17 aprile 2013

Ricercare il fondamento: perché abbiamo ancora bisogno della cultura

di Alessandro Rico

Un paio di settimane fa, con il solito tono indistinguibilmente serio e faceto, Vittorio Sgarbi ha suggerito il suo premier ideale: Riccardo Muti. Manco a farlo apposta, il giorno dopo il Corriere ospitava una bellissima intervista al grande direttore d’orchestra, che almeno costringeva il lettore ad apprezzare l’acume dell’analisi di un uomo di cultura come Muti. Questo, per rimanere in tema musicale, offre il La a una più ampia riflessione sul ruolo della cultura nella società italiana, specialmente in questa fase storica così delicata.

Partirei da una domanda ovvia: che ce ne facciamo della cultura se non arriviamo a fine mese? Ci siamo convinti che la soluzione ai problemi del nostro tempo sia puramente tecnica, quasi che la politica, l’economia e la società fossero delle auto in panne cui serve solo un bravo meccanico. Ma non ci rendiamo conto che ogni intervento pratico s’inscrive in un preciso quadro teorico e che una teoria sbagliata insegna una tecnica disastrosa. Questo è il senso della cultura, oggi e sempre: interrogarsi sul fondamento della nostra realtà. E il fatto stesso di farsi delle domande è forse più importante delle risposte. 

Può sembrare retorico o scontato. Allora fatevi un giro per strada e chiedete alle persone cos’è per loro la cultura. Toccate l’indifferenza, se non l’insofferenza che aleggia quando qualcuno tira fuori il termine cultura. Accendete la televisione, leggete i giornali e sperimentate la desolante commistione di cultura e culturame. Il paradigma dell’intellettuale è Roberto Saviano; chi scrive di cultura, in terza pagina, è Maurizio Ferraris, quello del New Realism e di Zettel Filosofia (Rai 3), dove nega il diritto naturale e ci spiega che la morale e le istituzioni sono pure convenzioni modellabili a nostro piacimento. La traduzione di questa posizione la leggiamo ogni giorno su La 27 ora, il blog del Corsera: viva l’aborto e abbasso la famiglia tradizionale. Tutto questo è possibile perché certi contenuti s’impongono per inerzia. Siamo troppo pigri per interrogarci sul «fondamento». Alla fine, a difendere il matrimonio gay rimane solo Ruggiero, una macchietta televisiva che serve ai nuovi illuministi, come penso li chiamerebbe Ferraris, per accrescere il proprio senso di superiorità.

Per superare questo stallo non basta che la cultura cattolica e quella liberal-conservatrice rialzino la voce. Io credo che ci sia innanzitutto uno steccato da abbattere, quello tra la filosofia e la tecnica. La settorializzazione del sapere e l’impatto tecnologico della scienza pura hanno divaricato sempre più la figura del tecnico da quella del teorico. Un tempo la scienza si chiamava filosofia naturale; adesso non è raro imbattersi in chi non ha la minima idea del motivo per il quale si spendono soldi per un acceleratore di particelle. Il discorso vale per la scienza, ma anche per l’economia, che è stata trasformata in un sapere ragionieristico dimenticando il suo legame con la morale (sarà un caso che Smith era un «moralista»?), con la filosofia del diritto, con l’antropologia filosofica.

Penso all’Istituto Bruno Leoni, un think tank di pregevole qualità che ha però una vocazione esclusivamente economica, spesso econometrica, mette nel suo Pantheon Hayek e Mises ma produce ben poca filosofia (e quando lo fa, purtroppo, non oltrepassa il libertarismo di Carlo Lottieri, persona stimabile e intellettualmente coraggiosa, ma che aderisce a una versione del liberalismo che non mi pento di definire spuria). Penso anche agli anatemi che la Chiesa scaglia contro il capitalismo, quasi sempre, a mio avviso, senza conoscere veramente l’economia politica (ignorando soprattutto quella Austriaca), come per uno stanco protocollo moralistico.

Mi sono formato su un autore che parla di divisione sociale della conoscenza, quindi non credo che ci sia un solo individuo capace di diventare sommo filosofo, sommo economista, sommo scienziato. La nostra limitatezza ci permette tuttavia di recuperare una dimensione comunitaria e dialogica, di superare i pregiudizi e le diffidenze tra i vari rami del sapere, alla ricerca di una collaborazione sistematica. Anche se ciò non significasse risultati altrettanto sistematici. Evidenziare le fratture, le inconciliabilità, le aporie di ogni concezione del mondo non può che stimolare ulteriormente la ricerca. 

Non bisogna pertanto perdere di vista i tre postulati essenziali di una cultura, che non sia una variazione sul tema antiberlusconiano, né una malriposta smania di onnipotenza da una prospettiva «monastica» (per cui come le monadi, appunto, filosofia pura e tecnica pura rivendichino a sé il monopolio della verità): 1) che la riflessione sul «fondamento» ha senso proprio in virtù della nostra limitatezza e della scarsità delle risorse di cui possiamo servirci; 2) che la presa di coscienza del limite tiene uniti il bisogno di trovare e quello di capire che non si può mai smettere di cercare lo stesso fondamento. Insomma, noi abbiamo una ragione e non una Ragione, non possiamo prescindere dall’esperienza accumulata (la tradizione) ma neppure dobbiamo accettarla integralmente e acriticamente; 3) che, contro il volgare materialismo storico e contro l’unilaterale hegeliana nottola di Minerva (la filosofia arriva sempre tardi, quando la realtà è già bell’e fatta), avevano ragione ancora Mises e Hayek: le idee influenzano la realtà e sebbene troviamo sempre qualcosa di già dato, siamo chiamati a pensare e ripensare noi stessi e il mondo. Foss’anche per difendere proprio il già dato, che non è eterno e inattaccabile, ma può crollare sotto i colpi dei distruttori, nell’indifferenza o nell’incapacità di chi resta a guardare.   
 

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