27 giugno 2013

"Primavera” della Chiesa? Una riflessione a cinquant’anni dal Vaticano II

di Giorgio Mariano

L’elogio funebre di don Andrea Gallo da parte del presidente della CEI, mons. A. Bagnasco, e il silenzio della gerarchia ecclesiastica dinanzi l’atto sacrilego compiuto il 1° maggio davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano, durante il noto concertone, rivelano l’insapore di una gerarchia ecclesiastica che non ha più niente da dire: né difendere la Verità né condannare il peccato.

Il silenzio della gerarchia ecclesiastica dinanzi alla secolarizzazione del mondo e dello stesso popolo di Dio è assordante. A questo punto, però, credo che, per onestà intellettuale, sia necessaria una breve riflessione autocritica che ci permetta di sentire il polso di questa Chiesa febbricitante dopo l’ebbrezza ottimistica del lungo sabato sera Post-Conciliare. Come si sa, la sera leoni, ma la mattina…
Dinanzi all’oggettivo disfacimento del tessuto ecclesiale, vengono sventolati i “movimenti” ecclesiali (Rinnovamento dello Spirito, Focolarini, Cammino Neocatecumenale ecc…) come gli ottimi frutti del Concilio. Diversità di carismi, fantasia dello Spirito, pluralità di forme e di linguaggi per tutti i gusti: questo è il futuro della Chiesa! In molti, tuttavia, si accorgono che, per quanto ci siano alcuni risultati oggettivamente positivi in questi raggruppamenti di fedeli, la frammentarietà che tali gruppi ingenerano all’interno del popolo di Dio è essa stessa oggettiva. Sembra che neanche i temi centrali della bioetica (aborto, eutanasia, fecondazione) servano da collante fra queste realtà, come ha dimostrato la grande assenza della maggior parte di questi al grande evento della “Marcia Nazionale della Vita” svoltasi  il 12 maggio scorso a Roma. Non c’è sinergia. Sembra che ognuno tiri l’acqua al suo piccolo mulino, e che non si pensa e si agisce come un’unica “Chiesa”, bensì come tante frazioni di essa. In questa coabitano correnti di pensiero e concezioni ecclesiologiche molto spesso agli antipodi. Dov’è finita la Cattolicità? Si preferisce parlare più genericamente di “cristianità” per non discriminare nessuno. Una sorta di calderone in cui sta dentro tutto e il contrario di tutto.
In definitiva il criterio per giudicare la bontà di un movimento, di un gruppo o semplicemente di un carisma non può essere il suo successo in termini di seguaci (i numeri!). Il proselitismo e la crescita di aderenti non è necessariamente sintomo della bontà di un mezzo: anche il cancro si diffonde rapidamente. Ne è un esempio paradigmatico il proliferare di eresie e il successo da queste riscosso nello strappare milioni di anime alla verità cattolica (arianesimo, catarismo, luteranesimo, calvinismo, modernismo ecc…). Cautela nell’impugnare i “frutti del concilio”.

Parallelamente, ad una diffusione di aggregazioni di fedeli laici si affianca la drastica diminuzione di religiosi e ministri ordinati. Seminari svuotati, migliaia di monasteri chiusi o convertiti in agriturismi per la gioia dei turisti tedeschi. Laici che giocano a fare i preti (donne comprese), preti che si vestono da laici, frati francescani che vanno in vacanza nelle isole greche dove neanche un padre di famiglia di media estrazione oggi potrebbe portare la moglie e i figli per fuggire dalle torride estati italiane. Dove sono finiti i frati penitenti? Congregazioni ed ordini religiosi pressoché scomparsi o ridotti ai minimi termini (passionisti, trappisti, certosini, redentoristi, agostiniani, barnabiti, serviti, teatini, i minimi, gli scolopi ecc...).
Scriveva Giovanni Paolo II nel lontano 1985, incontrando i partecipanti al VI Simposio del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee :"Una analisi della situazione oggi in Europa, mostra […] una persistente crisi di vocazioni e il doloroso fenomeno delle defezioni. Le cause di questo doloroso fenomeno sono molteplici, ed occorrerà affrontarle con vigore, soprattutto quelle riconducibili all'inaridimento spirituale o ad un atteggiamento di dissenso corrosivo. Da questi ambienti non nascono vocazioni"[1]. Si riferisce alla disobbedienza, diffusa, dilagante a tutti i livelli dai più alti ai più bassi. Si riferisce al soggettivismo religioso, al relativismo morale.
Continua la Pontificia Opera per le vocazioni :“Mai forse si è lavorato per le vocazioni come nel nostro tempo. Tuttavia permane viva l'impressione, un po' dovunque, che tra l'impegno di pastorale vocazionale profuso nelle Chiese particolari e i risultati concreti ci sia un grande scarto”. Ma come? Ci si da tanto da fare e poi ci ritroviamo con meno vocazioni rispetto a prima del Concilio.  Dov’è che stiamo sbagliando?
Dal 1965, anno di chiusura del Concilio Vaticano II, i preti che hanno abbandonato l’abito ammontano a 110.000. Una strage di sacerdoti falciati lungo la via, con lo strascico di scandali tra i fedeli e la dispersione del gregge. Dall’80% di fedeli cattolici che popolavano le chiese negli anni 50, siamo passati oggi al solo 10%. Nel 1994 il numero di consacrati “ammontava a 218 mila, di cui 152 mila diocesani e 66 mila religiosi con una decrescita progressiva rispetto al 1978, anno in cui il numero complessivo dei sacerdoti era di 251 mila (175 mila diocesani e 76 mila religiosi). La decrescita risultava essere del 13%, sostanzialmente uguale per i sacerdoti religiosi e per quelli diocesani”[2].

In questa primavera spirituale (dallo “spirito” del Concilio allo “spirito” di Assisi), pare proprio che quello Santo, che guida alla Verità tutta intera (cfr. Gv 16,13), sia stato declassato. Dov’è la tanto sbandierata “Primavera della Chiesa” e i numerosi “frutti del Concilio”?
Paolo VI nel giugno del ’72 asserì: «Riferendoci alla situazione della Chiesa di oggi, abbiamo la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio (...). Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza (...). Crediamo che qualcosa di preter-naturale sia venuto nel mondo proprio per turbare, per soffocare i frutti del Concilio Ecumenico».
Ѐ un fatto che la rivoluzione sessantottina ha investito pure la Chiesa con l’ondata di contestazione e rivolta contro l’autorità e la Tradizione. Si è voluto “dialogare” con il mondo e si è finiti per esserne sedotti. La stalla è stata aperta e i buoi son scappati. Non a caso il Principe di questo mondo, colui che lo governa e lo tiene in pugno “è la più astuta di tutte le bestie”(Gn 3,1). Non si dialoga con il Maligno, gli si oppone la Verità. Invece “apriamo tavoli” di dialogo, sterili conversazioni che non scomodano nessuno. Tuonava Santa Caterina da Siena ai pastori e ai predicatori con quella carità ardente tipica dei santi “Avete taciuto abbastanza. E’ ora di finirla di stare zitti! Gridate con centomila lingue. Io vedo che a forza di silenzio il mondo è marcito”.



[1] GIOVANNI PAOLO II, Discorso ai partecipanti al VI Simposio del Consiglio delle Conferenza Episcopali D’Europa, Venerdì, 11 ottobre 1985, n. 15.
[2] Dati riferiti dalla Pontificia Opera per le vocazioni ecclesiastiche “Pastorale delle vocazioni nelle Chiese particolari d'Europa”.
 

10 commenti :

  1. E' una debacle totale come presenza culturale e propositiva nella società, come risposta agli interrogativi del mondo. D'altra parte la generazione dei vescovi al timone nelle diocesi è in buona parte quella formatasi negli anni '70. Sarebbe troppo pretendere un'analisi critica da parte loro, a parte alcune lodevoli eccezioni. Significherebbe mettere in discussione tanti presupposti dell'epoca, carriere , cattedre. Presupposti che hanno preso a pretesto il Concilio , per fare strame della presenza cristiana. Resta il surrogato dei movimenti , vero e proprio outsourcing della fede e della pastorale , frammentario appunto, quando non in aperto dissenso con Roma.

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  2. Tra i giuristi è noto che l’argomento post hoc ergo propter hoc è uno degli argomenti dimostrativi più deboli. Infatti per essere certo che un determinato effetto è stato provocato da un determinato antefatto e solo da quello, devo essere in grado di dimostrare anche che nessun altro fatto può essersi insinuato nella serie causale tra l’antefatto ritenuto responsabile e l’effetto.
    Nel mondo tradizionalista l’argomento “dopo il Concilio è seguito il diluvio, quindi la colpa è del Concilio” costituisce una sorta di dogma fondativo, continuamente riproposto in centinaia di articoli e interventi. Poco importa che Roberto De Mattei (storico rigorosissimo non certo tacciabile di progressismo) abbia dimostrato che il Concilio Vaticano II non è apparso improvvisamente nella storia della Chiesa, ma è stato il punto di approdo di un processo molto lungo e che quindi, aggiungo io, certe tendenze si sarebbero probabilmente fatte potentemente sentire comunque. Poco importa che immediatamente dopo il Concilio e a prescindere da esso, tutta la civiltà occidentale (anche quella non cattolica) sia stata travolta da una rivoluzione sociale e culturale, che continua ancora oggi.
    La colpa, per taluni, è comunque tutta del Concilio.
    A me pare che questo modo di ragionare denoti una chiusura mentale che non giova alla causa della tradizione. Chiusura che è confermata anche da altri debolissimi argomenti che si leggono in questo articolo: ad esempio quello secondo il quale i movimenti ecclesiali sarebbero divisi sui cosiddetti “valori non negoziabili” sol perché non hanno partecipato compatti ad una recente manifestazione per la vita. Non mi risulta infatti che in nessun movimento ecclesiale si insegni che l’aborto è lecito o che lo siano le unioni gay. Anzi, a sentire le dichiarazioni di certi vescovi o a leggere certi libri scritti da ex presidenti dell’Azione Cattolica, si ha l’impressione che determinati sottili distinguo in materia sia più facile incontrarli fuori dai movimenti ecclesiali che al loro interno.
    La pretesa di "tornare alla tradizione" cancellando il vituperato Concilio e i quarant’anni che gli sono seguiti (ribadita in questi giorni da una nota della Fraternità San Pio X) è inutile prima che folle, perché non si cancella la storia. La tradizione va invece difesa nella situazione data, non perché è bello tornare al passato o perché il passato è sempre meglio dell’oggi, ma per due altre ragioni. In primo luogo, per evitare che gli entusiasmi infantili (o diabolici) di certi novatori ad oltranza vadano a colpire il nucleo immutabile della verità tramandata. Per fare un esempio: è inutile per la fede di milioni di persone stare a discutere se sia più corretto dire che la Chiesa di Cristo “sussiste” o “consiste” nella Chiesa Apostolica Romana. Serve invece battersi per chiarire ai fedeli che le religioni non sono tutte uguali e che solo Cristo è via, verità e vita. In secondo luogo la tradizione va difesa, perché (come diceva, se non sbaglio, Chesterton) la tradizione è una innovazione che ha avuto successo. Ad esempio: se il canto gregoriano ha nutrito per un millennio generazioni di fedeli e “Il tuo popolo è in cammino”, essendo palesemente orribile, fa fuggire la gente dalle chiese, è evidente che sarà meglio riscoprire il canto gregoriano.
    La vera tradizione non guarda con nostalgia al passato perché vuole vivere nel presente.

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    1. Condivido una parte dei rilievi mossi in questo commento: l'ondata di secolarizzazione che ha coinvolto l'Occidente e che ha avuto la sua fase acuta nella seconda metà del '900 avrebbe avuto conseguenze nefaste in ogni caso, a prescindere dal Concilio. Sono anche d'accordo sul fatto che spesso e volentieri i movimenti siano più affidabili dell'associazionismo cattolico "istituzionale" sul piano dei principi non negoziabili.
      Bisogna allo stesso modo riconoscere, però, la veridicità di quanto affermato nell'articolo a proposito della mancanza di sinergia e delle diverse visioni ecclesiologiche e liturgiche (per tacere dei fondamentali) che rischiano di dar vita a schegge impazzite e di mettere a repentaglio l'unità della Cattolica.
      Così come è d'uopo riconoscere che, se è vero che non tutto dipende dal Concilio, è anche vero che la crisi della Chiesa attuale ha trovato nell'ideologia conciliare e nella sua applicazione a livello ecclesiale uno dei fattori scatenanti.

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    2. "Così come è d'uopo riconoscere che, se è vero che non tutto dipende dal Concilio, è anche vero che la crisi della Chiesa attuale ha trovato nell'ideologia conciliare e nella sua applicazione a livello ecclesiale uno dei fattori scatenanti."

      Nell´ideologia conciliare o nell´ideologia con cui il Consilio é stato letto?
      Aderisco all`insegnamento di BXVI, no il consiglio ma la sua hermeneutica della discontinuitá é il problema.

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    3. Che sia "inutile" per la fede dibattere del "subsistit in" è altamente opinabile. Se si ammette il "subsistit in", cioè che la Chiesa di Cristo sia anche nella Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana ma anche altrove, nelle scismatiche chiese ortodosse e persino nelle eretiche "comunioni" protestanti, se non addirittura in altre pseudo-religioni, viene meno tutta la dottrina della Salvezza. La Chiesa di Cristo è (e non solo "subsistit in") la Chiesa Cattolica. Punto. Formulazioni differenti portano all'ambiguità dottrinaria o, peggio, ad aberrazioni come gli incontri di Assisi, dogmaticamente condannabili alla luce della Dottrina di Sempre. Non sottovalutiamo superficialmente quel "subsistit in". E' stata una delle porte (assieme a molte altre aperte dal concilio) attraverso la quale si è scatenato il relativismo nella Chiesa e l'attuale trionfo del neo-modernismo. Infine: non basta parlare di continuità del concilio rispetto alla Dottrina di Sempre, occorre dimostrarla. E ciò finora non è avvenuto. La fratture ci sono: basti pensare ai temi della libertà religiosa, della giudeologia, della collegialità, della liturgia, delle relazioni con le altre "religioni", dell'antropocentismo e molti altri. Il concilio non è la soluzione. E' il problema.

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    4. Aggiungo, chiarisco e concludo: gli errori e gli orrori del postconcilio non sono dovuti solo a una "cattiva ermeneutica" del concilio, ma sono una naturale, diretta e necessaria conseguenza del concilio (definitosi solo "pastorale" e non dogmatico), dei suoi errori e ambiguità. Dato questo concilio, non potevamo che avere che questo postconcilio.
      Dei neo-catecumenali & co., delle loro eresie negatrici della Transustanziazione, della Tradizione e giudaizzanti parleremo un'altra volta.

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    5. La colpa, per taluni, è comunque tutta del Concilio.

      Non del Concilio in sè stesso ma del cosiddetto "spirito del Concilio". Lo "spirito del Concilio" prescinde dai documenti conciliari , per quanto alcuni di essi siano vagamente ambigui e si prestino ad interpretazioni varie. Lo "spirito del Concilio" è rivoluzionario , iconoclasta , fautore di tante distorsioni. Frutto di un'ambizione umana smisurata che ha preteso di fondare la chiesa da un certo punto in poi e buttare a mare secoli di tradizione.La secolarizzazione poteva intervenire sul costume ma non avrebbe mai intaccato il nucleo della fede , della cultura , senza un colpo di mano attuato da laici e religiosi senza scrupoli.
      I numeri parlano chiaro. A costoro non rimane che negare l'evidenza.

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    6. @Angheran70
      E' sufficiente leggere i commenti di Silente che precedono il tuo per avere la dimostrazione che per taluni la colpa è proprio del Concilio in se' e non accettano neppure di discuterne, ripetendo all'infinito sempre gli stessi discorsi. Riporto quello che dice oggi padre Gheddo (certo non un pericoloso comunista) su "Il Giornale" (certo non l'organo ufficiale dei seguaci del cardinal Martini), a proposito del Concilio: "... è stata una rivoluzione positiva. Negative sono state le distorsioni che ha prodotto. Ma se non c'era il Vaticano II la Chiesa te la saluto, bloccata com'era dal formalismo e dal perbenismo". Poi sono certo che ci sarà qualcuno che chiuso nella sua stanza, davanti allo schermo del suo pc, penserà di saperne di più anche d'un Padre Gheddo, che le sue parole non lo interrogano neppure, e tornerà a scrivere di "eresie giudaizzanti", sentendosi probabilmente meglio. Mi spiace per lui,

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  3. "è stata una rivoluzione positiva. Negative sono state le distorsioni che ha prodotto"

    Non trovate alcuna contraddizione in questa affermazione?
    1) Come puo' una rivoluzione "positiva" produrre distorsioni negative?
    2) Mi dispiace per padre Gheddo ma Le rivoluzioni non sono mai positive. La Chiesa si RI-forma, non Rivoluziona. La rivoluzione comporta uno sconvolgimento radicale, lo scardinamento dell'ordine precedente. La riforma, al contrario, purifica, aggiusta non stravolge nulla.

    Inoltre c'e' poco da chiacchierare, la defezione massificata del clero e dei religiosi non la vedete?
    Le profezie di Fatima non le conoscete?
    I testi magisteriali non li leggete?
    Le encicliche e I provvedimenti disciplinari di papa Giovanni Paolo II sull'obbligo da parte di religiosi e clero di portare l'abito del proprio ordine e ovviamente ignorati non li conoscete?
    E allora perche' non cerchiamo tutti quanti di essere piu' umili e meno presuntuosi nelle nostre affermazioni poco informate.

    E comunque che i Neocatecumeni siano fortemente giudaizzanti e tendenti piu' all'ebraismo che al cattolicesimo e' evidente per chi (come il sottoscritto) li ha conosciuti da vicino.

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  4. "Inoltre c'e' poco da chiacchierare, la defezione massificata del clero e dei religiosi non la vedete?
    Le profezie di Fatima non le conoscete?
    I testi magisteriali non li leggete?
    Le encicliche e I provvedimenti disciplinari di papa Giovanni Paolo II sull'obbligo da parte di religiosi e clero di portare l'abito del proprio ordine e ovviamente ignorati non li conoscete?"
    Mai negato nulla di tutto ciò. Ma l'Anonimo/Silente continua a ripetere la sua lezioncina (sempre lui: quello che è passato da Kiko a mons. Willamsons) in ogni sito anche solo vagamente tradizionalista aperto ai commenti senza confrontarsi mai con gli altri. Per lui tutto questo è la diretta conseguenza del Concilio perché non comprende che ci sono state altre ben più importanti concause e che il Concilio, probabilmente, pur con tutti i suoi difetti, ha salvato la Chiesa da ben altre e più gravi sciagure.

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