04 maggio 2013

Sul governo Letta faccio ἐποχή

di Alessandro Rico

Se i problemi del neonato governo di larghe intese fossero quelli che si pone la gggente, chi ha ancora facoltà di discernimento dormirebbe sonni tranquilli. Inciucio? Senza evocare la retorica della responsabilità, che pure non mi sembra fuori luogo vista la situazione, basterebbe domandarsi perché PD più PdL equivalga alla resurrezione della DC, mentre PD più M5S sarebbe stato «governo di cambiamento». Gli uni dissero «mai con la sinistra» e gli altri «mai con Berlusconi»? Si chiama pragmatismo e ci spaventa meno della decrescita felice. Elettorati divisi, campagne elettorali troppo aspre perché si concluda una pace? Le armi erano affilate, ma le diplomazie sono esperte.

Il vero guaio è il programma. Perché si può ragionevolmente invocare l’esempio della Grossekoalition tedesca, si possono mettere da parte le questioni su cui sarebbe impossibile un accordo e cercare soluzioni condivise – di compromesso – ai problemi più evidenti; si può fare tutto questo e persino governare bene per un’intera legislatura, solo se si fa riferimento a una solida guida. Un programma, appunto. Una cosa ben diversa da un «discorso programmatico», come quello di Letta a Montecitorio. E come l’abito non fa il monaco, il «catoblepa» e altri funambolismi concettuali non fanno un programma. Che non è l’analogo grafico del prodotto di una masturbazione, ma un documento nel quale si indichino finalità, modi e tempi di attuazione, coperture finanziarie, in un’ottica «sistematica»: cioè, non procedendo a random, ma avendo presente un modello di Paese (si trattasse pure, come sarebbe inevitabile per una «strana maggioranza», di un modello un po’ ibrido). È solo un progetto dotato di questa sistematicità che può invertire il senso degli indicatori economici. Per fermare il declino non basta sospendere l’IMU, sbloccare un altro anno di cassa integrazione e sperare che imprese strozzate da una pressione fiscale alla soglia del 70%, ostacolate dallo Stato ladro in ogni tentativo di investire e innovare, si mettano ad assumere grazie a qualche incentivo.

Ad oggi, questo programma non c’è. È vero, però, che è presto per una sentenza. Elaborare un «sistema» non è lavoro di due giorni, almeno non finché le incombenze principali sono tutte tecniche – elezione del Capo dello Stato con annesso congresso dei democratici, stipula di un patto, formazione del governo, giuramento, fiducia. Già nel giro di una decina di giorni, comunque, dovrebbe delinearsi uno scenario più definito. Allora sarà possibile verificare, con una buona approssimazione, se la diffidenza iniziale dovrà trasformarsi nella constatazione di un governo abortito, o se un lavoro sui contenuti potrà aprire prospettive più incoraggianti. La partita che si gioca è delicata, abbiamo sul collo il fiato dei grillini che gongoleranno a ogni inciampo dell’esecutivo. Per ora, fermo restando che il governo Letta è l’unica strada, a meno di ritrovarsi Rodotà, Civati e Crimi, è doveroso prodursi nel gesto tipico dello scetticismo: la sospensione del giudizio.   
 

0 commenti :

Posta un commento