06 luglio 2013

Tra verità simbolica ed etica psicoanalitica, no al "matrimonio" omosessuale

di Davide Scapaticci

Se Jung aveva profeticamente descritto un'era (che al tempo si configurava come il primo Novecento) ormai dimentica delle verità simboliche del cristianesimo e del tutto orientata al culto idolatrico della ragione scientifica che nulla ammette(va) al di fuori di sé (1), noi odierni avventori della cosiddetta "ipermodernità" tocchiamo con mano ed esperiamo nella vita pubblica e privata gli amari lasciti di quella cultura che allora andava radicandosi. 

E' noto a chiunque legga giornali o abbia accesso a qualsiasi strumento mediatico che, ormai da qualche tempo, diviene sempre più pressante la questione del "matrimonio omosessuale", uno di quei temi che si è soliti definire come "questione eticamente sensibile" e che poi, all'atto pratico, contempla unicamente un cieco furore ideologico. Assistiamo, talvolta forse anche un po' stanchi e rassegnati, alle cattedratiche esternazioni di quel massimalismo relativista che sostiene, in cieca fede al "progresso", la necessità di istituzionalizzare il matrimonio tra individui dello stesso sesso e che accusa di arido dogmatismo omofobo tutti coloro -che per fortuna sono ben più di quanto si possa supporre- abbiano ancora a cuore il mantenimento dell'ordine naturale delle cose.

La Gender Theory (talora definita Teoria Queer) è un movimento culturale nato e sviluppatosi nell'ambito del femminismo statunitense a partire dai primi anni '90. Ed è in esso, per l'appunto, che ritengo possano ravvisarsi i prodromi teorici su cui attualmente si fondano le istanze rivendicative di chi vorrebbe riconoscimento legale per i matrimoni gay. In buona sostanza si può dire che la Teoria Queer parte da un assunto ontologico in base a cui l'essere umano è costitutivamente a-sostanziato, privo cioè di connotazioni universali filogenetiche; è, detto più semplicemente, un "foglio bianco" che nasce tale e che solo l'empirica mondanità individuale può dirigere verso l'una o l'altra identità. In questa concezione, che potremmo definire una "ontologia-senza-Essere", ogni essere umano è percepito in una sorta di neutralità esistenziale, laddove - a lor dire - "maschile" e "femminile" siano unicamente da considerarsi come dettami, come costrutti socialmente determinatisi nel corso della secolare tradizione del patriarcato occidentale. I latori di questa teoria, pertanto, vedono nel matrimonio omosessuale legalizzato (ma anche in altri "diritti" da loro rivendicati che non sono però oggetto della riflessione) una liberazione da ciò che essi ritengono una secolare coercizione di potere: una liberazione da ciò che natura ha creato ("maschio e femmina li creò" Gn 1,27) ma che, nella loro visione, trattasi soltanto di dispositivi di potere.

Io rifiuto tutto ciò e lo guardo con umana riprovazione. Lo rifiuto e allo stesso tempo non credo che ciò faccia di me un ottuso, un oscurantista. Alla sopracitata "ontologia-senza-Essere", io oppongo ciò che Hillman ricorda come "la posizione junghiana dell'essere-nell'anima, altrove espressa con la formula che non la psiche è nell'uomo ma l'uomo è nella psiche (...)" (2). La ragione scientifica e i progressi ormai mostruosamente elevati nell'ambito della tecnica hanno modificato a tal punto l'immaginario collettivo che, ormai, l'uomo non accetta più nemmeno i limiti ad esso connaturati e la ragione di questo tipo d'uomo non ammette i limiti in cui, giocoforza, è essa stessa implicata. Hanno voluto gettar via, in un colpo solo, sia la tradizione cristiana che Kant. E' dunque la prospettiva simbolica dell'istituto matrimoniale che, nella mia visione, intendo difendere nei suoi più tradizionali criteri, consapevole altresì della portata numinosa del rito. 

E lo faccio non con il furore giacobino di chi pretende di "essere nel Giusto", ma con la serena convinzione di chi "ha percepito il Vero". Nel dominio del totalmente razionale, per quanto si possa esser portati a pensare il contrario, l'archetipo non muore mai: esso continua a sussistere, proprio nell'accezione etimologica di "sub-sistere", di stare sotto, di porsi come il fondamento, non dell'uomo, ma entro cui l'uomo deve vivere per raggiungere (il) Sé. La mancata accettazione del "limite", sottesa a coloro i quali promuovono aggressivamente l'idea secondo cui "tutto ciò che è pensabile è ottenibile" o, in altri termini, che la ragione tecno-scientifica possa arrogarsi il diritto di giuridificare ogni aspetto dell'umana esistenza, rievoca -più che la hybris prometeica- una sorta di "icarismo" contemporaneo, una révanche nevrotizzata del mitologema dell'eroe che raggiunge il sole nella sua sovrumana altezza. Anche Icaro ritenne "pensabile" poter volare oltre i confini e raggiungere la vetta solare, ma tutti noi ben sappiamo come la sua effimera e puerile gloria fu subito sormontata da una ineluttabile e rovinosa discesa, culminata nell'annegamento in mare. 

Se non difendiamo a spada tratta il mondo archetipico della nostra intimità profonda -pretendendo invero di tenerlo sotto il giogo dittatoriale della coscienza narcisistica- il mare è sempre lì pronto ad inghiottirci. E' soltanto nella differenziazione, nel vivere consapevolmente il proprio esser-individuo, maschio e femmina, padre e madre, giovane e vecchio, che la nostra domanda di senso e il nostro bisogno di totalità possono trovare autentico appagamento. E così anche nel rito matrimoniale che sancisce, con la verità simbolica dell'unione tra il principio maschile e il principio femminile -tra un uomo e una donna biologicamente tali-  il perpetrarsi fecondo della vita umana. Al di fuori di quanto detto, la sovversione antropologica conduce al caos, all'indistinto, alla fine dell'Uomo: conduce, insomma, al Governo Hollande.

NOTE:
(1) cfr. C.G Jung, Simboli della trasformazione
(2) J.Hillman, Anima, p.143

"Questo articolo è stato pubbliato su The Fielder: http://thefielder.net/24/06/2013/perche-no-al-matrimonio-gay/"  

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