30 aprile 2013

Il governo Letta e il cretinismo della sinistra

di Marco Mancini

In politica, si sa, essere cretini è peggio che essere disonesti. Questa massima spiega il dramma attraversato dalla sinistra italiana, e con essa da tutto il Paese, nelle ultime settimane, diciamo a partire dal lunedì sera post-elettorale.

Il risultato delle urne era stato chiaro: nessuno schieramento era autosufficiente. Il centro-sinistra, assicuratosi per un soffio il premio nazionale alla Camera, non disponeva della maggioranza in Senato. Data l’indisponibilità di Grillo a siglare un patto di governo, la strada era praticamente obbligata: o un governo di grande coalizione con il PdL, o il ritorno al voto. Invece no: Bersani (ve lo ricordate, Bersani?) si è incaponito nel ricercare un’improbabile terza soluzione, corteggiando gli eletti del Movimento 5 stelle e mandando i suoi uomini – e le sue donne, come Alessandra Moretti – in TV a dire che mai e poi mai avrebbe accettato un governo con l’odiato Caimano.

Infatti, diceva Bersani, gli italiani si sono espressi a favore di un governo di cambiamento. Non è ben chiaro il motivo per cui, nella testa dell’ex segretario del PD, questo “cambiamento” dovesse necessariamente passare per un governo guidato dal suo partito, che semmai di una tale pulsione aveva fatto elettoralmente le spese, e per l’eliminazione politico-giudiziaria del suo principale antagonista. O perché, nell’onirica prospettiva dell’uomo di Bettola, il movimento di Beppe Grillo, che durante la campagna elettorale aveva avuto come slogan “tutti a casa”, dovesse usare nei confronti del PD un trattamento diverso da quello riservato agli altri, consentendogli addirittura di formare un governo. Fatto sta che con la cantilena del “governo di cambiamento” si è tirato a campare per qualche settimana, fino all’elezione del Presidente della Repubblica, con tutto il seguito che sappiamo.

La stupidità è peggiore della disonestà, si diceva. Se la sinistra italiana non avesse smesso di fare politica per dedicarsi, come ha commentato Giulio Sapelli, all’agitazione e propaganda, se non fosse ancora preda di un antiberlusconismo insano e feroce, se non fosse stata infetta dal virus del moralismo giustizialista e di certo azionismo malato, si sarebbe accorta di una cosa molto semplice: che la matematica imponeva, a meno di non tornare al voto, un accordo con il PdL. Che le urne avevano effettivamente espresso un’esigenza di cambiamento, rispetto all’agenda Monti e alla politica fiscale imposta dall’UE. Che Berlusconi aveva ottenuto un buon risultato proprio spingendo sulla critica all’austerità e al governo dei tecnici e che ciò avrebbe potuto costituire una buona base di partenza per costruire un percorso comune.

Se la sinistra italiana non fosse preda di questo odio cieco e demenziale, oggi Bersani sarebbe presidente del Consiglio di un governo di coalizione che, con la legittimazione derivante da una forte maggioranza parlamentare e dal fresco esito elettorale, avrebbe come priorità la rinegoziazione dei vincoli europei e la lotta all’austerità, con curiose e affascinanti convergenze tra Fassina e Brunetta. Invece, dopo lo sfoggio di inutile e irritante intransigenza al quale abbiamo assistito, Bersani è stato fatto fuori, Prodi bollito, Napolitano rieletto. E l’Italia si ritrova un governo Letta che costituisce una riedizione giovanilista della linea Monti e presenta nelle caselle-chiave (Economia, Welfare) tecnici pronti a tenerci legati al carro dell’ortodossia eurocratica. Volevano il cambiamento, hanno ottenuto il Monti-bis riveduto e corretto. Bravi, compagni, ottima strategia! A voi non la si fa.

P.S.: sia chiaro che, nelle condizioni date, poteva capitarci di peggio. Lo spettro del governo Bersani-Vendola-Rodotà-Marzano è stato scongiurato. Le questioni dei “diritti civili” sono state accantonate (vedremo se ricompariranno nel dibattito parlamentare). Nel nuovo esecutivo figurano persone stimabili, da Gaetano Quagliariello a Beatrice Lorenzin. E’ la linea politica generale che, per ora, convince poco.

P.S.2: ha fatto molto discutere lo scambio di frecciatine tra Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri, pure inseparabili fino a qualche tempo fa. Se il primo ha fatto maliziosamente notare l’assenza di ex AN nel nuovo governo, il secondo ha risposto ironizzando sulla marginalità e l’irrilevanza degli scissionisti di Fratelli d’Italia, facendo imbufalire anche Guido Crosetto. Polemiche a parte, è comprensibile che in una grande coalizione siano stati selezionati per far parte dell’esecutivo elementi più “moderati” e meno indigesti: basti pensare che sono rimasti fuori anche tutti i berlusconiani ortodossi. La vera decimazione della destra ex-AN, piuttosto, si è avuta nella rappresentanza parlamentare ed è il riflesso del naufragio di un’intera classe dirigente, non solo della parte rimasta nel PdL. 
 

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