03 settembre 2013

Cattolicesimo, guerra e pace. Perché non possiamo dirci pacifisti

di Marco Mancini

Come riportato con dovizia di particolari su tutti i principali media, durante l’Angelus di domenica Papa Francesco ha rivolto un pressante invito per la pace nel mondo e in particolar modo in Siria, indicendo anche un’apposita giornata di digiuno e di preghiera per il prossimo 7 settembre, ricorrenza della Natività della Vergine Maria, Regina della Pace. Si tratta di un’iniziativa lodevole e in qualche modo profetica per i tempi bui che stiamo vivendo, alla quale noi cattolici – ma non solo – siamo chiamati ad aderire, soprattutto nella speranza di evitare il demenziale intervento armato nel Paese arabo che taluni Paesi occidentali vanno prospettando. Le parole del Papa, tuttavia, non possono essere interpretate come una revisione della tradizionale dottrina cattolica sulla pace e sulla guerra.

Non va infatti dimenticato che, se un cristiano può certamente definirsi “operatore di pace”, egli non potrà mai considerarsi un pacifista tout court: ciò costituirebbe, del resto, un’immane sciocchezza. La “pace nel mondo” costituisce certamente un bene tra i più preziosi, ma non può essere elevata a valore assoluto: lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica si incarica di esporre i casi in cui l’uso della forza militare può essere considerato legittimo, oltre che le condizioni indispensabili perché possa darsi un’autentica pace. La pace, scrive Agostino, è “tranquillità nell’ordine”; non può dunque esservi pace senza giustizia (cfr. Isaia), come non può esservi libertà senza verità.

Cristo stesso, del resto, ha affermato di essere venuto a portare “non la pace, ma la spada” e ci ha concesso la “sua” pace, diversa da quella che “dà il mondo”. La pace che Cristo ci dona è innanzitutto quella del cuore, che ci consente di vivere cristianamente, esercitando tutte le virtù, in primo luogo quella della carità. Per questo ieri, mentre ascoltavo in Piazza San Pietro l’Angelus del Papa e osservavo le migliaia di persone che applaudivano le sue parole, ho pensato: tutti quelli che sono pronti a invocare la pace in Siria o in qualsiasi altra parte del mondo (me compreso) sono capaci di essere “operatori di pace” all’interno della propria famiglia o del proprio ambiente di lavoro? Sono capaci di chiudere un occhio sui difetti e sulle mancanze del proprio marito o della propria moglie, a porgere (metaforicamente) l’altra guancia nei confronti del vicino e del collega che ci pestano i piedi? Questi sono i “nemici” (“inimicus”) che Cristo ci invita ad amare.

La definizione del “nemico politico” (“hostis”), come ha chiarito Carl Schmitt, risponde invece a logiche diverse: “nella lotta millenaria tra Cristianità ed Islam, mai un cristiano ha pensato che si dovesse cedere l’Europa, invece che difenderla, per amore verso i Saraceni e i Turchi”. Il Vangelo, infatti, “non comanda che si debbano amare i nemici del proprio popolo e che li si debba sostenere contro di esso”. Se dunque i pubblici poteri devono senz’altro sforzarsi di creare le condizioni per una pace effettiva e duratura, essi non sono per questo esentati dal dovere di predisporre tutte le misure di sicurezza necessarie per difendere la propria comunità politica, né sono privati della possibilità di autorizzare legittimamente un uso regolato della forza armata, qualora le circostanze e le esigenze del bene comune lo impongano. Il grido “mai più la guerra!”, dunque, può considerarsi un monito frutto della sollecitudine paterna di un Papa (Giovanni Paolo II come Francesco) nei confronti della famiglia umana, ma non può costituire l’autentica espressone della dottrina cattolica su questo tema.

In questo, come in altri campi, abbandonare il realismo politico e il rigore della logica giuridica (in una sola parola, la ragione) a favore di un vago sentimentalismo, significa svuotare il Cattolicesimo proprio di ciò che lo ha reso grande nel corso di duemila anni di storia. Significa, in ultima analisi, privare la Chiesa stessa della possibilità di articolare in maniera efficace la Verità che salva e di esercitare in pienezza il proprio ruolo di Katechon contro le forze irrazionali della dissoluzione.
 

15 commenti :

  1. Complimenti.... ottima travisatura del Magistero. Peccato che la Chiesa interpreti quei passaggi in altro modo. Ma forse l'autore non fà parte della Chiesa e nemmeno vuole farne parte.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E in che modo li interpreta? Sentiamo... sono tutto orecchi.

      Elimina
    2. Ha ragione il Mancini: nel Vangelo la differenza tra "inimicus" e "hostis" è chiarissima. Anzi: Gesù ha sempre precisato che le sue parole sul perdono e sulla misericordia valgono solo per il vicino che ti pesta i calli o per la moglie che brucia la minestra. Per le cose serie, come i conflitti mondiali o le guerre civili, Gesù è stato inequivocabile: verrà un uomo, chiamato Carl Schmitt, che vi dirà cosa fare in quei casi. Non pretenderete mica di risolvere 'ste faccende con quattro parabole e due predicozzi? No, datemi retta, aspettate Carl Schmitt: lui sì che vi spiegherà come trattare l'hostis - io sono venuto solo per quei poveri imbecilli di inimici.

      Bravo Mancini: mi è piaciuto anche il tuo richiamo a "un uso regolato della forza armata". Sappiamo bene, noi che non ci facciamo infinocchiare dai panciafichisti, che da sempre la prima preoccupazione dei generali è il bon ton sui campi di battaglia ("Vuole sparare lei per primo, tenente?" "Ma si figuri, colonnello, dopo di lei, ci mancherebbe!").

      Certo, ogni tanto qualche marocchinata ci scappa: ma, si sa, siamo uomini, quindi peccatori.

      Mancini: mi piaci proprio. Bravo.

      Manlio Pittori

      Elimina
    3. Che noi questi boriosi intellettuali che pretendono di insegnare anche al Papa!
      La filosofia politica di Schmitt, checché ne dicano alcuni, è influenzata dal protestantesimo e da Nietzsche, dunque poco incline a conciliazioni col cattolicesimo. Anche come esegeta valeva poco:

      «L’amicizia ha anche un rilievo sociale e politico. È ciò che ha messo in luce in modo provocatorio il giurista e filosofo tedesco Carl Schmitt (1888-1985), attento anche alle questioni teologiche (Teologia politica del 1922 e Teologia politica II del 1927). Nella sua opera Il concetto del politico (1927) Schmitt ha individuato la componente strutturale della politica proprio nella relazione di opposizione “Freund-Feind”, “amico-nemico” (così come il rapporto “buono-cattivo” caratterizza l’etica e il “bello-brutto” l’estetica). La politica è una relazione che s’instaura tra gli uomini nel momento in cui scatta la possibilità di un conflitto: il nesso politico originario è fondato sull’associazione e sulla dissociazione che si basano sull’amicizia e sull’inimicizia.
      Ma Schmitt va oltre e vuole precisare su base evangelica il suo presupposto, rimandando a Mt 5,44: “Amate i vostri nemici”. Egli, però, fa notare che il testo greco usa il termine echtrós, in latino inimicus, e non polémios, cioè hostis. La distinzione, a suo avviso, è rilevante. Il nemico politico (hostis) non è colui per il quale nutriamo odi privati (cioè l’ inimicus), bensì colui con il quale combattiamo una guerra. Gesù si limiterebbe, perciò, a invitare all’amore che perdona il nemico personale, l’inimicus, come per certi versi suggerivano i precetti epicurei o aristotelici.
      Ben diversa è la questione riguardante l’hostis, il nemico sociale, nei cui confronti – sempre secondo Schmitt – è legittimo intraprendere l’azione bellica che la politica e il diritto non possono e non devono escludere o giudicare, ma solo regolamentare. È su questa dialettica tra amici e nemici che le comunità nazionali regolano all’interno e all’esterno la loro storia politica.
      Lasciando tra parentesi la discussione su questa visione, facciamo notare che l’interpretazione del passo evangelico non è fondata né filologicamente né ideologicamente. Da un lato, infatti, il greco biblico (e quello tardo) non conosce la distinzione lessicale evocata da Schmitt e sotto il termine echtrós colloca sia l’avversario privato sia il nemico pubblico. D’altro lato, poi, la prospettiva del Discorso della Montagna è il taglio radicale e utopico, proponendo un modello che spezza e supera proprio quel realismo politico caro a Schmitt sulla scia di Machiavelli».

      (Gianfranco Ravasi “Che cos’è l’uomo?” BUC , 2012, Edizioni San Paolo)

      Elimina
    4. Azz, se lo dice Ravasi allora bisogna credergli.
      Strano che tutti i modernisti, i quali si sforzano sempre di abbattere qualsiasi legame tra fede e politica, rivendicando la "laicità" di quest'ultima, poi si facciano portatori, quando lo trovano comodo, di certe forme di "fondamentalismo evangelico".
      Ricorderei al card. Ravasi che "il taglio radicale e utopico", come dice lui, ha sempre contraddistinto i peggiori totalitarismi. Il peccato originale, con buona pace di Ravasi, esiste e il Paradiso in terra non esisterà mai. Ciò non ci esime dal dovere di migliorare la realtà in cui viviamo, ma - appunto - ci impone di farlo in un'ottica di saggio realismo, come hanno capito tutti i grandi dottori della Chiesa, pur nella differenza degli accenti.
      Quanto a Schmitt, è chiaro che il suo pensiero non può essere integralmente ascritto al cattolicesimo. E' altrettanto vero che numerose sue intuizioni, compresa la denuncia dell'ipocrisia e della potenziale disumanità delle "guerre umanitarie", dovrebbero essere considerate con maggiore attenzione da una dottrina sociale cattolica che voglia rimanere con i pieni ben piantati per terra ed evitare di svolazzare, appunto, tra le nuvole dell'utopia, finendo per fungere da "utile idiota" di altri poteri.

      Elimina
    5. Invece se lo dice Mancini, esperto esegeta biblico...
      Non capisco che c'entri questa risposta. Ravasi dice forse che è possibile instaurare il Paradiso in terra? Vecchio trucco quello di estremizzare le posizioni avverse. Detto questo, sei in grado di smentire il giudizio di Ravasi sull'infondatezza dell'esegesi schmittiana?
      Un conto poi è condividere i giudizi di Schmitt sull'ipocrisia delle guerra per amore dell'umanità, un altro è accogliere, come in questo post, le categorie del pensiero schmittiano per chiosare le parole del Papa (la solita lezioncina non richiesta impartita dall'alto di non so quale cattedra; ma si sa: oggi nelal Chiesa tutti si sentono infallibili e autorizzati a sentenziare a destra e a manca).
      In realtà il machiavellismo di Schmitt può fungere altrettanto da legittimazione dell'ideologia della guerra sempre e comunque (come piace a neocons come Giuliano Ferrara).

      Elimina
    6. Giovanni 18
      10 Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l'orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11 Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?».

      pare che non si possa difendere con la spada nemmeno Gesù, a sentire Giovanni;
      Simone detto Cefa, poverino, s'era distratto e aveva dimenticato la profonda lezione di Schmitt: ma mancinimarco no, lui.

      Elimina
  2. Un cattolico non potrà mai essere pacifista per il semplice fatto che questa ideologia nega l'esistenza del peccato originale. Come giustamente dice Mancini citando sant'Agostino la pace è tranquillità nell'ordine, non può dunque esservi pace senza giustizia, come non può esservi libertà senza verità. Ma ordine, giustizia e verità sono realtà che trascendono l'essere e l'uomo (traviato appunto dal peccato originale) se non vive in stato di grazia santificante può non riconoscerle e agire di conseguenza. Quindi il cattolico ha facoltà di usare la forza per ristabilirle. Questa è la dottrina cattolica. A chi non piace non so cosa dirgli... se ne faccia una ragione.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Alla fine è tutta colpa di Eva (guarda caso, una donnna) e di quella stramaledetta mela...

      Elimina
    2. @ Luca C.

      "Ordine, giustizia e verità sono realtà che trascendono l'essere e l'uomo se non vive in stato di grazia santificante può non riconoscerle e agire di conseguenza. Quindi il cattolico ha facoltà di usare la forza per ristabilirle."

      Interessante posizione. Quindi il cattolico può usare "la forza" (una sberla? Un attacco nucleare? Un drone? Una ripassata col napalm?) se qualcuno (magari non cattolico) non riconosce l'ordine, la giustizia e la verità (la cui definizione sarà decisa unilateralmente dal cattolico)?

      Quindi se io, legislatore non cattolico, liberalizzassi l'uso delle droghe (violazione dell'ordine e della verità secondo la dottrina cattolica), dovrei aspettarmi che il cattolico, per ristabilire l'ordine infranto, usi la forza nei miei confronti?

      Ti ringrazio fin d'ora per la risposta.

      Manlio Pittori

      Elimina
  3. Ma Adamo non l'ha fermata, anzi è cascato come una pera cotta.

    RispondiElimina
  4. "....Ora che il vecchio attore ha ribadito alla televisione una verità lapalissiana, l’omosessualità come pratica contro natura, si è scatenato il vile scherno di chi scrive su internet e su una carta stampata che a rimorchio di internet vive e pertanto, giustamente, agonizza. Molluschi che non hanno conosciuto il fuoco dei vietcong né i baci di Romy Schneider, Mireille Darc, Nathalie e Rosalie Van Breemen, si permettono di ridacchiare e rievocare l’amicizia di Delon col regista sodomita Luchino Visconti, confondendo manicheisticamente la bisessualità con l’omosessualità e moralisticamente i vizi privati con i modelli pubblici di comportamento. Se la meritano, Alba Rohrwacher."

    oggi sul foglio langonecamillo sdogana la bisessualità: vedi mancinimarco che quando scrivo di langonecamillo so di cosa parlo?

    ciao tesoro

    RispondiElimina
  5. Pacifisti:

    chi credete che arretrerà da cattive intenzioni in una tenzone fra due individui di cui solo uno è palesemente armato e l’altro no?

    E come credete si possa difendere la pace se non si disponde delle armi sufficienti per inibire e fermare chi vuole le guerre?

    Bravi, perdenti a pagamento:

    avete indovinato!

    http://www.ilcittadinox.com/blog/si-vis-pacem-para-bellum.html

    Gustavo Gesualdo alias Il Cittadino X

    RispondiElimina
    Risposte
    1. caro Gustavo Gesualdo, quello che dici lo sapevamo già.
      Non occorreva che quel capellone si facesse inchiodare sulla croce...

      Elimina
  6. Il pensiero pacifista, come ammette lo stesso Erasmo da Rotterdam (uno dei pensatori cristiani più apertamente pacifisti della Storia, tanto da arrivare a dire: "tra una guerra giusta ed una pace ed una pace iniqua, sceglierei comunque la pace"), nasce e muore come puro utopismo.
    La dottrina sociale cattolica, invece, mira ad essere (almeno concettualmente) realizzabile su questa terra.

    Detto ciò, la condanna di ogni guerra offensiva ed interventismo politico, risulta evidente.

    RispondiElimina