01 settembre 2013

Ancora sulla "legge" anti-omofobia

di Marco Gabrielli
Può una legge che si ripropone di eliminare le discriminazioni togliere di fatto la libertà di pensiero? È quello che in molti si chiedono sulla “legge sull’omofobia” presto discussa in Parlamento.
Non so se, ad esempio, in futuro potrò scrivere ciò che sto scrivendo ora. Non so se potrò dichiararmi contrario al matrimonio omosessuale, all’adozione dei bambini o al ricorso alle metodiche di fecondazione assistita di tipo eterologo da parte delle coppie omosessuali. Non so se per violare la legge sarà sufficiente affermare, come fa papa Francesco nell’enciclica “Lumen Fidei”, che la famiglia trova fondamento nella “unione stabile dell’uomo e della donna nel matrimonio” e nasce (…) “dall’accettazione della bontà della differenza sessuale”.
Con l’intento di contrastare violenza e discriminazione nei confronti degli omosessuali si corre il rischio di mettere a tacere chi si oppone alla cosiddetta “ideologia del gender”. Si rischia che non si possano più neanche sostenere i principi della famiglia e dell’educazione.
Forse sembrerò troppo tragico, ma le premesse ci sono tutte e ci sono già numerose segnalazioni di casi di persone condannate per aver fatto simili dichiarazioni in paesi europei in cui esistono analoghe leggi.
Una formulazione della legge prevede il carcere per chiunque commetta o istighi a commettere atti di discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere (fino a 18 mesi). Impegnarsi in associazioni o gruppi che promuovano questo tipo di discriminazioni prevede da 6 mesi a 4 anni di reclusione, presiederle da 1 a 6 anni. Ed è pure prevista una sorta di “rieducazione”: fino ad un anno di servizio gratuito presso associazioni che promuovono la causa omosessuale.
Personalmente ritengo che violenza e discriminazione vadano sempre condannate. Per contrastare certi fenomeni, però, ci sono già numerose leggi con le loro aggravanti.
Opporsi al matrimonio omosessuale o impegnarsi affinché non vengano dati in adozione bambini alle coppie formate a persone dello stesso sesso è un atto di discriminazione? Qualcuno potrebbe giudicarlo tale perché tende ad escludere gli omosessuali dalla possibilità di accedere al matrimonio e ai privilegi ad esso connessi. È con l’uso attento della ragione che si capisce la differenza fra una famiglia formata da un uomo ed una donna ed una coppia formata da persone dello stesso sesso. Non si tratta solo di un fatto di fede, non sono cose “da cattolici”: sono la legge naturale, la biologia, la ragione che rendono evidenti certe differenze.
Non voglio toglier nulla alla libertà di ognuno di vivere la propria sessualità come meglio crede, ma ritengo che non sia discriminatorio non riconoscere a tutti gli stessi diritti. Senza certi requisiti nessun diritto particolare.
Non è discriminante volere che tutti i bambini crescano con un padre ed una madre a meno di eventi indipendenti dalla volontà dei genitori. Questo anche perché è dimostrato da un’ampia letteratura scientifica che crescere in una coppia omosessuale presenta maggiori problematiche rispetto crescere in una coppia eterosessuale. E poi, nonostante non sia più evidente, da una coppia omosessuale non nascono figli: i figli di Elton John e “compagno” non sono biologicamente della coppia: uno dei due “genitori” ci ha messo gli spermatozoi, ma l’ovulo è stato “donato”, probabilmente a pagamento, da una donna ed una donna, forse diversa, ha “affittato” il suo utero per l’occasione (nuova forma di sfruttamento). Analoghe considerazioni anche per la figlia della Nannini. Non ci sono e non ci potranno mai essere figli delle coppie omosessuali, ma qualcosa che per tale ci viene spacciato.
Rimango sempre pronto, in buona compagnia, a rischiare il carcere imposto da leggi liberticide, ma sosterrò sempre che l’unico matrimonio è quello fra un uomo ed una donna, che solo a questa unione corrispondono certi diritti, che tutti hanno diritto ad un padre e ad una madre.
 

2 commenti :

  1. Premesso che sono tendenzialmente contrario a ogni norma che punisca non comportamenti concreti ma modi di essere, finalità da raggiungere o espressione di idee; premesso che la discriminazione deve essere comunque e sempre punita, se si tratta di una discriminazione che si fonda sull'identità personale; premesso che il confine tra "espressione del pensiero" e "reati di opinione" è labilissima e scivolosissima; premesso che, a una prima sommaria lettura, la legge "Scalfarotto" mi piace poco; tutto ciò premesso, direi: cari cattolici, state tranquilli.

    Persino una norma costituzionale, qual è quella che vieta la ricostituzione del partito fascista, e la legge Scelba, che vieta l'apologia del fascismo, sono state e sono tranquillamente violate ogni minuto e in ogni forma e sostanza.

    Quindi, ferme restando le premesse, tranquilli. Non succederà niente.

    PS per Marco Gabrielli: la "libertà di pensiero" non esiste: esiste, invece, la "libertà di manifestazione del pensiero". Le libertà e i diritti esistono solo in quanto i relativi oggetti possono essere vietati o conculcati: si può limitare la circolazione delle persone, perciò esiste la libertà di circolazione; ma non si può limitare o impedire di pensareo, perciò non può esistere la "libertà di pensiero". Nessuno può impedire a qualcuno di pensare, mentre può impedire a qualcuno di manifestare quel pensiero: le due cose sono diverse, giuridicamente e fattualmente.

    Sarebbe come invocare la "libertà di sognare": il sogno è libero da costrizione, quindi non può esistere un "divieto di sognare" (e quindi neanche la "libertà di sognare").

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    1. Confesso che non ho capito il senso dell'ampolloso commento dell'utente Manlio Pittori. La rassicurazione sull'oscuramento della libertà di espressione dovrebbe derivare dalla speranza che non succeda, più per inerzia delle autorità che per logica conseguenza giuridica. Il che mi sembra una scemenza, sia in punto di fatto, sia in punto di diritto. La negazione di un comportamento è una negazione di libertà, non un'alchimia verbale alla quale aggrapparsi nei giochi di parole.

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