26 luglio 2013

Il cattolicesimo cubano di fronte alla rivoluzione: una recensione

di Andrea Virga

Quando ho visto in una libreria della Habana Vieja un saggio intitolato “El pensamiento social católico en Cuba en la década de los 60, alla modica cifra di 10 pesos (0,32 €), non ho potuto fare a meno di acquistarlo. Ve ne offro qui una recensione e discussione critica.

L’autore, lo storico della filosofia Maximiliano Francisco Trujillo Lemes, docente all’Università dell’Avana, è dichiaratamente marxista, e sposa la tesi materialista per cui la religione sarebbe espressione della società, a sua volta prodotto dei rapporti materiali. A questo proposito, nella sua analisi del fenomeno religioso in generale, e del cattolicesimo nello specifico, si rifà a Feuerbach, Marx, Lenin e Gramsci. Non di rado, inoltre, mostra una conoscenza superficiale della religione cattolica nel suo insieme, laddove ad esempio taccia il Medioevo di oscurantismo, o esagera il cambiamento portato dal Concilio Vaticano II. Tuttavia, il contenuto della sua opera rimane molto utile, per quanto riguarda la storia del cattolicesimo cubano nel primo decennio della Rivoluzione, e ricca di citazioni interessanti.

Nella prima parte introduttiva, oltre alle succitate elucubrazioni marxiste, traccia un quadro dello sviluppo storico della Chiesa Cattolica a Cuba, mettendo in luce il suo ruolo fondamentale nello sviluppo intellettuale dell’isola e della nazione, senza trascurare i suoi punti dolenti, come l’eccessiva dipendenza dalla Spagna, prima ancora che da Roma, e la scarsa attenzione mostrata verso i ceti meno abbienti, a partire dagli schiavi. Ricorda inoltre che al processo rivoluzionario contro il regime instaurato da Batista parteciparono numerosi cattolici, come il Cavaliere di Colombo José Antonio Echeverría, il fondatore del Movimento Nazionale Rivoluzionario Rafael García Bárcena, che scrisse in carcere l’opera neotomista “Rediscubrimiento de Dios”, e Padre Guillermo Sardiñas, che partecipò alla guerriglia sulla Sierra Maestra, né fu l’unico cappellano tra le fila dei rivoluzionari. Tra le gerarchie ecclesiastiche, il principale oppositore del regime fu Mons. Enrique Pérez Serantes, Arcivescovo di Santiago.

Dopo che la Rivoluzione prese il potere, ossia a partire dal 1° gennaio 1959, tra i cattolici ci furono tre tendenze principali, secondo la ricostruzione dell’autore. La prima cercò di mantenere uno spazio cattolico all’interno del processo rivoluzionario, rivendicando la partecipazione del laicato e del clero a questa tappa della storia nazionale. È il caso appunto di Mons. Pérez Serantes, che chiede al governo democrazia e riforme sociali, così come del quindicinale francescano “La Quincena”, o del Vescovo di Pinar del Río Mons. Evelio Diaz, o del Presidente dell’Azione Cattolica Andrés Valdespino. Del resto, nota l’autore, la Chiesa cubana possedeva pochi terreni, da quando i principali ordini religiosi erano stati espropriati nell’Ottocento, e quindi poteva schierarsi tranquillamente a favore della riforma agraria. Questa tendenza culmina nel Congresso Cattolico Nazionale alla fine del 1959, per poi svanire a favore delle altre due tendenze, man mano che la situazione politica e sociale si radicalizzava.

Un'altra parte dei cattolici, invece, mostrò ostilità fin da subito verso la Rivoluzione Cubana, a partire dalla Legge 11, che colpiva l’istruzione privata, ma ebbe maggiore rilevanza a partire dall’inizio del 1960, aumentando man mano che si diffondeva l’opinione secondo cui il processo rivoluzionario stava assumendo caratteri marcatamente comunisti e marxisti. La nazionalizzazione dell’educazione e della stampa, così come la legge sulla proprietà immobiliare urbana, andavano inoltre a colpire gli interessi materiali dell’Episcopato, che reagì con la Lettera Collettiva del 7 agosto 1960, con cui esprimeva la propria preoccupazione per la deriva socialista del governo e i suoi legami, non solo economici, ma anche culturali con i Paesi del Blocco comunista. I principali esponenti ecclesiastici a levare la propria voce contro il comunismo furono sempre Mons. Pérez Serantes, ribadendo lo slogan “Cuba sì, comunismo no”, e Mons. Eduardo Boza Masvidal, Vescovo ausiliario dell’Avana e Rettore dell’Università di San Tomás de Villanueva, il quale lamentava come le misure sociali intraprese fossero anticristiane nello spirito.

Non mancò, però, neanche una terza tendenza, ossia quella dei cattolici schierati apertamente con la Rivoluzione, ritenuta consonante con il cristianesimo. La personalità più rilevante fu Padre Ignacio Biaín, direttore de “La Quincena”, ma ve ne furono molti altri, come il succitato Valdespino, Sara Pastora Fernández, e non pochi sacerdoti e laici. L’ala più radicale era quella dell’associazione cattolica “Con la Cruz y con la Patria”, guidata dal sacerdote Germán Lence, poi sospeso a divinis per i suoi violenti attacchi contro i suoi superiori. Giova però notare come tutti costoro non fossero marxisti né legati esplicitamente alla Teologia della Liberazione, ma proclamassero il carattere antiliberista della dottrina sociale della Chiesa, schierandosi quindi su posizioni nazionaliste e cristiano-sociali, tendenzialmente in linea con il governo castrista. Sarebbe quindi falsa, secondo l’autore, la ricostruzione per cui la Chiesa avrebbe osteggiato compattamente la Rivoluzione Cubana.

L’ostilità tra queste due fazioni, che avevano ormai assorbito la prima tendenza, più attendista, infiammò il dibattito politico e culturale cattolico dall’inizio del 1960 fino a metà del 1961. Nei due anni successivi, i controrivoluzionari tacquero, senza cessare però la loro opera politica e militare contro Cuba, dall’invasione di Playa Girón, alla guerriglia nell’Escambray. In questo periodo, molti religiosi furono espulsi o se ne andarono da Cuba. Molti storici hanno parlato di “silenzio della Chiesa” per il periodo che va dal 1961, con l’ultima lettera pastorale di Mons. Pérez Serantes, al 1969, con la pubblicazione di un Comunicato della Conferenza Episcopale che accettava essenzialmente il fatto compiuto e si poneva in una posizione di dialogo. L’autore non concorda con questa tesi, dal momento che i cattolici cubani continuarono ad esprimersi, anche in assenza di pronunciamenti ufficiali delle gerarchie episcopali.

Questo non vale solo per i cattolici rivoluzionari, i quali trovavano spazio sulla stampa pubblica, ed abbracciavano positivamente il Concilio Vaticano II. Il nuovo organo “ufficioso” della Chiesa fu, invece, “Vida Cristiana”, fondato nel 1962 a Sancti Spíritus e liberamente pubblicato ogni domenica in tutta l’isola a partire dall’inizio del 1963 fino ad oggi. Per circa vent’anni fu l’unico periodico non governativo, anche se furono pubblicati anche altri testi da parte ecclesiastica. Oltre ad argomenti prettamente religiosi ed ecclesiali, “Vida Cristiana” portò avanti una serrata critica all’ateismo scientifico propugnato dal marxismo, riaffermando di contro la conciliabilità tra scienza e fede.

Dall’altra parte, dopo la morte di Biaín nel 1963, la rubrica “Mundo Católico” sul settimanale “El Mundo” fu rilevata dal sacerdote Carlos Manuel de Céspedes García-Menocal, oggi Vescovo di Matanzas. L’autore dedica alle sue posizioni molto spazio. In pratica, Céspedes difendeva il valore sociale e umano del cristianesimo, accettava il dialogo con gli acattolici e criticava gli errori commessi dal clero cubano in passato, restando però su posizioni cattoliche e tomiste in linea con il Magistero di Paolo VI. Possiamo dire che, per molti versi, anticipasse già la via che avrebbe seguito la Chiesa Cattolica a Cuba, volta a ricercare un modus vivendi con il governo socialista.

Concludendo, il testo, ancorché di difficile reperimento fuori da Cuba, resta valido. Nonostante la parzialità ideologica dell’autore, le tesi storiche espresse, ossia l’eterogeneità delle posizioni cattoliche di fronte alla Rivoluzione e l’assenza di un vero e proprio “silenzio della Chiesa”, sono ben documentate e condivisibili. L’interesse destato dall’opera coinvolge, inoltre, non solo la questione storica della rivoluzione cubana, ma più in generale la questione attuale dei rapporti tra Tradizione cattolica e movimenti sociali in America Latina.
 

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