01 giugno 2013

Agostino, primo oppositore della pena capitale

di Lorenzo Roselli

Il tema pena di morte è uno di quegli argomenti che, in ambito cattolico, risulta essere altamente controverso.
L’attuale Catechismo della Chiesa cattolica al n. 2667, teoricamente, l’avalla: «L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani» salvo poi delegittimarla nel contesto contemporaneo in quanto: «a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l’ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo ‘sono ormai molto rari, se non addirittura inesistenti».

Nel 2004, l’ancora cardinale Papa Benedetto XVI, si è espresso in maniera abbastanza netta in tal senso, in una nota inviata alla Conferenza Episcopale Americana sull’argomento: «Ci può essere una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici sul fare la guerra e sull'applicare la pena di morte, non però in alcun modo riguardo all'aborto e all'eutanasia. » L’argomento è stato oggetto di riflessione anche per i pensatori cristiani del passato. Tra questi, vengono spesso portati ad esempio come fautori della pena capitale due grandi Dottori della Chiesa: San Tommaso d’Aquino e Sant’Agostino d’Ippona.

Effettivamente, l’Aquinate si pone a favore della condanna a morte nel II libro della Summa Theologiae (seppur restringendola a delitti estremamente gravi), affermando che «è lecito, anzi doveroso, estirpare un membro malato per salvare tutto il corpo, così quando una persona è divenuta un pericolo per la comunità o è causa di corruzione degli altri, essa viene eliminata per garantire la salvezza della comunità.»

Sant’Agostino, invece, non è affatto di questo avviso. Sebbene inquadrato più volte come difensore della pena capitale “in extremis”, a una lettura più approfondita il pensiero dell’Ipponatte non può essere ascritto ad una visione conciliante rispetto alla pena capitale.
Se, infatti, Agostino si esprime diverse volte a favore dell’autodifesa e persino di una guerra giusta (quando questa costituisca una reale necessità e non “un capriccio”), non viene mai a sostenere la legittimità della pena di morte.

È altresì nota una sua lettera al luogotenente imperiale Macedonio, che gli aveva precedentemente scritto riguardo le richieste di grazia per dei condannati arrivategli da diversi vescovi, oltre che da Agostino stesso. Macedonio lamentava che esponenti della Chiesa si intromettessero nelle questioni riguardanti lo Stato (sebbene Teodosio avesse reso i vescovi funzionari imperiali a tutti gli effetti), rallentando l’applicazione della legge.
Il vescovo di Ippona risponde in questi termini: «Quanto più ci dispiace il peccato, tanto più desideriamo che il peccatore non muoia senza essersi emendato. È facile ed è anche inclinazione naturale odiare i malvagi perché sono tali, ma è raro e consono al sentimento religioso amarli perché sono persone umane, in modo da biasimare la colpa e nello stesso tempo riconoscere la bontà della natura; allora l'odio per la colpa sarà più ragionevole poiché è proprio essa a macchiare la natura che si ama».

Per Agostino l’uomo può infatti raggiungere livelli di meschinità tali, da essere giudicato indegno ed imperdonabile persino dai propri familiari, ma mai da Dio, la cui Grazia e Misericordia sono interminabili. L’uccisione di un empio può essere quindi legittimata dalla legge umana, ma non da quella divina. Ed infatti, citando ancora il Dottore della Grazia: « Ma pensi tu, forse, o uomo, che condanni chi fa tali azioni e poi le fai tu stesso, di sfuggire alla condanna di Dio? Ti burli forse dell'immensa bontà, pazienza e tolleranza di Lui? Ignori forse che la pazienza di Dio t'invita al pentimento? Tu invece con la tua durezza di cuore impenitente ti ammassi sul capo un cumulo di punizioni per il giorno della collera e del giudizio finale, in cui Dio, rendendo pubblico il Suo verdetto, darà a ciascuno secondo quel che avrà fatto in vita».

Anche nella lotta all’eresia donatista e specificatamente alla componente para-militare, i Circoncellioni, dove l’Imperatore Onorio arriva addirittura ad ordinare l’uccisione di qualsiasi appartenente alla “setta sovversiva”, Agostino non manca di far sentire il suo biasimo e la sua ferma opposizione. «Vi chiediamo di non uccidere!» scrive nella lettera al proconsole Donato. 

A 1400 anni di distanza da Cesare Beccaria, queste ed altre testimonianze fanno di Sant’Agostino d’Ippona uno tra i primi pensatori in assoluto a scrivere contro la pena capitale, ispirato da un Dio che in fondo, nel Suo regno, ha voluto per primo con sé un uomo “condannato a morte giustamente”. 
 

4 commenti :

  1. L'opposizione del vescovo d'Ippona all'uccisione dei donatisti è da leggersi come una condanna all'uccisione dell'eretico?

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  2. Lo stesso magistero divino ha fatto delle eccezioni alla legge di non uccidere. Si eccettuano appunto casi d'individui che Dio ordina di uccidere sia per legge costituita o per espresso comando rivolto temporaneamente a una persona. Non uccide dunque chi deve la prestazione al magistrato. È come la spada che è strumento di chi la usa. Quindi non trasgrediscono affatto il comandamento con cui è stato ingiunto di non uccidere coloro che han fatto la guerra per comando di Dio ovvero, rappresentando la forza del pubblico potere, secondo le sue leggi, cioè a norma di un ordinamento della giusta ragione, han punito i delinquenti con la morte. Così Abramo non solo non ha avuto la taccia di crudeltà ma è stato anche lodato per la pietà perché decise di uccidere il figlio non per delinquenza ma per obbedienza . E a buona ragione si discute se si deve considerare come comando di Dio il caso per cui Iefte sacrificò la figlia che gli andò incontro, giacché aveva fatto voto di immolare a Dio l'essere che per primo gli fosse andato incontro dopo la vittoria . Non altrimenti è scusato Sansone per il fatto che si fece schiacciare assieme ai nemici nel crollo della casa , giacché una ispirazione divina, che per suo mezzo compiva prodigi, glielo aveva comandato interiormente. Eccettuati dunque questi casi, in cui una giusta legge in generale o in particolare Dio, sorgente stessa della giustizia, comandano di uccidere, è responsabile del reato di omicidio chi uccide se stesso o un altro individuo.(Agostino, La città di Dio)

    Niccolò

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  3. Sebbene l'articolo di Lorenzo sia animato da buone intenzioni, esso non è affatto condivisibile per un cattolico. L'errore non è tanto quello di aver travisato o almeno mal interpretato s. Agostino, quanto quello di pensare che l'opinione di un singolo santo, in questo caso perfino Dottore della Chiesa, possa valere davanti all'autorità del Sommo Magistero della Chiesa. Ma se così fosse, il dogma della fede resterebbe sempre imprecisato e nessuno avrebbe la certezza su cosa credere. In realtà, Gesù che era Dio, non ha affidato l'opera della salvezza ai vescovi (come era il Grande di Tagaste) ma alla Chiesa intera, fondata su Pietro e i suoi successori. Vescovi o comunque alti prelati (e anche santi) che hanno sostenuto teorie erronee ce ne sono molti, a partire dal più grande in assoluto, ovvero Tommaso d'Aquino che considerava, seguendo san Paolo alla lettera, che la Madonna fosse nata col peccato originale. Ma se dopo il dogma sancito da Pio XII nel 1950 uno volesse sostenere quella falsa opinione comprendosi dietro l'autorità di Tommaso, non sarebbe punto giustificabile, ma condannabile. L'autorità di san Tommaso tuttavia resta la più grande tra i teologi (così insegna il magistero). Ma solo la dottrina definita dalla Chiesa è infallibile e certissima. La Chiesa, per bocca dei suoi Pontefici e dei documenti da Lei prodotti, ha dichiarato, una volta per tutte (i prinicpi della morale e della fede non sono soggetti ad evoluzionismo ma solo a crecsita omogenea), che la pena di morte è una misura non illecita per uno Stato, così come è lecita la legittima difesa e la guerra giusta (come sa anche Lorenzo dal Catechismo del 1997). Citare un santo - che comunque non escludeva affatto il ricorso alla 'violenza' nei casi previsti dalla morale - contro la Tradizione cattolica universale è fare come Lutero o Giansenio che presero una parte per il tutto e finirono eretici e dannati. Se avrò tempo, prole permettendo, rispiegherò in un pezzo le ragioni di fondo pro pena capitale.Esse sono essenziali per capire come vada inteso il magistero cattolico ed anche per cogliere la coerenza a tutta prova dell'insegnamento cattolico nei secoli.

    EMR

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