15 aprile 2013

Contro Matteo Renzi. Ovvero: Iddio ci scampi dal Kennedy fiorentino

di Marco Mancini
Avevo in mente un articolo del genere già da qualche giorno, o settimana, o mese: da quando, insomma, Matteo Renzi è assurto a nuovo “uomo della Provvidenza” per un’ampia fascia di opinione pubblica italiana, anche di centro-destra. “Oh, quanto è bello Renzi!”, “Oh, quanto è bravo Renzi”, “Oh, se Renzi fosse nel centro-destra!” (variante: “Ah, se ci fosse un Renzi di destra!”), “Oh, se il centro-sinistra avesse candidato Renzi”. Un florilegio di elogi dal quale io, che sono bastian contrario per natura, ho inteso subito distinguermi.

La lettera di oggi, inviata al quotidiano “Repubblica”, è stata – per così dire – la ciliegina sulla torta. Scimmiottando proprio il celebre discorso kennediano sulla separazione tra Stato e Chiesa, il sindaco di Firenze si scaglia contro quei cattolici – esplicito il riferimento a Franco Marini – che utilizzano la propria appartenenza confessionale per accampare pretese su incarichi politici, Quirinale in primis. Renzi, dunque, si vergogna di questa bieca strumentalizzazione. E fin qui potremmo anche essere d’accordo. Lui è orgogliosamente cattolico: ci dice, infatti, che non si vergogna del suo battesimo (ci mancherebbe…). Però è un cattolico che ha orrore di tutti quei “politici che si richiamano alla tradizione cattolica” e si pongono spesso “come custodi di una visione etica molto rigida”, fino a diventare “moralisti”, magari “senza morale”. Il Nostro dubita “di chi riduce il cristianesimo a norme etiche alle quali cercare di obbedire e che il buon cristiano dovrebbe difendere dalle insidie della contemporaneità”. Meglio spalancare le finestre, come Papa Francesco, “che parla anche alle altre confessioni, ai non credenti, agli agnostici: si pone come portatore di entusiasmo e di gioia di vita”. Viene quasi da rimpiangere quell’“integralista” sui generis di La Pira, suo lontano predecessore come sindaco del capoluogo toscano.

Ora, è giustissimo evitare di ridurre il cristianesimo a moralismo o a ideologia, ma bisogna capire una volta per tutte che Cristo è di più e non di meno rispetto a tutto questo. Non ridurre il cristianesimo a una morale perbenista non può e non deve significare fare finta che Cristo non ci sia e metterlo da parte. Di cosa parla Papa Francesco, se non di Cristo? Che senso ha essere cattolici, se in tutti gli ambiti della propria attività – da quella professionale a quella politica – non si dà testimonianza della propria fede e non si lotta per i valori in cui si crede? E’ vero, come dice Renzi, che gli amministratori giurano sulla Costituzione e non sul Vangelo, ma è anche vero – per citare la prima lettura di ieri – che “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”, qualora le due esigenze entrino in contrasto. Pare che Renzi fatichi a capirlo, o che in proposito faccia un po’ il furbetto (ma su questo avevamo già scritto a suo tempo).

Ma del resto, in cosa crede Renzi? Come Grillo, ha ormai archiviato la vecchia distinzione tra destra e sinistra, ha chiuso con le ideologie del XX secolo. Quando, durante il confronto TV per le primarie del centro-sinistra, gli fu chiesto di indicare un paio di figure di riferimento per il proprio “pantheon”, Renzi citò Nelson Mandela e una sconosciuta blogger tunisina, eroina delle c.d. primavere arabe. L’apoteosi della melassa buonista e della political correctness, la summa del sistema di valori bimbominkiesco, due nomi al di sopra di ogni possibile contestazione, per piacere a tutti (specie ai ggiovani) e dispiacere a nessuno, mandando al macero decenni di cultura politica della sinistra italiana (non che Bersani e Vendola, indicando rispettivamente Papa Giovanni XXIII e il cardinal Martini, avessero fatto di meglio). Renzi è il leader della post-modernità “liquida”, l’uomo che non dice nulla, ma in compenso riesce a dirlo molto bene. Provate a chiedere in giro: perché vi piace tanto Renzi? Nessuno riuscirà a fornirvi argomentazioni più convincenti del fatto che sia “giovane”, “fresco”. Che tanti elettori di destra, persino di quella con pretese “identitarie”, facciano il tifo per lui, è un chiaro segno della confusione attuale, ma anche l’indizio che di un personaggio simile non c’è da fidarsi, come insegna il caso di Fini, inviso ai suoi e idolatrato dagli avversari.

Si dirà: ma almeno è carismatico e simpatico, come Berlusconi. La differenza è che Berlusconi è, a suo modo, sincero. Certo, tutti sappiamo che possiede una concezione piuttosto relativa della verità e che spesso tende a raccontarne (anche a se stesso) una a proprio uso e consumo; nessuno, però, dubiterebbe della generosità di Berlusconi, o della sua lealtà nei confronti di un amico, anche se si trattasse di coprire qualche marachella. Tanto il Cavaliere è genuino nella sua innata verve da cabarettista, tanto la simpatia e lo stile di Renzi, così come le sue invettive contro la nomenclatura da rottamare, sono artefatti, costruiti, un po' posticci. E’ l’inautenticità del secchioncello che, come ha scritto Selvaggia Lucarelli, un bel giorno scopre di essere diventato figo a sua insaputa; la doppiezza dell’ambizioso che sarebbe disposto a vendere anche sua madre (o a scaricare i suoi collaboratori più stretti, vedi i casi Gori e Reggi) pur di raggiungere il suo scopo. Se Berlusconi ha incarnato i sogni e le preoccupazioni di una vecchia Italia, individualista ma a suo modo generosa, Renzi ne rappresenta una patetica caricatura: il leader ideale di un Paese completamente americanizzato, che ha smarrito la propria identità e ha trasformato la politica in un reality senza costrutto.

Il giovane Matteo, insomma, è destinato a distruggere la sinistra e svuotare il serbatoio elettorale della destra, senza per questo avere la forza e la capacità di salvare il Paese. Un buon motivo, insieme alla lettera scritta a “Repubblica”, per pregare che Iddio ci scampi e liberi dal Kennedy fiorentino.
 

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