19 settembre 2013

"Fine pena mai" o "mai pena senza fine"?

di Alfredo De Matteo
Uno dei dodici quesiti referendari proposti dai radicali di Pannella riguarda l’abolizione del carcere a vita. L’idea che sia addirittura immorale condannare alla pena dell’ergastolo l’autore di crimini particolarmente brutali è circoscritta a poche persone e a sparuti gruppi di pressione oppure, in realtà, è una ipotesi che circola con una certa insistenza da diversi decenni nell’ambito culturale italiano e mondiale? Basti dire che una discreta parte della classe politica si è già schierata per l’abolizione e che lo stesso mondo cattolico non sembra scartare a priori tale irragionevole tesi. D’altra parte, Papa Francesco, seppur con diverso spirito, ha recentemente firmato un “motu proprio” in materia penale che tra le altre misure prevede l’abolizione del “fine pena mai” nello Stato della Città del Vaticano, sostituito con la detenzione dai trenta ai trentacinque anni.
Quali sono i presupposti filosofici su cui si basa la tesi dell’illiceità dell’ergastolo? E’ utile a questo punto fare una premessa: in una società che sembra avere come unico punto di riferimento il relativismo etico e morale, in cui non esistono valori assoluti ma tutt’al più soggettivi punti di vista, risulta contraddittorio e paradossale (ma estremamente significativo) che soprattutto sui temi etici si ricorra da più parti ad affermazioni assolute, non soggette a verifica o a dibattito, come quella in base a cui la pena ha come principale o unica finalità il reinserimento sociale del condannato. E’ infatti in quest’ottica che trova giustificazione la tesi secondo cui privare l’autore di un delitto della possibilità di potersi reinserire nella società civile una volta scontata la pena, costituisca una inutile quanto crudele punizione.

Ma è proprio così? Qual è lo scopo principale della pena? L’argomento è complesso e merita ben altro approfondimento. Tuttavia, già il ricorso al buon senso e al corretto uso della ragione ci consente di far emergere l’evidente illogicità di un siffatto modo di ragionare. Infatti, posto che sia indice di civiltà abolire l’ergastolo è giocoforza necessario sostituire tale misura con un’altra che renda possibile il reinserimento sociale del condannato (a meno che non si voglia abolire completamente il carcere …). Già emerge un primo problema: quanti anni vanno comminati al posto del carcere a vita? Trenta, venti, quindici o dieci? Dipende senz’altro dall’età del reo perché se trent’anni non sono troppi per un ventenne lo sono per un cinquantenne o un sessantenne. Infatti, se è possibile un reinserimento nella società a cinquant’anni (anche se tale ipotesi rimane solo teorica) è logicamente impossibile per un ottantenne o un novantenne, o almeno è estremamente improbabile, sia per l’età molto avanzata sia per il fatto che è alquanto probabile che egli muoia prima di riuscire a scontare tutta la pena. Dunque, dovremmo prevedere per i medesimi delitti pene sempre diverse a seconda dell’età del condannato (e aggiungerei del suo stato di salute e delle sue risorse caratteriali): può questo corrispondere alle autentiche esigenze di giustizia di uno Stato? Certamente no, dal momento che la pena deve essere proporzionale alla gravità del crimine commesso. A conferma di ciò, è facile constatare il frequente verificarsi della situazione seguente: quando viene condannato ad una pena relativamente blanda l’autore di un delitto efferato o di particolare rilevanza sociale (ad esempio i crimini connessi con la mafia o col cosiddetto femminicidio) sia i parenti delle vittime, sia l’opinione pubblica reclamano giustizia e chiedono a gran voce l’applicazione di una sanzione maggiore, indipendentemente dall’età del reo.
Pertanto, sembra proprio che la tesi abolizionista non poggi su alcuna base razionale ma che anzi sia il prodotto, tra l’altro, di una visione della vita orizzontale e materialista, priva di ogni riferimento al trascendente nonché di una reale attenzione alle esigenze spirituali del condannato. E’ infatti tramite la pena che il detenuto può emendarsi ed abolire la possibilità di scontare il carcere a vita (e aggiungerei anche quella di venire giustiziato) nel caso dei delitti più gravi, riduce le possibilità di una sua completa guarigione spirituale (più la colpa è grave maggiore è il tempo necessario per espiare).

Giova, a questo punto, riportare il Catechismo della Chiesa Cattolica:
2266 Corrisponde ad un'esigenza di tutela del bene comune lo sforzo dello Stato inteso a contenere il diffondersi di comportamenti lesivi dei diritti dell'uomo e delle regole fondamentali della convivenza civile. La legittima autorità pubblica ha il diritto ed il dovere di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto. La pena ha innanzi tutto lo scopo di riparare il disordine introdotto dalla colpa. Quando è volontariamente accettata dal colpevole, essa assume valore di espiazione. La pena poi, oltre che a difendere l'ordine pubblico e a tutelare la sicurezza delle persone, mira ad uno scopo medicinale: nella misura del possibile, essa deve contribuire alla correzione del colpevole.

Dunque, confidando sulla ragione e su quanto riportato nel Catechismo (che ad essa è sempre conforme) è possibile affermare, senza paura di smentita, che il reinserimento sociale del condannato non è lo scopo principale della pena, sia perché vengono prima le esigenze di giustizia sia perché, in realtà, ciò che conta veramente è che egli si emendi dalla colpa e non semplicemente che “si rifaccia una vita” una volta in libertà, come vorrebbero i pluriomicidi Marco Pannella ed Emma Bonino …
 

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