19 agosto 2013

L'Osservatrice Romana (I parte)

di Samuele Satiricus Becci

Benedetto XVI è stato realmente un alter Benedictus, capace di offrire al mondo una regola fatta di pensieri e forme che, se eseguiti docilmente ed umilmente dai fedeli, avrebbero innescato l’auspicata riforma ecclesiale, lenta e irrefrenabile, come fu l’ascesa benedettina a tutto pro dell’Europa cristiana.
Francesco si sta confermando in questi mesi come alter Franciscus, uomo di fede profonda e vissuta, attraversato da un carisma che cattura e spiazza, immediato e ad effetto, che potrebbe rinvigorire la Chiesa dal basso, qualora venisse ben recepito e non strumentalizzato dal popolo. Però, come Franciscus, così Francesco non sembra tanto uno da regole scritte.

E qui sta l’insidia. In quanto strumentalizzare Francesco diviene facile (con Benedetto XVI bisognava invece ricorrere all’indifferenza o alla calunnia). A volte più banalmente si rischia di non capire davvero cosa voglia dirci, e di mettergli in bocca qualcosa di nostro anziché qualcosa di suo. Temo che questo sia avvenuto anche gli scorsi giorni, particolarmente in riferimento al discorso sulla donna che Francesco avrebbe svolto durante il colloquio con i giornalisti a Rio. Ho in mente in particolare un articolo di Lucetta Scaraffia per OR.
Mi sia concessa un’ampia premessa generale.
I PARTE

Personalmente non condivido la linea ‘femminilista’ dell’OR, capitanata dalla stessa Scaraffia, di dedicare un inserto alle Donne. Non solo perché rischia di commercializzare l’OR, quasi fosse un quotidiano di grido e dovesse per questo far concorrenza a “La Repubblica delle Donne” e simili. Ma molto più perché reputo ideologicamente falsa l’opzione di trattare la donna come un ‘diverso’. Costanza Miriano pochi giorni fa, scrivendo una lettera ad un amico omosessuale, precisava: "avrei voluto scrivere caro amico omosessuale, ma perché dovresti essere definito dal tuo orientamento? Io non mi definisco mai eterosessuale, e mi offenderei se qualcuno lo considerasse il mio tratto distintivo”.

Ora, mi chiedo se abbia senso che il quotidiano della Santa Sede metta in rilievo la differenza di genere come tratto distintivo del e nel Popolo di Dio. So che la sessualità ha a che vedere con il divino – stante la teologia cattolica –, ma allora avrei chiesto un inserto sulla sessualità – maschio e femmina li creò – e non sulle donne. La scelta di isolare l’attenzione sulle donne non manca infatti di retaggi sessantottini, che si inscrivono in una triste parabola: quella che dal progetto rivoluzionario di emancipazione economica marxista, scivola nel progetto rivoluzionario di emancipazione femminista, per puntare sul progetto rivoluzionario di emancipazione omosessualista, fino all’inquietante manifesto cyborg-transessualista ispirato a disumani pastiche arazionali. Che questo sia il piano inclinato prescritto dalla logica rivoluzionaria è ben dimostrato dagli studi di Judith Butler e Donna Haraway. Che in realtà possiamo fermarci a realizzazioni meno drastiche dell’anarchismo post-nichilista delle due su citate, è cosa auspicabile e storicamente possibile. Che attualmente siamo pencolanti tra la seconda e la terza delle fasi da me tratteggiate in modo semplificato, è patente a ciascuno. Che la linea ‘femminilista’ di OR rischi di prestare il fianco al degrado rivoluzionario, mentre cerca di tamponarne gli eccessi con lo strizzare l’occhio al ‘lato buono’ del femminismo, è un timore da cui non mi sento libero; specie dopo aver letto certi articoli su OR.

Tutto questo – l’apertura strumentalizzabile di Papa Francesco e la logica para-femminista ingenua di OR – mi rende di certo più suscettibile davanti a certi proclama. Ben venga una valorizzazione del femminino religioso, ben venga l’incentivazione di una “teologia della donna”, ma siano fatte con la fede di Francesco. Quella fede per cui il Papa trasuda preghiera e affidamento anche mentre compie un gesto di bassa levatura, quale il porre un palloncino gonfiabile sull’altar maggiore in Santa Maria.

Ora mi chiedo: noi siamo in grado di fare una teologia della donna che ci riporti all’essenziale – cioè Dio e non la donna; eventualmente facendoci cogliere come ci si avvicini a Dio attraverso lo specifico della forma femminile – e che alimenti la nostra fede? La nostra preoccupazione in questo ambito è legata al divino e alla vita eterna, o continua ad essere generata da un rancore più o meno velato circa il maschilismo e dintorni?
 

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