10 giugno 2013

Criticare il Papa: si può? - Prima parte


di Enrico Maria Romano

La risposta, che preferiamo proferire subito, è certamente positiva, fatti salvi quegli ambiti di fede e di morale a cui la stessa Rivelazione Divina ci impone di credere a prezzo di peccato grave.

Facciamo un semplice ragionamento. Tutti i buoni manuali di logica, disciplina che dovrebbe essere reinserita nei seminari e negli stessi licei pubblici, contengono o contenevano la classica confutazione del relativismo, formulata attraverso un semplicissimo fraseggio argomentativo. Il relativista nega, o almeno dice di negare, l’esistenza della verità (soprattutto per il suo carattere fisso, immutabile e universale che a suo modo di vedere s’apparenta con l’intolleranza e la violenza ideologica). La sua posizione potrebbe esprimersi con uno slogan: “La verità non esiste”. Ma questa proposizione, il relativista che la formula, la ritiene vera o falsa? Se la ritiene falsa, essa non conta nulla ed è come se non l’avesse neppure pronunciata. Se la ritiene vera, ossia non vera solo per lui, ma per tutti, è chiaro che essa smentisce il suo primitivo asserto: poiché una verità almeno deve esistere. E se ne esiste una ne possono anche esistere 100 o 1000, come le dimostrabili verità della matematica, della teologia, della fisica, etc.

Lo stesso identico ragionamento vale per la critica verso i Sommi Pontefici. Infatti alcuni Sommi Pontefici hanno rivolto delle critiche, a volte piuttosto acerbe, nei riguardi di alcuni loro predecessori. Hanno fatto qualcosa di legittimo? Se diciamo di sì, dobbiamo dire che è legittimo, almeno in certi casi, emettere delle critiche (costruttive) verso la più alta Autorità della terra. E così il problema è risolto. Ma se per un certo qual papismo esagerato, o forse più incoerente che esagerato, dovessimo dire di no, allora dovremmo criticare certi Papi, poiché hanno criticato altri Papi. Ma così facendo cadremmo sottilmente nella contraddizione in cui cadono ogni giorno i relativisti. Chi troppo vuole infatti – visto che anche l’obbedienza e la sottomissione alla Sacra Gerarchia hanno dei limiti, naturali e sovrannaturali – nulla stringe! Si potrebbe uscire dall’apparente dilemma dicendo che nessuno può criticare mai un Sommo Pontefice, tranne un suo legittimo successore: e noi laici, o semplici sacerdoti, dovremmo in tal senso solo tacere e obbedire. Anche questo però alla luce della storia della Chiesa non si può accettare. Infatti non solo certi Pontefici hanno criticato l’operato di alcuni loro predecessori, ma essi hanno pubblicamente approvato chi li criticava, anche se trattavasi di semplici laici. 

Hanno fatto bene ad elogiare chi, in nome della verità, emetteva riserve verso l’operato di un Papa? Se sì, allora possiamo ripetere quella buona azione. Se invece diciamo di no, stiamo già ripetendo, senza accorgercene, la critica che vescovi, sacerdoti e santi canonizzati o in via di canonizzazione, hanno fatto nei confronti di questo o quel Vicario di Cristo. Chi volesse un documentatissimo campionario delle critiche che santi, mistici e Papi hanno rivolto ai vari e legittimi “dolci Cristi in terra”, non avrebbe che da procurarsi l’ottimo manualetto storico-teologico del professor Roberto de Mattei (R. de Mattei, Apologia della Tradizione, Lindau, Torino 2011).

Il de Mattei ha riportato, in modo pedagogico, decine di esempi di critiche cattoliche rivolte a Sommi Pontefici (vivi o defunti) da parte di santi, sante e Successori di Pietro, secondo quanto illustrato dai due eminenti storici della Chiesa, il cardinal Joseph Hergenröther (1824-1890) e il barone Ludwig von Pastor (1854-1928). Entrambi questi storici furono cattolici praticanti, teologicamente ben fondati, e altresì vicinissimi ai Sommi Pontefici del loro tempo, come Leone XIII e san Pio X.
Lo stesso Papa Leone XIII poi, il Pontefice che aprì il XX secolo, tra l’altro promuovendo lo studio critico sia della Scrittura che della Storia ecclesiastica, scrisse in tal senso: “Lo storico della Chiesa sarà tanto più efficace nel farne rilevare la sua origine divina [della Chiesa], superiore ad ogni concetto di ordine puramente terrestre e naturale, quanto più sarà stato leale nel non dissimulare nulla delle sofferenze che gli errori dei suoi figli, e alle volte anche dei suoi ministri, hanno causato nel corso dei secoli a questa Sposa di Cristo” (Enc. Depuis le jour, cit. a p. 12, corsivo mio).

Gli esempi riportati dallo storico de Mattei sono purtroppo numerosissimi: dalla formula semi-ariana sottoscritta da Papa Liberio nel 357 che secondo il Bellarmino aveva di fatto favorito quell’orribile eresia, alla difesa dell’eretico Pelagio fatta da Papa Zosimo nel 417, alle debolezze di Papa Vigilio e Papa Onorio verso il monofisismo, fino al macabro processo che Papa Stefano VI intentò alle riesumate spoglie del suo predecessore Formoso. Tutte cose criticate da presuli e santi del loro tempo o di tempi successivi. Tutti poi sappiamo degli strali di una Caterina da Siena contro il papato avignonese, o della decadenza umanistico-rinascimentale della Chiesa Romana, fatta di Papi cacciatori, cultori delle arti, peccatori impenitenti, criticatissima da eroi della fede come il beato Paolo Giustiniani. Un grande predicatore come il Savonarola finì sul rogo per aver denunciato la miseria in cui viveva il Pontefice. Ma la causa di canonizzazione del Savonarola fu aperta e rilanciata da vari Papi, segno che di per sé la critica all’Autorità Massima non è illegittima e può accompagnarsi con l’eroismo delle virtù. (continua)
 

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