27 luglio 2013

La democrazia in Giovanni Paolo II

di Giulia Tanel

In quest’ultimo periodo, di forti concitazioni politiche, economiche e religiose, è emerso più volte come il concetto di democrazia possa essere ridotto a una sorta di “legge del più forte”. In tale contesto torna di grande attualità l’agile ma interessantissimo libro “La democrazia in Giovanni Paolo II” (Fede&Cultura, 2008), a cura di Fabrizio Cannone.

Il saggio è strutturato in tre distinte parti. Dapprima, l’Autore analizza il concetto di democrazia, «così come esso viene inteso e stabilito dagli storici, dai politologi e dai filosofi» (p. 10), mettendo in evidenza come dalla democrazia greca si sia passati all’idea di democrazia oggi comunemente accettata. A seguire, Cannone si sofferma sulla «storia cristiana dell’idea di democrazia, (la quale non coincide con la storia della democrazia cristiana) cercando di cogliere se, come, quando e in che misura tale orizzonte politico-sociale, con tutti i suoi presupposti antropologici e filosofici, e le sue naturali conseguenze, se ve ne sono, sia apparso all’interno della riflessione cristiana e dello stesso magistero della Chiesa» (p. 11). Infine, la terza e ultima parte del libro analizza il pensiero di Giovanni Paolo II, pontefice che ha riflettuto in maniera assai vasta e approfondita attorno al concetto di democrazia, facendo proprie e ribadendo le riflessioni teologico-politiche espresse in epoca medievale da San Tommaso d’Aquino e già riprese nel corso dei secoli da diversi uomini di Chiesa. Ed è in quest’ultima parte del libro che emergono concetti interessantissimi e di profonda attualità, che stimolano a una consapevole riflessione sul tempo presente.

Per prima cosa occorre chiarire che affinché vi sia una sana democrazia è necessario che essa si fondi sui concetti di bene comune e di diritto naturale. Secondo il magistero ecclesiastico, infatti, non vi può essere democrazia nel momento in cui si pongono a fondamento di essa il relativismo e il nichilismo etico e giuridico; in tal caso si è infatti di fronte ad una sorta di totalitarismo – o di «assolutismo di Stato», per dirla con le parole di Pio XII – che considera l’uomo quale oggetto ed elemento passivo della vita civile, anziché «il soggetto, il fondamento e il fine» (p. 54) del sistema di governo.
Come ribadito anche da Giovanni Paolo II, infatti, il concetto di democrazia deve «iscriversi in una retta concezione della persona» (p. 82) e «la funzione dello stato è [quindi] identificabile con la ricerca del bene comune. Per questo motivo si può dire che esso è al servizio della società e che la validità di una struttura statale si misura non nella coerenza della trasmissione del potere, nel funzionamento dei meccanismi democratici, ma nel servizio del bene della nazione. Infatti, uno stato che funzione perfettamente dal punto di vista dei meccanismi democratici, ma che finisca per assimilare a sé l’intera società civile, risulta formalmente democratico perché in realtà è antidemocratico» (p. 72).
Da questo deriva la constatazione che la democrazia non sempre è un bene, a dispetto di quanto sostengono la maggior parte dei politologi moderni: «se, come dice il Pontefice [Giovanni Paolo II, ndr], la validità di una democrazia sta o cade con i valori che essa incarna, è chiaro che essa può essere anche cattiva, e non per disfunzionamento interno o mancato rispetto delle sue formalità, ma nonostante questo. Essa, in questa visione, non è più “misura” (della legittimità delle scelte dei cittadini e dei governanti), ma è “misurata” da qualcosa che dunque la supera: i valori non negoziabili» (pp. 105-106). Il dono della vita in ogni suo stadio e conformazione, il valore della famiglia quale nucleo della società e la libertà nella scelta educativa sono infatti principi più importanti rispetto alla forma di governo che si decide di perseguire, fermo restando che nel momento in cui essi vengono tutelati «la Chiesa apprezza il sistema della democrazia» (p. 106).

Concludendo, dunque, «solo Dio, il Bene supremo, costituisce la base irremovibile e la condizione insostituibile della moralità. Solo su questa verità è possibile costruire una società rinnovata e risolvere i complessi e pesanti problemi che la scuotono» (p. 112). Una concezione, questa, «assai distante dal pensiero relativista che vorrebbe al contrario far coincidere la democrazia con il sistema del pluralismo etico assoluto, senza alcun limite alla pura volontà della maggioranza del popolo e dei legislatori» (p. 82).
 

2 commenti :

  1. Pittori Manlio30 luglio 2013 22:27

    Quindi, se ho ben capito il pensiero del Papa, un ordinamento che renda legittimo il divorzio, che non punisca l'aborto e che garantisca a tutti l'istruzione senza finanziare le scuole privare, non sarebbe una vera democrazia? Sarebbe, cioè, una cattiva democrazia?

    E basta anche una di queste tre possibilità per rendere cattiva la democrazia o devono essere presenti tutte e tre?

    E che cosa devono fare i cattolici che vivono in una cattiva democrazia? Il libro lo dice?

    Grazie a chi vorrà rispondermi.

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  2. Risposte:

    - Cattiva
    - Rimane cattiva anche con una
    - Cambiarla

    Per approfondimenti, leggasi Ccmpendio della DSC

    (scusi la laconicità, ma noi si lavora...)

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