24 maggio 2013

Dio accolga con sé don Gallo, ma ci liberi dai «gallini»

di Alessandro Rico

Don Andrea Gallo è tornato alla casa del Padre. Al Signore rivolgiamo le nostre preghiere, perché lo accolga nella Sua pace. La pietà per il defunto non elimina, ovviamente, la distanza che ci separa da ciò che quest’uomo ha voluto rappresentare: un movimentista, un pauperista, certamente un filantropo, ma non un sacerdote cattolico. Peggio di don Gallo sono però i «gallini», i suoi seguaci o ammiratori, dentro e soprattutto fuori la Chiesa. Perché, come diceva qualcuno, se un prete è un cattivo prete, trascina con sé un sacco di gente cui ha dato cattivo esempio. 

Tanto per cominciare, i giornali di una certa intellighenzia che ama definirsi «laica» e che precisamente è votata a un’oltranzista militanza atea. I giornali che hanno chiamato don Gallo «il prete degli ultimi», quasi che San Francesco, San Celestino, don Bosco, padre Kolbe, padre Pio, esercitassero il sacerdozio a esclusivo vantaggio di ricchi capitalisti sfruttatori. Santoro, che lo definisce «prete partigiano» e cui consigliamo di leggere Carl Schmitt, per schiarirsi le idee sulla differenza tra Chiesa e «teoria del partigiano».

Già la circostanza per cui il compianto godesse di grande stima nel mondo della sinistra cosiddetta «antagonista», tra chavisti d’accatto, omosessualisti e anticlericali, la dice lunga sul suo «pedigree». Il grande equivoco di don Gallo è consistito nello scambiare il kerygma per un’esortazione alla rivoluzione politica, Cristo per un Che Guevara, la promessa di salvezza per il riscatto del proletariato. Per di più incorporando bakuninianamente, in questa categoria, mendicanti, bohémien, disadattati e diseredati di ogni genere. Un equivoco ben esemplificato da una frase che fa inorridire chi si dice cattolico e, perciò, dovrebbe tenere insieme le opere e la fede: «I miei vangeli non sono quattro. Noi seguiamo da anni e anni il vangelo secondo De Andrè». Insomma, una religione fai da te, una teologia bricolage che certamente non ha impedito a don Gallo di fare del bene, ma sicuramente non gli ha consentito di incarnare quel che un cristiano deve diventare.

Il favore degli anticristiani, si diceva. Un favore sospetto. È sospetto che la Chiesa piaccia a chi vuole essere suo nemico, a chi proclama l’ateismo di Stato, condanna la proprietà privata, rinnega i valori e rigetta persino il principio della difesa della vita fin da suo concepimento. C’è una sola persona cui la Chiesa deve piacere, e quella persona è Cristo. Se questo non è di moda, se non è politicamente corretto o spendibile, non fa differenza. La Chiesa è nel tempo, ma trova il suo senso nell’eterno. È «nel mondo, ma non del mondo». 

Questo, i «gallini» non possono e non vogliono capirlo. Mentre la Chiesa vive la realtà seguendo una persona, essi la interpretano seguendo un’ideologia. Perciò non si contentano di avanzare pretese giuridiche, non si contentano di rivendicare «diritti sociali» e il predominio della loro forma politica. I nemici del cattolicesimo vogliono impossessarsi pure della Chiesa, decidere come questa dovrebbe essere, adattarne i principi e rivoluzionarne la pratica, svincolarla da Cristo e vincolarla a sé. Perché una volta svuotata di Cristo, la Chiesa è un guscio vuoto, la pelle secca di una muta, da abbandonare per la strada.

Per questo le figure come don Gallo, ancorché umanamente meritorie, sono pericolose per la Chiesa, che oggi cedendo su droghe e famiglia tradizionale, domani sull’aborto, dopodomani scompare definitivamente. Se è vero, infatti, che «le porte degli inferi non prevarranno su di essa», dall’altro lato è vero che i cristiani sono «il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato?».

La Chiesa deve amare ed educare, non allestire rivoluzioni. Deve difendere il pensiero libero predicando la sua dottrina, non affermare il pensiero unico predicando il relativismo. Deve curare il malato, visitare il carcerato, nutrire l’affamato e dar da bere all’assetato. Ma deve farlo per Gesù, non per la morale di Kant. Quelli che non ci stanno, non si consacrino. Raccolgano pure il consenso delle piazze, il plauso del laicato, l’irrinunciabile benedizione degli anticapitalisti. Un prete deve farsi ricordare per aver abbracciato la croce, non per il pugno chiuso. Checché ne pensasse don Gallo e checché ne dicano i «gallini», il Vangelo non è di De Andrè; la Chiesa non è di Marx, di Chavez o di Landini. La Chiesa è il Corpo Mistico di Cristo. Tutto il resto è Partito e non ci riguarda. 
 

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