08 maggio 2013

In morte del Divo. E dell’Ancien Regime…

di Paolo Maria Filipazzi

La notizia della dipartita del Divo arriva come una frustata, quasi pari a quella inferta dalla rinunzia di Benedetto XVI. Perché Giulio Andreotti era per gli italiani, anche per quelli che l’hanno sempre odiato,  come il Papa appunto: immortale, immarcescibile, inossidabile. L’aura di eternità che lo circondava non era dovuta solo alla sua veneranda età (94 anni) e neppure al suo essere passato attraverso decenni e decenni di politica italiana. Ancora di più, era quel suo essere, di fatto, l’ultimo statista dell’Ancien Regime.

La chiave per leggere la biografia di Andreotti sta, infatti, nell’infanzia passata in casa della sua venerata zia Mariannina, e nei suo racconti nostalgici dei tempi del Papa Re. Questo è stato il suo marchio indelebile: quello del cattolico papalino, molto diverso dal tipo umano del democristiano al quale a prima vista lo si accosterebbe. Andrea Riccardi lo definì addirittura “un cardinale esterno”. E da questo marchio trasse il suo approccio alla politica: immune da ogni concezione teocratica ed al tempo stesso diffidente da ogni concezione salvifica della politica. I grandi progetti, le grandi visioni politiche, coltivate da Moro e Fanfani, gli erano estranei. Vero è, dunque, che per lui la politica era mera gestione del potere. Ma lo era alla maniera nobile di un Metternich o di un Talleyrand, per cui il potere era strumento di garanzia dell’ordine e dell’equilibrio. Andreotti sarebbe stato benissimo ai tavoli del Congresso di Vienna. Il mondo da cui veniva era quello.

Da qui il suo modo deideologizzato di gestire anche la politica estera: saldo nell’atlantismo in funzione di contenimento del potere del Patto di Varsavia che minacciava l’Italia, fu al tempo stesso ben cosciente dell’indispensabilità, per l’alleato americano, del mantenimento dell’ordine costituito in Italia, di cui egli era l’incarnazione, al fine di mantenere quell’equilibrio. Per questo, assieme ad altri, come Craxi, intuì di essere nelle condizioni per attuare quella politica autonoma e di reale interesse nazionale che contraddistinse l’Italia negli ’80. Andreotti e Craxi, i due uomini di Sigonella, avrebbero pagato caro il proprio patriottismo una volta caduto il comunismo. E’ vero che quell’Italia ebbe anche una vasta zona d’ombra: corruzione, clientelismo, statalismo, assistenzialismo, mafie. Un’eredità pesantissima che ancora oggi grava sulla nostra generazione. Ma resta il fatto che all’epoca esisteva, nella nostra politica, una dimensione di grandezza che oggi è sparita, mentre è rimasto tutto, ed anzi, si è amplificato, il lato meschino di quell’Italia.

Così come è vero che all’immagine di Andreotti si accostano storie di segreti inconfessabili e di turpi malefatte nascoste (ed anche qui, davvero ricorda un personaggio da corte papale!). Non sappiamo fino a che punto fosse vero tutto questo, ma anche in tal caso l’uomo Andreotti va interpretato come una figura shakespeariana che si svela sotto la maschera ingannevole dell’opaco burocrate: la figura dell’uomo di potere di fronte al dilemma fra il compiere un delitto in nome del bene supremo dello Stato, o non compierlo mettendo in pericolo l’ordine a cui ha votato la propria vita. Un indizio di questa dimensione tragica dell’ “essere Andreotti” sta nella vicenda che lo vide controfirmare (lui, suddito fedele del Papa Re!) la legge 194. In diverse occasioni, negli ultimi anni, parlò della sua lacerazione, in quello che definiva il giorno più buio della sua vita. Avrebbe potuto dimettersi, ed in tal caso la legge sarebbe stata controfirmata lo stesso dal suo successore, ma ne sarebbe uscito pulito. Ma erano i giorni del terrorismo e del sequestro Moro, c’era il rischio che la caduta del governo piombasse l’Italia nel caos, addirittura che la DC non tornasse più al potere, secondo quanto egli stesso affermava. E sorge l’interrogativo: tutte scuse o la lacerazione era sincera? Davvero gli effetti delle sue dimissioni sarebbero stati tanto apocalittici? E se avesse avuto ragione, l’aborto non sarebbe stato introdotto lo stesso, accompagnandosi però ad altre conseguenze gravissime che in tal modo furono scongiurate? La risposta non la sapremo mai.

Ora la Giustizia Divina, quella in cui egli credeva davvero, al contrario di molti, troppi altri democristiani (in barba alla storiella di De Gasperi che parla con Dio ed Andreotti che parla col parroco, perché è un elettore), ha già emesso il Suo verdetto, e noi non ci sostituiamo ad Essa. Per quanto riguarda il giudizio terreno, se ne parlerà per decenni, ma intanto resta indelebilmente un titano, nel bene o nel male, nella nostra Storia, al cui cospetto la politica di oggi sembra un formicolare di insetti. 
 

2 commenti :

  1. Al di là di errori politici, "zone d'ombra", ecc., credo che Giulio Andreotti sia stato l'ultimo grande statista italiano.
    Perché dopo di lui, a mio parere, in Italia si son visti solo politicanti.

    P.S.
    Per quanto riguarda la 194, se proprio vogliamo pensar bene, credo che tanti cattolici confidavano nello strumento referendario che avrebbe potuto ristabilire il malfatto, ma non hanno tenuto conto della propaganda e della demagogia di Radicali&C..

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  2. http://malvinodue.blogspot.it/2013/05/nessun-mistero.html

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