropologica ci riferiamo: chi è per noi l’uomo? Si tratta di temi intrecciati profondamente a tutte le altre scelte che noi compiamo, comprese quelle socio-economiche.

Il primo dei suoi otto quesiti riguarda il tema del “fine vita”: è sicura che ci sia bisogno di una legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, o è meglio la c.d. opzione-zero? Quali sono i punti qualificanti della proposta che era in via di approvazione e che lei suggerisce di riprendere in considerazione?

Non sono affatto sicura che una legge sia l’opzione migliore in assoluto, anzi: noi cattolici, soprattutto di orientamento liberale, non volevamo una legge sul fine-vita. Si tratta del momento più intimo dell’esistenza umana, dovrebbe essere lasciato nell’ombra delle relazioni affettive. Ma c’è stato un problema: un ingresso a gamba tesa nel campo politico e normativo della magistratura. Quando osservavamo il caso di Terry Schiavo in TV, non credevamo che una cosa del genere potesse accadere anche nel nostro Paese. Invece, poco tempo dopo, una giovane donna in stato vegetativo – che non vuol dire un “vegetale” –, Eluana Englaro, è stata portata alla morte da una sentenza, attraverso un protocollo medico stilato addirittura da un giudice. Quando questo è accaduto, noi abbiamo prima di tutto rivendicato la competenza al Parlamento, sottraendola dalle mani della magistratura; per evitare che episodi come questo si ripetessero, abbiamo deciso di legiferare in materia. La nostra proposta di legge garantisce la libertà di cura, cioè la possibilità di dare indicazioni su eventuali terapie per quando non si fosse in grado di intendere e di volere, ma traccia un confine netto rispetto alla minaccia dell’eutanasia. Questo confine è fondamentalmente costituito dall’alimentazione e dell’idratazione, che non possono essere rifiutate perché non possono configurarsi semplicemente come terapie.

Tra i quesiti che lei propone ai candidati non compare il tema dell’aborto, a parte il riferimento alla pillola RU486. Nessuno dei principali partiti intende rivedere in senso restrittivo la legge 194, se ne chiede semmai una “piena applicazione”. Il 12 maggio, però, si terrà a Roma la terza edizione della Marcia Nazionale per la Vita, la cui piattaforma è estremamente chiara nella condanna della legge 194. Come intende rapportarsi rispetto a questa parte del mondo pro-life?

Tutti sanno che, in questo momento, la legge sull’aborto non è concretamente modificabile: non fu possibile toccarla neanche ai tempi della maggioranza relativa democristiana. Il modo in cui, in realtà, altri intendono modificare surrettiziamente la legge 194 è proprio attraverso la RU486: la pillola abortiva è un metodo elettivamente domiciliare – dove essa è molto diffusa, come in Francia, le donne possono procurarsela dal medico di base ed abortire in casa, con gravi rischi anche per la loro salute, come dimostrano le diverse morti censurate dalla stampa – e facilita il “fai da te”. Non è un caso che essa fosse propagandata anche attraverso voti di Consigli regionali (es. Toscana e Emilia Romagna) o comunali, prima ancora che la ditta produttrice chiedesse l’autorizzazione a commerciarla in Italia. Visto che attualmente è impossibile modificare la legge sull'aborto in Parlamento, si voleva introdurre un cambiamento nella prassi, in modo da poter successivamente allargare le maglie della normativa stessa, come avvenuto in Francia. Questo progetto è stato bloccato dalle linee guida del Ministero guidato da Maurizio Sacconi, in cui io ero sottosegretario; non è detto, peraltro, che le cose non cambino anche su questo fronte. La Marcia è una dichiarazione di intenti e di principio a favore della vita, ma non può avere ricadute legislative immediate; in questa fase, oltre ad applicare meglio le misure che possono favorire la maternità e limitare il ricorso alle pratiche abortive, è necessario innanzitutto tentare di scongiurare ulteriori derive, di cui il caso della RU486 è un esempio.

Si riconosce nell’etichetta di “teo-con” che viene attribuita a lei, Quagliariello, Sacconi e ad altri esponenti del PdL? Quali sono i risultati principali della vostra azione politica degli ultimi anni?

No, non mi riconosco in quell’etichetta, non mi piace. Io potrei definirmi una conservatrice sul piano antropologico, ma non sono definibile come una conservatrice tout court. Tantomeno “teo”: sono cattolica, ma la mia battaglia si muove su un terreno laico. Non mi sembra una definizione azzeccata.
Per quanto riguarda la nostra azione, credo che il risultato più evidente che abbiamo raggiunto sia stato proprio il metodo: il fatto di dare a queste battaglie tutta la dignità che meritano. Basti pensare a quanto fatto dalla DC, o dai suoi epigoni attuali: i c.d. “cattolici in politica” hanno spesso affrontato questi temi obliquamente, hanno pensato che essi non facessero parte a pieno titolo della politica. Si parla, non a caso, di “temi etici”: io non ho mai amato questa definizione, preferisco parlare di “questione antropologica” o di “biopolitica”, perché parlare di “temi eticamente sensibili” lascia pensare che si tratti di questioni che interpellano esclusivamente le coscienze individuali. Invece no: sono questioni pienamente politiche. Persone come me e come quelle a cui si è fatto riferimento hanno compreso la centralità della questione antropologica e la necessità di fare fronte su questo tema in modo aperto, non clericale, che consenta anche un’alleanza del tutto inedita – ben diversa dall’idea di un inconcludente “dialogo”, che a me non piace affatto – tra laici e cattolici sui fondamenti dell’umano.

Come valuta le critiche mossevi tempo fa da Sandro Bondi, il quale ha parlato di “posizioni di radicalismo religioso alla Tea party che sono in contrasto anche con il cattolicesimo”? Alla luce di questo, si sente di assicurare che il PdL continuerà a essere garante nei confronti dei principi non negoziabili?

Io penso di sì, e l’intervista rilasciata oggi [ieri, ndr] dal presidente Berlusconi a “Tempi” lo dimostra. Ci sono molte buone ragioni, anche strategiche, per le quali il PdL e il centro-destra devono continuare a impegnarsi su questo fronte. Chi vuole il riconoscimento pubblico delle coppie di fatto, le adozioni per le coppie gay, l’ulteriore scardinamento della legge 40 o l’eutanasia ha l’imbarazzo della scelta, in termini di offerta politica: sinistra estrema, sinistra moderata, in una certa misura persino Monti. Sarebbe sciocco, quindi, se anche noi ci allineassimo su queste posizioni, lasciando la nostra battaglia a piccoli gruppi di destra: essa, infatti, può essere condivisa da una parte consistente, tendenzialmente maggioritaria, degli italiani. Basti pensare al documento del PdL firmato qualche mese fa da più di 170 parlamentari, tra cui esponenti laici e liberali come Stracquadanio e Stefania Craxi, contro il riconoscimento pubblico delle unioni di fatto.
Ma c’è soprattutto una matrice culturale da difendere: alcuni faticano a farlo, perché esiste un enorme complesso di inferiorità e una sostanziale subalternità nei confronti della sinistra. Chi vuole costruire una piattaforma che sia anche autenticamente liberale deve uscire dai condizionamenti del “politicamente corretto”, del luogocomunismo, dei complessi di inferiorità di cui ho appena parlato; se, invece, si preferiscono posizioni di tipo radicale o da “cattolico adulto”, allora se ne trovano a volontà altrove. Basta scegliere. 
 

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