09 maggio 2013

Andreotti, il Machiavelli democristiano

di Andrea Virga

«Non sono pronto. Spero di morire il più tardi possibile. Ma se dovessi morire tra un minuto so che nell'aldilà non sarei chiamato a rispondere né di Pecorelli, né della mafia. Di altre cose sì. Ma su questo ho le carte in regola.» (Corriere della Sera, 3 maggio 1999).

Era una morte a lungo attesa, a giudicare dalla sua presenza nell’umorismo popolare italiano: man mano che gli anni passavano ed altri grandi personaggi della politica passavano a miglior vita, si susseguivano le battute, di vario gusto, sulla sua longevità, o addirittura immortalità. Eppure, ora che Giulio Andreotti è morto davvero, la prima reazione è per molti di noi quella d’incredulità. Naturalmente, non sono mancati né gli sperticati elogi di rito (fortunatamente, pochini) né le invettive e i cachinni post mortem. Tracciarne, tuttavia, un profilo, per quanto breve, richiede una certa equanimità, essenziale per cogliere la complessità della sua figura di statista.

Nato a Roma il 14 gennaio 1919 e laureato in Giurisprudenza (1941), la sua carriera politica ebbe inizio a partire dalla Federazione Università Cattolica Italiana, di cui diresse la pubblicazione “Azione Fucina” (1939), per poi presiederla dal 1942 al 1944, succedendo ad Aldo Moro. Amico di De Gasperi, partecipò alla stesura del Codice di Camaldoli (1943), e venne poi designato dal politico trentino alla Consulta Nazionale (1945) e all’Assemblea Costituente (1946). Dal 1948 ad oggi, prima eletto come deputato poi nominato senatore a vita (1991), era sempre stato ininterrottamente membro del Parlamento italiano. Esordì in incarichi di governo come Segretario del Consiglio dei Ministri (1947 – 1954), per poi diventare il più giovane Ministro degli Interni (1954). In questo periodo, presiedette sette Governi (1972 – 1973, 1976 – 1979 e 1989 – 1992) e ricoprì per ventuno volte la carica di Ministro, in particolare alla Difesa (sette volte, 1959 – 1966 e 1974) e agli Esteri (cinque volte, 1983 – 1989).

In questo mezzo secolo d’attività, fu quindi uno dei protagonisti della politica italiana. A voler individuare la cifra del suo agire politico, la si può esprimere in un realismo politico, del tutto in linea con la tradizione non solo italiana, ma più in generale cattolica, da Machiavelli a Schmitt, dai Papi ai Savoia. Questo realismo nasce dalla consapevolezza della limitatezza degli esseri umani e si traduce da una parte in un’umiltà e sobrietà personale, dall’altra nel compimento del proprio dovere di servitore dello Stato, con polso e freddo pragmatismo, fino al gesuitismo e al cinismo. In questo senso, l’immagine positiva di un Andreotti modesto, schivo degli onori e lontano dai riflettori mediatici combacia perfettamente con l’immagine negativa di un Belzebù della politica, “scatola nera” di tutti gli intrighi di potere della Prima Repubblica.

Un esempio preclaro di questo realismo ci è dato dal suo rapporto con gli avversari, che seppe osteggiare e combattere, senza affettare pregiudizi ideologici. Si oppose al fascismo, durante la guerra civile, e ancora più tardi, declinò sempre alleanze con il MSI, in quanto inopportune, ma senza nutrire mai quell’antifascismo ideologico proprio delle sinistre. Al tempo stesso, pur operando sempre all’interno di una politica atlantista, volta al contenimento dei comunisti, restò comunque alieno da certo rabbioso maccartismo, tipico delle destre, al punto da arrivare a sostenere un governo di compromesso storico, ma secondo la “politica dei due forni”, ossia l’appoggiarsi al PSI o al PCI a seconda delle convergenze. Era la vecchia politica della sinistra democristiana di governare l’Italia, mantenendosi il più possibile autonoma sia dagli agenti di Mosca sia dai camerieri di Washington. Andreotti, Ministro della Difesa ai tempi di Fanfani e Ministro degli Esteri sotto Craxi, seguì questa strada, conducendo una politica mediterranea filoaraba e parzialmente autonoma rispetto alle direttive NATO.

L’altra faccia di questo pragmatismo resta però oscura. Ciò non dipende, però, tanto dai suoi coinvolgimenti con personaggi quali Licio Gelli o Michele Sindona, o dai suoi effettivi rapporti con Cosa Nostra, di cui costituì plausibilmente uno degli interlocutori istituzionali: la stessa Repubblica Italiana – dallo sbarco in Sicilia alla repressione dei moti contadini e operai e al mantenimento dell’egemonia elettorale democristiana – è stata del resto fondata con il concorso della mafia, della massoneria e dei servizi segreti stranieri. Questa sporcizia scandalizza i paladini della legalità borghese, esportatori di democrazia e diritti umani a suon di bombe, ma è il prezzo che un popolo deve pagare per aver perduto la propria sovranità; insieme alla sua dose di bombe (da Gorla e Via Rasella a Bologna e Capaci), naturalmente. Chi ne tocca i fili, da Mattei a Dalla Chiesa a Falcone, muore, e Andreotti era troppo furbo per morire.

Il vero lato oscuro del realismo democristiano, da lui incarnato, è tuttavia un altro, in parte legato a quanto detto sopra, ossia la lenta ma inesorabile secolarizzazione, anzi scristianizzazione, dell’Italia, a cui un partito dichiaratamente cristiano presiedette senza mai reagire, come un topo ipnotizzato da un serpente. La ricerca accurata della stabilità politica, la gestione misurata del consenso e degli equilibri, l’abdicazione ad un ruolo formativo dello Stato nei confronti della Nazione e il fallimento nel coinvolgimento delle masse avevano indebolito man mano le nuove generazioni di elettori cattolici, anche per colpa di un clero travolto dagli entusiasmi conciliari e ridotto a inseguire pateticamente lo spirito del mondo. Gli eventi cruciali di questa discesa agli inferi sono stati la legalizzazione del divorzio (1970) e dell’aborto (1978), a cui fece seguito il fallimento dei relativi referendum abrogativi (rispettivamente 1974 e 1981).


Andreotti, che firmò di persona la legge sull’aborto, e con lui l’intera classe politica democristiana, permise e tollerò questi crimini. In nome di questo realismo, non solo si è retto lo Stato, ma si è dato il via alla disgregazione delle famiglie italiane e sono stati condannati a morte milioni di bambini non nati. Di questo, ancora oggi, dovrebbero tenere conto quei cattolici che ancora straparlano di male minore e di voto utile: quel pragmatismo che può essere positivo in fatto di politica estera, economica e sociale, non lo è quando si tratta di principi non negoziabili.
 

0 commenti :

Posta un commento