29 aprile 2013

Essere amici oggi, ovvero “l’Amicizia ai tempi del colera”

di Isacco Tacconi

Cosa vuol dire essere “amici”? Comunemente, per amico si intende una persona a cui siamo legati affettivamente, una persona con cui stiamo bene insieme e con la quale condividiamo il nostro tempo; un qualcuno/a con il quale ci troviamo in sintonia e magari condividiamo i medesimi gusti. Ma possiamo realmente dire che l’amicizia è tutta qui?

Ѐ dato esperienziale che non sempre le amicizie vengano intese e vissute nella maniera più opportuna. A volte a causa di una sproporzione nelle parti, altre volte per i diversi fini che esse perseguono (l’utilità, il piacere, la virtù ecc…). Per quanto sia un bene desiderabile, l’amicizia spesso viene basata su fraintendimenti o presupposti errati, che non conducono alla virtù e quindi alla realizzazione dell’uomo, ma diviene essa stessa oggetto di contesa e fonte di dissensi. In tal caso l’amicizia sfocia nel contrasto, ed è destinata alla dissoluzione a causa dei differenti fini per i quali essa veniva perseguita, “non era infatti, l’amico per se stesso che essi amavano, ma le soddisfazioni che ne derivavano, e queste non sono permanenti; è per questo che non sono permanenti neanche le amicizie”.

Il bene, poi, non è soltanto qualcosa che si fa, ma anche qualcosa che si contempla e la cui vista allieta per la bellezza, infatti dire «bene» equivale a dire «bello» : “Pulchrum et bonum in subiecto quidam sunt idem” . Afferma poi Aristotele che la felicità consiste anche nel bearsi della bontà delle azioni virtuose degli amici. La contemplazione del bene, quindi, edifica e perfeziona e di conseguenza rende felici. Tuttavia, essendo la felicità principalmente un’attività, e quindi un divenire costante, essa non può essere considerata un qualcosa che si consegue in maniera stabile. Dunque la felicità si nutre del bene, praticato e contemplato. In pratica non è l’amicizia comunemente intesa che è un bene in sé, ma soltanto l’amicizia “secondo virtù”. 

Inoltre, fondamento dell’amicizia secondo virtù è il sentimento che l’uomo nutre verso se stesso. L’uomo virtuoso, infatti, non cerca la compagnia per fuggire se stesso, per dimenticarsi della propria miseria, ma poiché, amando se stesso, ama in egual misura gli altri. Si acquisisce quindi la consapevolezza che all’incapacità di stare bene con se stessi corrisponde un’incapacità di stare bene con gli altri. Se è vero, infatti, che “l’amico è un altro se stesso [e che] l’uomo virtuoso, inoltre, vuole passare la vita con se stesso, giacché ciò gli fa piacere”, ne consegue che l’amore per il prossimo procede e dipende dall’amore che ciascuno nutre o non nutre per se stesso. Si può facilmente comprendere quindi che l’amicizia, o meglio, l’amicizia secondo virtù, presuppone una concezione positiva dell’uomo in generale, e un sentimento di benevolenza verso se stessi. 

Molta gente, però, quando parla dei suoi «amici», intende dire piuttosto i suoi compagni, i tesserati del proprio circolo culturale, gli “amiconi” di bevute e di serate improbabili. Ma spesso non si tratta di vere amicizie.

Per di più, oggi sembra imperare la convinzione, che ogni vera e profonda amicizia abbia in realtà un sottofondo omosessuale. Un sospetto che (ahimè) colpisce quasi tutti gli amici sinceri. Tuttavia, dice C.S. Lewis, “chi non riesce a concepire l’amicizia come un affetto reale, ma la considera soltanto un travestimento, o una rielaborazione, dell’eros, fa nascere in noi il sospetto che non abbia mai avuto un amico”.

Inoltre, nel panorama sociale di oggi, in cui si sguazza nella più disordinata promiscuità, senza regole né pudore, è lecito e doverso chiedersi, può davvero esistere l’amicizia tra un uomo e una donna, specie se giovani? Per il buon vecchio J.R.R. Tolkien sembra proprio di no: “Due intelligenze che abbiano una vera affinità mentale e spirituale possono avere un corpo femminile e uno maschile e desiderare di realizzare un’«amicizia» indipendentemente dal sesso. Ma nessuno può farci conto. Uno dei due partner deluderà l’altro (o l’altra) innamorandosi. Ma di solito (di norma) un giovanotto non vuole davvero «amicizia», anche se lo afferma. Di solito è cosi per molti giovani. Un giovane vuole l’amore: innocentemente e tuttavia irresponsabilmente, forse”. Ѐ politicamente scorretto? Forse, ma questa è la realtà e noi, solitamente, le crediamo. Saremo fuori moda, ma almeno eviteremo inconvenienti spiacevoli.

L’amico in definitiva è colui che cerca, vuole e ci fa il bene, non soltanto colui con il quale condividiamo un’“esperienza”. Come il medico che ci somministra la medicina amara. Quel bene per noi passerà pure attraverso l’amarezza, ma in quel momento chi può dirsi più amico per noi di quel medico? Cercare, dunque, e curare le amicizie secondo virtù, questo rende l’uomo più “uomo” e quindi più simile a Dio, Trinità in eterna relazione d’Amore.

Un esempio concreto?

 

3 commenti :

  1. Ho scritto qualcosa sul mio blog, http://italiaemondo.blogspot.it/2013/04/lamicizia-oggi-e-difficile.html

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  2. Grazie della gentile citazione. Concordo pienamente sul discorso dei social network, i quali creano un sistema di amicizie "fittizie" e virtuali. Molto spesso, poi, violano quell'intimità necessaria all'integrità della propria persona che ci rende persone specifiche e interessanti, dotate di una sfera invalicabile e che dovrebbe rimanere inaccessibile, se non a pochi, appunto, intimi amici. Queste piattaforme virtuali conducono, a mio avviso, ad un appiattimento generale e diffuso dell'umanità.

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  3. "oggi sembra imperare la convinzione, che ogni vera e profonda amicizia abbia in realtà un sottofondo omosessuale"

    ??????

    hai avuto esperienze particolari? a me, ti assicuro, non è mai successo.

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