27 maggio 2013

Un paese malato di aborto (II parte)

di Ilaria Pisa - leggi qui la prima parte

Torniamo a Lea Melandri e ai suoi voli pindarici: “Ma se sono madri snaturate, donne capaci di dare la vita così come la morte, non si ammette implicitamente che la violenza che subiscono se la sono in qualche modo meritata?”. La logica scricchiola: il ragionamento reggerebbe soltanto se tra donna-che-sta-per-abortire (o ha abortito) e donna-oggetto-di-violenza (non solo sessuale) ci fosse una significativa sovrapposizione. Dove sono le prove di ciò?

L’interruzione volontaria di gravidanza è ancora vista come «questione morale»”, lamenta la Melandri: davvero naif, non fosse tragica nel mostrare l’anestesia totale della coscienza che porta a negare persino lo statuto morale – non dico l’illiceità – della scelta di abortire.
L’IVG è anche vista “come «questione femminile» - come se non c’entrasse l’uomo”, deplora l’autrice; a suo avviso l’uomo ne è invece coinvolto in quanto violatore e tiranno, a nostro avviso semplicemente in quanto padre. In entrambi i casi, la colpa di questo esclusivismo nel trattare la questione sembra riposare unicamente sulle femministe; ancor oggi, se un uomo prova a convincere una pro-choice dell’esecrabilità dell’aborto, si sentirà rispondere “che cosa vuoi saperne, tu? sei un maschio!”.

Infine, rimprovera ancora la Melandri, l’IVG è vista “come «questione privata»”: la martellante propaganda della “libertà di scelta”, de “l’utero è mio”, ha di fatto confinato la questione al perimetro autoreferenziale della singola donna, in perfetto accordo con l’atomismo relativistico più spinto. Chi è causa del suo mal... ma l’autrice fornisce una lettura diversa: l’aborto non è questione privata perché “è ancora oggi la maternità a limitare, se non a escludere, la piena presenza e realizzazione delle donne nella sfera pubblica”. Risulta insomma che l’aborto sarebbe questione sociale in quanto costituirebbe l’unico modo per evitare al Moloch della maternità di tenere lontana la donna dalla sua realizzazione pubblica, tramite un mefistofelico bebè. Dunque l’art. 1 l. 194/78 fa bene a precisare che l’IVG non è strumento di controllo delle nascite, ma pecca per difetto non specificando che è strumento di autorealizzazione della donna. Alla luce delle premesse, la qualità di un simile ragionamento ognuno può giudicarla.

Ad essere pignoli – ma non è questa la sede – si potrebbe anche riflettere su quanto l’aborto, sbandierato come scelta personalissima, sia poi effettivamente sopportato dalla collettività anche solo in termini di costi economici.

L’autrice a questo punto chiarisce, almeno nelle intenzioni, l’ardita eziologia tra violenza sulle donne e aborto: “l’aborto non è sempre necessariamente un trauma, ma rimanda comunque alla storia che ha visto il potere di un sesso sull’altro passare attraverso il corpo, una sessualità maschile generativa, imposta spesso in modo violento e irresponsabile, anche senza bisogno di arrivare allo stupro”. Nella mente del lettore regna la confusione. L’aborto non è un diritto? Non si tratta di uno strumento di autorealizzazione della donna? Come può dunque trasformarsi in trauma? Quale criterio stabilisce quando lo sia e quando no (a parte le personali considerazioni di Chiara Lalli)? Qual è il legame con il potere maschile: l’aborto è imposto dall’uomo? Ciò è sicuramente vero in molti casi; ma non si stava qui esaltando la l. 194 come trampolino di emancipazione femminile? Non lo sapremo mai: Lea Melandri non si schioda dall’ipse dixit. Sibillinamente cita poi una frase (“Quante donne sono morte e ancora muoiono per parto o aborto?”) che potrebbe benissimo ritorcersi contro il senso del suo discorso... se solo il discorso ne avesse uno.

Forse la stessa autrice se n’è accorta, e con un’altra citazione imprime alla chiusa del pezzo la sfumatura risolutiva: “l’uomo sa [...] che quello è il suo orgasmo e non quello della donna, sa che in conseguenza di questo la donna può restare incinta contro la sua volontà e dunque essere costretta ad abortire”. Eccoli i soliti maschi, che nel mezzo di un discorso serissimo su un blog serissimo irrompono con i loro molesti umori corporei; ecco gli incommentabili alfieri della copula, abominevole perché, come lo specchio, moltiplica il numero degli uomini (J. L. Borges). Per colpa loro si può verificare l’inaudito caso che nell’utero della donna, appositamente studiato per accogliere la vita, si sviluppi un grumo imperialista, a causa del quale la donna dovrà subire il trauma dell’aborto – volevo dire, esercitare la sua libera autodeterminazione, che stando al titolo motiva la violenza misogina e il femminicidio. Insomma, ci siamo capiti.
 

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