31 luglio 2013

India, l’orrore della maternità surrogata


di Giuliano Guzzo
Se fosse un film sarebbe una pellicola horror, da seconda serata; di quelle storie cupe, che iniziano male e, il più delle volte, finiscono peggio. Purtroppo però il dramma dell’utero in affitto, in India, non è un film bensì una realtà drammatica e redditizia, molto redditizia: si stima che, complice l’assenza di un quadro giuridico che lo regolamenti, il mercato complessivo – che si sostanzia nella disponibilità di donne che, seguite in apposite strutture, concepiscono tramite fecondazione extracorporea, portano in grembo e poi danno alla luce un figlio da cedere alla nascita –  oggi abbia già sforato il tetto stellare dei 2 miliardi di dollari [1]. Una montagna di denaro che forse è la vera ragione per la quale, finora, in pochi si sono preoccupati di verificare in che cosa realmente consista questo businness. Ma in questi giorni è uscito un documento che fa finalmente chiarezza.
Si tratta di un dossier intitolato Surrogate Motherhood-Ethical or Commercial?[2] - approvato dal ministero e che reca in calce la firma della dottoressa Ranjana Kumari del Centre for Social Research – redatto in seguito ad una ricerca condotta nelle cliniche indiane dove si effettua la maternita surrogata. Il lavoro, eseguito studiando i casi concreti e intervistando 100 madri surrogate e 50 genitori committenti, pur non avendo la valenza di pubblicazione scientifica rappresenta un’inchiesta estremamente interessante perché, per la prima volta, mette a nudo la realtà di un mercato eticamente molto discutibile ma, almeno fino ad oggi, poco esplorato nelle sue dinamiche concrete. Come già accennato, gli esiti di questa ricerca sono a dir poco allarmanti e dicono, tanto per cominciare, che la maggior parte delle madri a disposizione delle cliniche che offrono il servizio di materntià surrogata non possiedono copia di quello che, per così dire, è il loro “contratto di lavoro”.
Già qui, un primo allarme. Ma è solo l’inizio: le pagine del rapporto – specificando che a queste donne, di solito, non viene devoluto più del 2% dei reali guadagni delle strutture che seguono la procedura di maternità surrogata – spiegano che non è infrequente che, nel corso della gravidanza, il bambino “commissionato” evidenzi anomalie o malformazioni fetali (cosa peraltro non rara quando si ricorre alla fecondazione extracorporea [3]) oppure, semplicemente, non corrisponda al sesso inizialmente richiesto dal committente, che può essere indiano come straniero. In quel caso, la prassi seguita dalle cliniche consiste nell’interruzione della gravidanza, ossia nel ricorso all’aborto procurato per via chimica senza il consenso e spesso neppure senza avvertire la gestante che, in questo modo, perde improvvisamente il suo bambino e con lui pure la possibilità di ricevere il già minimo compenso cui avrebbe avuto diritto.
Altre volte poi succede che i genitori committenti, vedendo il bambino dopo il parto, ne restino delusi: in quel caso alla madre surrogata, manco a dirlo, non va più della metà della retribuzione inizialmente pattuita – oltre al danno, la beffa -, mentre è assai incerto il destino del neonato dato che, dinnanzi ad uno scarso gradimento, appena il 26% dei committenti, in quel di Mumbai, sceglie di prendere comunque con sé il piccolo, mentre pare che a Nuova Delhi la percentuale cali fino addirittura al 6%. E degli altri nati “non graditi”, che ne è? Non è chiaro. C’è poi da dire che, nel corso della gravidanza, al fine di evitare l’imbarazzo per non dire la stigmatizzazione sociale riservata a quante vengono individuate quali madri surrogate, queste donne soggiornano in apposite “case rifugio”: in pratica, una sorta di prigionia obbligata lunga nove mesi.
Ad aggiungere ulteriore tragicità al tutto, non mancano inoltre casi di genitori che ricorrono all’utero in affitto – nel rapporto si cita in particolare un caso scandaloso scoperto all’aeroporto internazionale di Bombay – esclusivamente per corrispondere alla necessità di effettuare un trapianto di organi per i loro figli malati. Questo significa che a delle donne viene chiesto di diventare madri per poi procedere subito con l’eliminazione “funzionale” dei loro figli: in pratica, un infanticidio programmato o, come forse direbbe qualcuno, un infanticidio terapeutico. Come se non bastasse, leggendo Surrogate Motherhood-Ethical or Commercial? si avverte con costanza un’inquietudine: quella di chi osserva la sola punta di un iceberg; quella di chi, per la prima volta, si affaccia su scenari da veri e propri film dell’orrore ma purtroppo reali. Maledettamente reali. Scenari che dovrebbero indignare gli attivisti dei diritti umani di tutto il pianeta, a partire dalle sempre vigili femministe; e che invece giacciono dimenticati o sepolti nel web, cuore virtuale di un mondo che ne ha uno sempre più piccolo.
Note: [1] Cfr. Dhawan H. Unregulated surrogacy industry worth over $2bn thrives without legal framework. «Timesofindia.indiatimes.com», 18/7/2013; [2] Cfr. Kumari R. (2013) Surrogate Motherhood-Ethical or Commercial ? «Centre for Social Research» (CSR); 1-168; [3] Cfr. Davies M.J – Moore V.M. – Willson K.J. – Van Essen P. – Priest K. – Scott H.- Haan E.A.  M.B. – Chan A. (2012)Reproductive Technologies and the Risk of Birth Defects. «The New England Journal of Medicine»; 366:1803-1813
 

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