04 aprile 2013

Quello che spesso si dimentica di dire

di Giulia Tanel

“Paternità, maternità, diversità”, “Matrimoniofili, non omofobi”, “Siamo tutti nati da un uomo e una donna”… sono questi solo alcuni degli slogan che hanno colorato le vie di Parigi lo scorso 13 gennaio, in occasione de La Manif pour tous. Un evento, quello parigino, che ha sortito un enorme successo in quanto a numero di partecipanti e che ha visto sfilare assieme cristiani, ebrei, mussulmani e – fatto mai sufficientemente rimarcato – anche gli omosessuali del collettivo Homovox.

Abbiamo richiamato questa importante manifestazione per presentare la traduzione in lingua italiana di “Quello che spesso si dimentica di dire – Matrimonio omosessuale, omogenitorialità e adozione” (Cultura Cattolica & Salomone Belforte & C., 2013, 10 euro), a firma del Gran Rabbino di Francia Gilles Bernheim, pubblicato in Italia in un’edizione arricchita dagli autorevoli interventi di Mons. Negri, di Giorgio Israel e del rabbino Alberto Moshe Somekh.

Nel saggio Bernheim chiarisce fin dall’introduzione come sia di «massima importanza esplicitare la vera posta in gioco legata alla negazione della differenza sessuale» (op. cit., p. 19) e mette altresì in evidenza gli effetti negativi che l’introduzione del matrimonio omosessuale provocherebbe nella società, come ad esempio «il rischio irreversibile di una confutazione di genealogie, di norme (il bambino-soggetto, diventa bambino-oggetto) e di identità» (p. 21).

Nella prima parte del saggio, sulla base di argomentazioni razionali, il Gran Rabbino di Francia analizza otto argomentazioni avanzate dai sostenitori del matrimonio omosessuale e ne propone una puntuale confutazione.
Gli omosessuali sono vittime di discriminazione? Assolutamente no, afferma Bernheim: infatti, «il matrimonio non è unicamente il riconoscimento di un amore. È l’istituzione dell’alleanza dell’uomo e della donna con la successione delle generazioni. È l’istituzione di una famiglia, cioè di una cellula che crea una relazione di filiazione diretta fra i suoi membri. Oltre alla vita comune di due persone, organizza la vita di una Comunità composta di discendenti e di ascendenti» (p. 24).
Inoltre, a chi avanza pretese in nome della protezione del coniuge, il Gran Rabbino non esita a rispondere che la legge francese fornisce già tutele in tal senso e che, ad ogni modo, «la protezione del coniuge non può essere sufficiente a mettere in discussione l’istituzione del matrimonio» (p. 28).

Riguardo l’omogenitorialità, Bernheim sottolinea come per essere genitori non sia sufficiente donare amore ad un bambino, bensì sia necessario essere in grado di offrirgli «una genealogia chiara e coerente per posizionarsi come individuo» (p. 29). Essere genitori non è un diritto, non lo è per gli eterosessuali (si pensi ai casi di sterilità, oppure ai tentativi di adozione che non conseguono l’esito sperato), quindi secondo quale criterio dovrebbe esserlo per gli omosessuali?
È vero che già oggi sono molti i bambini figli di una coppia omosessuale, così come sono tanti i bambini in attesa di adozione. Queste due constatazioni, tuttavia, non sono di per sé bastanti per legittimare l’introduzione del matrimonio omosessuale e il permesso di adottare: da un lato perché il dato di realtà non crea diritto; dall’altra, in quanto – chiosa con limpidezza il Gran Rabbino – «l’adozione c’è per dare una famiglia al bambino, non viceversa» (p. 37).

Infine, Bernheim evidenzia come i numeri inerenti il matrimonio omosessuale siano assolutamente sovrastimati e, in seconda battuta, come il tentativo di far legalizzare il matrimonio omosessuale sia «per molti fra loro [militanti LGBT, ndr], un cavallo di Troia. Il loro progetto è più ambizioso: la negazione di ogni differenza sessuale» (p. 39).
Ed è proprio la negazione della connotazione sessuale biologicamente determinata, in nome di una libera scelta del proprio orientamento sessuale, la finalità propagandata dagli esponenti della “gender theory” e della “queer theory”. Istanze, queste, che negano la constatazione secondo la quale «la dualità dei sessi appartiene alla costituzione antropologica dell’umanità» (p. 50).
L’essere creati maschio o femmina, lungi dal costituire uno svantaggio, è invece una ricchezza che, nella complementarietà dei sessi, spinge l’uomo e la donna ad unirsi carnalmente e spiritualmente per diventare «una sola carne» (Gn 2,24), «a immagine di Dio» (Gn 1, 27).

 

0 commenti :

Posta un commento