22 agosto 2013

La famiglia a Cuba, tra vecchi problemi e nuove sfide

di Andrea Virga

“Cuba, cura le tue famiglie per conservare sano il tuo cuore”
(B. Giovanni Paolo II)

“Solo la moralità degli individui conserva lo splendore delle nazioni”
(José Martí)

Qui all’Avana, si è recentemente tenuto, il 10 luglio, nella casa sacerdotale “S. Giovanni Maria Vianney”, l’Incontro Nazionale della Pastorale Famigliare, organizzato dalla Commissione Nazionale per la Famiglia della Conferenza dei Vescovi Cattolici Cubani (COCC). Sono intervenuti il Vescovo di Santa Clara, Mons. Arturo González, presidente della commissione, e il segretario esecutivo della commissione, il diacono santaclareño Juan Carlos Urquijo con la moglie Maria Carmen Sarmiento, oltre al Vescovo emerito di Melo, in Uruguay, Mons. Luis del Castillo, il quale vive da qualche tempo nella Diocesi di Santiago de Cuba. In quest’occasione, Padre Jorge Cela SJ (gesuiti ovunque!), attuale presidente della Conferenza dei Provinciali dell’America Latina, ha presentato i risultati dell’inchiesta Cuba Familia, condotta in tutte le diocesi dell’isola.

I propositi espressi in questo incontro comprendono (citiamo dal sito della COCC): «l’annuncio del matrimonio e della famiglia come progetto di Dio per l’uomo e la donna, da cui l’essere umano incontra il vero cammino alla felicità» e «uno sguardo alla realtà famigliare cubana per conoscere i suoi valori, sforzi e necessità» che «vada al di là delle difficoltà e delle delusioni che sono il pane quotidiano di molte famiglie, per illuminare questa realtà dal punto di vista della dottrina sociale della Chiesa». Si tratterebbe perciò di «concretizzare cammini di promozione e accompagnamento alle famiglie a partire dalla pastorale della Chiesa Cattolica» e «realizzare proposte di dialogo alle istituzioni che nella società si relazionano con questo tema [nota: le istituzioni statali e associazioni di massa come la Federazione delle Donne Cubane], cercando di mitigare ed eliminare situazioni che influenzino lo sviluppo delle famiglie a Cuba e la comprensione del suo vero ruolo come cellula fondamentale di qualsiasi società».

Nello specifico, la riflessione dei cattolici cubani si è concentrata su cinque temi, ritenuti particolarmente importanti: l’educazione dei figli, l’economia famigliare, l’invecchiamento della popolazione, la disintegrazione delle famiglie e la violenza famigliare. Vedremo ora di sviluppare un po’ più nel dettaglio, nei limiti di quest’articolo, queste problematiche, la risposta da parte delle istituzioni e il contributo che possono portare i cattolici. Si tratta, infatti, di temi che non toccano solo il mondo cattolico, ma tutta la società cubana.

In generale, Cuba, dal punto di vista demografico, ha gli stessi problemi dei Paesi occidentali: l’elevata speranza di vita e il basso tasso di nascite stanno determinando un invecchiamento generale della popolazione, anche se non ai livelli dell’Italia (anche il loro Presidente della Repubblica, dopotutto, ha cinque anni meno del nostro). Tra l’altro, contrariamente ad altri regimi nazionali, a Cuba non ci sono state campagne di massa per incentivare la crescita demografica, al di là dell’ampia disponibilità di sussidi e sostegno sociale per l’infanzia e la totale gratuità dell’istruzione (università compresa). Con la crisi economica degli anni ’90 e la penetrazione della mentalità consumista, la crescita della popolazione è rallentata drasticamente, senza però arrestarsi del tutto.

La situazione però è più grave dal punto di vista della morale popolare: fornicazione, libera prostituzione, figli illegittimi, divorzio, violenza domestica (quella vera, mica come il “femminicidio” di cui favoleggia la Boldrini!), adulterio, l’aborto come contraccezione d’emergenza, omicidi passionali. Addirittura, è ritenuto comune che siano le donne ad allevare i figli, mentre gli uomini le abbandonano per altre donne più giovani. Questo sfacelo non può essere grossolanamente liquidato come un effetto del comunismo, ma era ampiamente presente già da prima. Anzi, se è vero che la Rivoluzione ha reso legali ed accessibili contraccezione ed aborto, e facilitato il divorzio (si può ottenere in un giorno), d’altra parte, si è sempre battuta per una moralizzazione della società cubana, ad esempio annientando il gioco d’azzardo e lo sfruttamento della prostituzione, proibendo la pornografia, e combattendo la discriminazione delle donne. Il suo fallimento in quest’ambito sta piuttosto nel suo sostanziale materialismo, incapace di contrastare adeguatamente i più bassi istinti insiti nell’uomo.

Il problema morale a Cuba è ben più antico e riflette la storia dell’isola. L’Avana fu per secoli il porto in cui facevano scalo tutte le navi spagnole da e verso i Caraibi e l’America Centrale, diventando poi nel Novecento il bordello dei puritani Stati Uniti. Nelle campagne, poi, la popolazione schiava o servile viveva sfruttata e pressoché abbandonata dal clero. Si aggiunga poi, senza scadere nel determinismo razziale, che le etnie africane e mediterranee, prevalenti a Cuba, sono fortemente caratterizzate, a livello culturale e sociale, da sensualità, machismo e passionalità. Il popolino cubano ama il sesso, il cibo e i beni di consumo molto più che la responsabilità o il lavoro necessari ad ottenerli. Lo stesso Fidel, grande statista ma noto sciupafemmine, non ha certo contribuito a dare il buon esempio, su questo punto.

Di questa situazione di famiglie divise o irregolari risente necessariamente sia l’economia domestica, sia l’educazione dei figli, non di rado trascurata. Questo non toglie che ci siano famiglie cubane che si sono arricchite (a livelli europei) col frutto del loro lavoro – sono ormai anni che la libera impresa a conduzione famigliare è autorizzata e incoraggiata dallo Stato (con regolamenti meno soffocanti e oppressivi di quelli italiani) – e che si occupino con cura dei propri figli. Anzi, le diocesi hanno organizzato numerosi corsi di formazione proprio per aiutare chi voglia intraprendere un’attività commerciale. Tuttavia, molti altri Cubani, specie dei ceti inferiori, abdicano alle loro responsabilità verso la famiglia (e la società) per inseguire piuttosto i miraggi del consumismo, con mezzi tendenzialmente illeciti. La stessa prostituzione, cacciata dalla porta nei primi anni ‘60, rientra dalla finestra con numerose ragazze che trovano più facile e redditizio farsi pagare i propri sfizi (telefonino, abiti firmati) e mantenere a un tenore di vita elevato, concedendosi a qualche turista straniero (spesso e volentieri italiota).

Non si deve però credere che lo Stato sia sordo a questi problemi. Nel recente discorso di apertura della legislatura (7 luglio), il Presidente Raúl Castro, più pragmatico rispetto al fratello maggiore, attaccando frontalmente i comportamenti volgari, maleducati e indisciplinati diffusi presso la plebe, ha posto l’accento per ben due volte sul ruolo congiunto delle famiglie e della scuola nell’educazione dei figli. Nella stessa occasione, ha esortato l’intervento delle cooperative e dei lavoratori autonomi atto a «liberare lo Stato dalle attività produttive e dai servizi non fondamentali». Allo stesso tempo, le leggi cubane consentono ai genitori, anche se divorziati o non sposati, di vedere e assistere i figli in ogni momento (altro che in Italia!), mentre i consultori famigliari sono attivi nel contrastare i problemi di violenza domestica. Persino il crimine dell’aborto è diminuito negli ultimi anni.

È quindi evidente che le basi per il dialogo con le istituzioni, invocato dalla COCC, ci sono eccome. Anzi, possiamo ben dire che solo la fruttuosa collaborazione dell’autorità civile dello Stato e dell’autorità morale della Chiesa Cattolica può rafforzare le rispettive iniziative e rendere le famiglie cubane più unite e solide, in grado quindi di costituire la cellula fondamentale della società. Del resto, non è certo con l’anacronistico maccartismo predicato da certi teocon fanaticamente ideologizzati ma ignoranti della realtà cubana, che si raggiungerà l’obiettivo di «illuminare questa realtà dal punto di vista della dottrina sociale della Chiesa», bensì seguendo la linea di dialogo e collaborazione sposata dai vescovi cubani nel 1969 e incoraggiata da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, nei loro viaggi a Cuba.
 

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