13 aprile 2013

Beato Rolando Rivi, martire dell'antifascismo rosso

di Andrea Virga

Il 28 marzo 2013 è stato proclamato che l’uccisione del Servo di Dio Rolando Rivi, di cui oggi ricorre l'anniversario della morte, è avvenuta in odium fidei. Si è trattato quindi di un vero e proprio martirio e, come tale, egli potrà essere beatificato, senza bisogno di un miracolo compiuto per sua intercessione. Insieme a lui, decine di altri martiri del Novecento, vittime del nazionalsocialismo (come Giuseppe Girotti) o del comunismo in Spagna e nell’Europa Orientale[1].

In breve, i fatti: Rolando Rivi era un seminarista quattordicenne di S. Valentino di Castellarano, sempre riconoscibile poiché già indossava l’abito talare, avendo iniziato il seminario minore a Marola. Dopo la chiusura forzata di questo, a causa degli eventi bellici, era tornato a casa, continuando ad essere attivo nella parrocchia e a testimoniare la fede in Dio e nella Chiesa, nonostante il crescente anticlericalismo mostrato dai comunisti. Il 10 aprile 1945, mentre ormai iniziava l’offensiva finale alleata, il ragazzo fu sequestrato per tre giorni da una banda di partigiani comunisti, i quali tentarono di spingerlo all’abiura, ordinandogli di sputare su un Crocifisso. Poiché il giovane non cedeva, lo torturarono, seviziarono e, infine, trucidarono con due colpi di pistola, alle ore 15 di venerdì 13 aprile. Della sua talare fecero un pallone con cui giocare a calcio. Il corpo fu ritrovato dal padre e dal parroco in un bosco presso Piane di Monchio[2]. I colpevoli, Delciso Rioli e Giuseppe Corghi, furono condannati nel 1952 a 23 anni di carcere, ma beneficiarono di una parziale amnistia.

Questo fatto solleva tre importanti riflessioni: la prima sta nel fatto che la sua storia ci ricorda che la santità è per tutti, indipendentemente dall’età, come mostrano altri fulgidi esempi di santi adolescenti come San Domenico Savio e Santa Maria Goretti. Se dunque Dio si è degnato di accogliere a Sé dei giovani che, nel loro piccolo e pure nella tragicità di certi eventi, hanno saputo comunque testimoniare fino in fondo la Fede in Cristo, a maggior ragione noi ormai adulti e dotati di ben altri sussidi, sia materiali che spirituali, non abbiamo alcuna scusa per resistere alla chiamata alla santità che Cristo pone a tutti gli uomini.

La seconda sta nella nobile testimonianza che un ragazzino come Rivi ha saputo dare riguardo all’abito sacerdotale. Oggi che ormai la stragrande maggioranza dei sacerdoti portano al più il clergyman, e gli stessi seminaristi maggiori sono scoraggiati dall’indossare l’abito talare, non è irrilevante ribadire l’ennesimo esempio di chi quell’abito, come segno di vocazione sacerdotale e di distinzione sociale, lo seppe portare fino al martirio e alla morte. La luminosa figura del Servo di Dio Rolando Rivi si staglia contro ogni annacquamento della dignità del sacerdote, visibile anche nei suoi tratti esteriori, come appunto l’abito, sia questo imposto da una legislazione laicista o, più frequentemente, dal lassismo individuale e collettivo.

La terza riflessione è di carattere storico, invece, e si colloca nel quadro dei rapporti tra la Chiesa e il comunismo. Il caso di Rolando Rivi non è affatto isolato, ma è uno dei numerosi sacerdoti assassinati dalle forze partigiane comuniste durante la guerra civile del ’43-’45 (e i cui strascichi si prolungarono ben oltre la fine della guerra mondiale). Se si guarda alla geografia di questi tragici assassinii, essi si concentrano soprattutto nella Venezia Giulia, ossia dove i comunisti italiani erano asserviti al genocida espansionismo jugoslavo, e nell’Emilia-Romagna, ossia dove maggior peso politico avevano le formazioni partigiane comuniste. Il libro “Storia dei preti uccisi dai partigiani” di Roberto Beretta, riporta fedelmente 129 di questi casi, da quelli, magari più controversi, in cui il sacerdote assassinato aveva effettivamente avuto rapporti con il fascismo, come don Carlo Terenziano, a quelli in cui la vittima aveva prestato assistenza ai deportati, come la M.O.V.C. don Francesco Venturelli. Alcuni di questi, come il Beato Francesco Bonifacio, massacrato e infoibato dai titini, sono stati già canonizzati.

Risulta perciò evidente come la questione esuli dal pur violento scontro politico e ideologico tra fascisti e antifascisti, o della lotta di liberazione contro l’occupazione militare tedesca, che entrambe mieterono pure numerose vittime tra i sacerdoti, si pensi al caso, rispettivamente, di Don Minzoni, vittima dello squadrismo, e di Don Giuseppe Morosini, fucilato alle Fosse Ardeatine. Rivi, che pare avesse simpatie per i partigiani cattolici, e gli altri martiri furono massacrati a causa della loro Fede e della loro condizione sacerdotale, da parte di quelle frange comuniste dichiaratamente anti-cristiane. In Italia si trattò di casi minoritari, non paragonabili alla Spagna repubblicana, dove furono martirizzati oltre 6000 religiosi, o al Messico radicale, o alla Francia rivoluzionaria, o ancora all’Unione Sovietica, ma la matrice di questi crimini è la medesima.

Nel nostro Paese, però, prevalse una linea di conciliazione del comunismo verso la religione cattolica, sia per convenienza, vista la grande influenza che ancora esercitava la Chiesa Cattolica in Italia, sia per intima convinzione di numerosi militanti comunisti, che in buona fede ritenevano conciliabili la via italiana al socialismo – che, all’atto pratico, per come questo trovò sfogo nel PCI, fu essenzialmente una socialdemocrazia – e il messaggio evangelico di giustizia sociale. Tuttavia, sul caso di Rivi, come di altri, la posizione dell’ANPI e della sinistra radicale resta ai limiti del negazionismo[3]: «pur avendo avuto un ruolo nelle formazioni partigiane della zona, commisero un reato di delinquenza comune e non furono spinti da ragioni ideologiche come si vorrebbe far intendere.» Questo rifiuto di ammettere gli errori e i crimini compiuti dalla cosiddetta Resistenza e l’insistenza nel continuare a mantenere aperte le ferite perpetuando una logica da guerra civile sono da settant’anni il modus operandi dell’antifascismo militante. È perciò a questo antifascismo ideologico ed acritico, macchiato del sangue di migliaia di Italiani, tra cui decine di sacerdoti, che i cattolici – anche quelli fortemente critici verso il fascismo –, non possono che opporre un netto rifiuto.



[1] http://attualita.vatican.va/sala-stampa/bollettino/2013/03/28/news/30696.html
[2] http://digilander.libero.it/freetime1836/libri/libri69.htm
[3] http://emilia-romagna.anpi.it/modena/archivio_res/febbraio_09/art_14_02_09.htm 
 

4 commenti :

  1. Avviso ai naviganti: non saranno ancora tollerati commenti di tenore giustificazionista sull'assassinio di un seminarista di 14 anni, come quelli che ho appena cancellato. Andate a dare prova della vostra abiezione fuori di qui, grazie.

    MM

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    1. Francesco Mastromatteo14 aprile 2013 10:22

      continuo a dire che bisognerebbe obbligare i commentatori a firmarsi con il profilo di facebook. In questo modo tanti leoni da tastiera finirebbero di nascondersi nell'anonimato

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  2. Onore al camerata Virga!

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  3. Mi piacerebbe sapere in che termini abbiano potuto sostenere un discorso apologetico dei cani in questione.

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