07 aprile 2013

"Bianca come il latte, rossa come il sangue": il film

di Valentina Ragaglia 

Il romanzo è diventato best seller in pochissimo tempo, Alessandro D’Avenia ha girato l’Italia portando ai ragazzi quella speranza che si nasconde nei sogni e adesso il suo primo libro è diventato film e all’incantesimo delle parole segue l’inganno del cinema. Il termine inganno mi sembra il più appropriato perché il cinema è finzione, ha le sue regole di spazio e di tempo che richiamano la realtà, ma non la rispecchiano in pieno (si pensi agli artifici scenici); mentre nella letteratura, quella stessa finzione dà la possibilità di immaginare. 

Sono passati tre anni ed un pubblico sempre più affezionato di lettori avrà immaginato sempre in modo diverso i volti dei giovani protagonisti del romanzo: Leo, Silvia e Beatrice. Personaggi che nel romanzo vengono descritti fugacemente, sottolineando solo qualche dettaglio caratteristico, come ad esempio la capigliatura arruffata di Leo, gli occhi azzurri di Silvia, il rosso dei capelli di Beatrice. Per tre anni, scorrendo le pagine del romanzo è stato possibile crearsi un proprio film personale, guardando in profondità, guardando dentro le parole.

Ma è necessario fare un’ulteriore considerazione. Per quanto cinema e letteratura si compenetrino, per quanto siano strettamente collegate tra loro nell’intenzione di comunicare e di riproporre qualcosa, entrambe hanno una libertà che dipende dalle regole interne che le muovono, hanno una dignità che le contraddistingue come autonome. L’ispirazione primaria, infatti, può derivare dalla lettura di un libro o dalla visione di un film. Si tratta del mondo sensibile delle emozioni e sarebbe banale e svilente ricercare una sintonia maniacale nella riproposizione in pellicola di ciò che è stato scritto, o viceversa. Innanzitutto perché le esigenze di scena e di set non sono le stesse della letteratura. E’ altresì significativo che tra gli sceneggiatori vi sia lo stesso D’Avenia e ciò  lascia intendere che nel film si è voluto creare qualcosa che andasse oltre il romanzo.

Chiarito, dunque, il nodo focale sull’affidabilità e sulla conformità di un film al romanzo da cui è tratto, è possibile fare una riflessione più approfondita, che darà qualche indicazione sul film, senza togliere la suspense e l’effetto sorpresa di chi andrà a vederlo prossimamente nelle sale cinematografiche. Il film richiama il romanzo, ne trae l’ispirazione più profonda, ma ne prende poi largamente le distanze. I personaggi sono chiaramente distinguibili, quelle caratteristiche che li rendono individuabili sono state rispettate, ma è nella psicologia che vien fuori maggiormente la difficoltà a coglierne l’unicità. In Leo non si vede quel cambio di rotta sostanziale, quella “conversione” da larva annoiata tra i banchi di scuola a giovane imbevuto di speranza. Manca questo passaggio fondamentale, manca il colloquio intimo e forte con la sua coscienza. E’ un personaggio appiattito con qualche picco di umanità come nel momento della donazione del midollo (sì, nel romanzo si parla di sangue, lo so…) o nel conforto che dà alla solitudine di Beatrice nel momento della malattia. Il contrasto tra il bianco ed il rosso che segna tutta l’esistenza di Leo è quasi assente, lo s’intuisce dal colore delle pareti della stanza che Leo stesso dipinge passando dal rosso al bianco, per poi ritornare al rosso. E soprattutto: dove sono il bat-cinquantino e Terminator?

Il Sognatore non è incisivo e determinante. Si sente la mancanza di quella sete di bellezza, di quella voglia quasi infantile di stare tra i giovani. Non è un Sognatore che conquista ed è un peccato perché Luca Argentero riesce a calarsi con efficacia nei panni del giovane professore supplente e quindi per definizione, “sfigato”. Se avessero dedicato meno spazio al confronto sul ring per il pugilato e più ai colloqui in classe, forse sarebbe venuto fuori quel carisma trascinante e quell’amore per l’insegnamento che contraddistingue il Sognatore, troppo opaco.
Tra Silvia, Beatrice e Leo si crea un triangolo amoroso che, in realtà, non esiste. I tormenti di Leo, riguardo l’amore, sono solo suoi e Silvia attende paziente che lui si accorga di lei; per farlo, Leo deve necessariamente passare sotto la spirale del dolore e della morte. E forse è proprio Beatrice il personaggio che più si avvicina a quello letterario. Nei suoi gesti, nei suoi sguardi e nelle sue parole s’intravede la debolezza, la sofferenza, il coraggio, l’amore per la vita, la consapevolezza dell’amore di Dio. Dio - in generale - un po’ troppo assente.

In sostanza però, se il film viene considerato sciolto, slegato, svincolato dal romanzo, riesce a trasmettere tanti buoni spunti, soprattutto per i più giovani: la ricerca del proprio posto nel mondo, il rapporto con i genitori, l’importanza di essere generosi, la bellezza dell’amore – quello vero, profondo e puro - , la solidarietà, la lealtà e la fedeltà. E’ un bel film anche dal punto di vista più tecnico, quello che riguarda la regia. Le ambientazioni sono curate, le riprese sono di qualità e puntano molto sull’espressività degli attori. E’ da tempo che non mi capitava di guardare un film italiano senza riconoscere immediatamente quella firma tipica dei film un po’ raffazzonati che spesso contraddistinguono il cinema nostrano. La scelta della location è azzeccata e crea una bell’armonia con lo svolgersi dell’azione. Assolutamente inefficace risulta la colonna sonora. Le canzoni dei Modà non sposano la profondità del romanzo e tendono a banalizzare anche le scene chiave del film. In fin dei conti però, per usare un termine scolastico, mi sento di poter promuovere, nonostante tutto, questo film, perché le buone intenzioni di creare un soggetto adatto soprattutto ai più giovani e la voglia di lanciare un messaggio positivo nel mondo di oggi devono essere premiati.

E poi qual è il problema? Se non vi piace il film, potete sempre tornare al romanzo: sapete già che non vi  potrà deludere mai.
 

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