05 aprile 2013

C’era una volta il Corriere della Sera

di Marco Mancini


C’era una volta il Corriere della Sera. La più autorevole testata italiana, quella di Luigi Albertini, Mario Missiroli, Giovanni Spadolini, Piero Ottone. Il quotidiano della borghesia liberale, lombarda in particolare, di un establishment economico-sociale che voleva essere classe dirigente a tutto tondo e dare, per così dire, il tono all’opinione pubblica del Paese.

Provate a leggerlo oggi, il Corriere. Non è tanto il caso di infierire sui contenuti del portale on-line, in particolare sull’ineffabile blog “La 27esima ora”, del quale ci siamo già occupati in più occasioni e che anche ieri confermava la propria fama di centrale di propaganda dell’ideologia gender, presentando con sicumera mirabolanti ricerche sull’alto grado di “felicità” dei “figli” delle coppie omosessuali. Si sa: sul web si dà spazio un po’ a tutto, l’atmosfera è più informale e può capitare di imbattersi anche in paccottiglia come questa, per quanto essa sia forse più adatta al sito dell’Arcigay che a quello del primo quotidiano italiano.

L’edizione cartacea – potrebbe pensare un ignaro lettore – sarà tutta un’altra cosa, sarà sicuramente fedele all’immagine di serietà, pacatezza e sobrietà che il Corriere della Sera, in qualità di “giornalone” par exellence, trasmette da sempre. L’ignaro lettore, sfogliando il quotidiano di ieri, sarebbe rimasto rimasto senz’altro deluso. Si sarebbe per prima cosa imbattuto, infatti, nell’articolo di tale Diego Marani, il quale ha pensato bene di insolentire il Vescovo emerito di Roma, Benedetto XVI. Cogliendo al balzo l’infelice battuta di un comico tedesco (“Papa Francesco parla solo in italiano perché ormai questo è diventato la lingua dei poveri”), il nostro Marani – funzionario della Commissione Europea e inventore di una lingua artificiale chiamata europanto – si è lasciato prendere la mano e, in preda a una vera e propria furia antiteutonica, si è lanciato in un’indignata requisitoria contro la sgradevole durezza della lingua tedesca.

A farne le spese è stato il povero – lui sì – Ratzinger, colpevole di esprimersi in un “italiano da Sturmtruppen, dove ogni benedizione sembrava un rastrellamento”. Così, testuale. Tanto terribili dovevano apparire queste benedizioni che proprio ad esse e in generale all’accento teutonico era dovuta – ci assicura il Marani – la nota “impopolarità” di Benedetto XVI, che ovviamente viene data per scontata. Ora, non vogliamo fare i bacchettoni che non sanno apprezzare l’ironia, anche perché in questo caso ce n’è veramente poca. Non c’è arguzia, né sagacia, né brillante originalità in uscite del genere: c’è banale chiacchiera da bar, per giunta rimasticata male. Ma soprattutto: ve lo immaginate il Corriere di Luigi Albertini che si esprime in questi termini su Benedetto XV o su San Pio X? Vi immaginate lo stesso Albertini che mette le pagine del suo quotidiano a disposizione di un Marani qualsiasi, affinché questi possa scrivere le prime cretinate che gli vengono in mente nel tentativo – chiaramente destinato al fallimento – di riscattare la Patria rendendosi simpatico?

Continuiamo a sfogliare e troviamo l’articolo di Gian Antonio Stella, che si cimenta nello sport nazionale più diffuso da qualche settimana a questa parte: criticare Beppe Grillo. In sé, non ci sarebbe niente di male. E’ giusto sottolineare, come fa Stella, quanto sia “rischioso giocare con la parola «tutti»”, quale sia il pericolo di accomunare l’intera classe politica, senza distinzione alcuna, sotto uno stigma negativo, quanto sia comodo e al tempo stesso irresponsabile scommettere “sui fallimenti altrui”. Ma è stato proprio Stella a creare più di ogni altro l’état d’esprit, come dicono i francesi, che ha consentito a Grillo di cavalcare lo scontento e la rabbia contro i politici e di prendere il 25% dei voti. Insieme al suo collega Rizzo, ha scritto un libro che ha fatto scuola addirittura nel titolo (“La Casta”), diventato un vero e proprio tormentone fino alle recenti parodie feisbucchiane su “kasta contro ggente”. Era comodo, allora, mettere alla berlina gli uomini politici per indebolire la politica, rendendola più docile agli interessi così ben rappresentati nell’azionariato del giornale milanese. Oggi, ci si accorge che il giocattolino è sfuggito di mano. E allora il povero Stella corre ai ripari, un po’ come Albertini nel 1922-3 di fronte a un fascismo prima vezzeggiato e poi temuto. Almeno in questo, i borghesi del Corriere non sono per niente cambiati. 
 

5 commenti :

  1. e quindi?
    quale sarebbe la colpa di Stella? di aver scritto un libro dove ha detto la verità?
    no, dai, fammi capire...

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  2. Ernst Jünger5 aprile 2013 18:38

    ahahhahahahahahah mancini trpp dvrtnt!!!1!

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  3. Stavolta Mancini poteva risparmiarsi di scrivere tutte le analisi banali che ha scritto. Capita...

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  4. @ Anonimo delle 18.31
    No, erano delle verità.. ma può evitare di giustificarsi indirettamente o prendere le distanze dalla politica populista che ne è conseguita.

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    1. Il fatto che condivida le "verità" di partenza non vuol dire che debba condividere le soluzioni proposte da Grillo o il suo metodo!

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