02 settembre 2013

La crisi egiziana, tra islamisti e militari

di Andrea Virga

Dopo i precedenti articoli, pubblicati su questo sito, riguardanti le rivolte arabe e in particolare la situazione delle minoranze cristiane in Medio Oriente, ritorniamo volentieri sull’argomento, anche perché l’evolversi della situazione, con l’avanzata degli islamisti e la persecuzione dei cristiani, ha purtroppo confermato le mie analisi. Ciò che più colpisce, a prima vista, della situazione politica in Egitto è la grande complessità sia delle forze politiche in gioco, sia delle reazioni dell’opinione pubblica internazionale. Vediamo di spiegare brevemente la questione.

Al governo socialista nazionale di Gamal Abdel Nasser – costruttore di un Egitto laico e moderno, libero dalle ingerenze straniere, e al tempo stesso proiettato in una prospettiva panaraba, ossia di unificazione delle popolazioni arabe, senza distinzioni religiose tra cristiani e musulmani – avevano fatto seguito i suoi successori Anwar al-Sadat, autore del trattato di pace con Israele, e Hosni Mubarak. La spinta nazional-rivoluzionaria si era smorzata e la corruzione dilagava, mentre, al tempo stesso, la popolazione aumentava esponenzialmente, grazie al miglioramento delle condizioni di vita. Queste contraddizioni sono esplose nel 2011 sulla scia delle proteste in Tunisia e altrove, dando luogo a proteste popolari di massa che hanno condotto alla caduta del governo di Mubarak e alla sua fuga.

In questo contesto, i Fratelli Musulmani, un movimento politico nato anch’esso con l’intento di opporsi al dominio straniero, ma fondato sulla legge islamica, hanno potuto rialzare la testa, dopo essere stati oppressi da Nasser. Da quando Sadat ha adottato una politica più tollerante nei loro confronti, salvo poi essere assassinato da fondamentalisti islamici, l’islamismo politico ha guadagnato terreno in Egitto. Grazie anche ai finanziamenti ricevuti da alcuni ricchi emiri stranieri, i Fratelli Musulmani avevano intrapreso un lavoro capillare di assistenza sociale alla popolazione, specie gli strati più poveri, acquisendo una vasta base di consenso popolare. Forti di questo appoggio da parte delle masse e della mancanza di forze politiche altrettanto organizzate, si sono candidati alle elezioni per la Costituente e per il Parlamento, ottenendo la maggioranza dei seggi, mentre il loro candidato, Mohamed Morsi, ha vinto le elezioni presidenziali del 2012. Inoltre, il Blocco Islamico, rappresentante i salafiti, ossia i fondamentalisti islamici, è arrivato secondo alle parlamentari.

Perciò, di fronte alle misure autoritarie prese da Morsi per accrescere il potere dei Fratelli Musulmani e islamizzare l’Egitto, c’è stata una generale levata di scudi non solo da parte di ampie fasce della popolazione egiziana, ma anche delle Forze Armate. Dopo circa otto mesi di violenze e manifestazioni contrapposte, e un generale rigurgito delle attività islamiste, i militari sono intervenuti con un colpo di Stato (3 luglio), sostituendo Morsi con il capo delle Forze Armate, Gen. Abdul Fatah al-Sisi, e costringendo vari ministri a dimettersi. Molti media islamisti sono stati chiusi e le reazioni violente da parte degli islamisti sono state represse nel sangue. Questi sono, in sintesi, i fatti, ma la divisione tra i sostenitori dell’ex-Presidente e quelli del governo golpista è trasversale.

In Egitto, il colpo di Stato è stato appoggiato dalle massime autorità religiose – il Papa copto Tawadros II e il Gran Sceicco di Al-Azhar (la più autorevole università islamica sunnita) Ahmed el-Tayeb –, e dagli altri partiti, a partire dal Fronte di Salvezza Nazionale, un'alleanza che comprende liberali, democratici, nasseriani (recentemente unificati in un solo partito). Perfino i salafiti si sono schierati contro i Fratelli Musulmani, che vedono come un concorrente per il controllo delle masse islamiste. Probabilmente, sperano che la repressione inasprisca la situazione e indebolisca i loro rivali, in modo da poter subentrare loro.

Fuori dall’Egitto, i Paesi occidentali – Stati Uniti e Unione Europea in testa – hanno condannato il golpe e la repressione militare, mentre Israele si è pronunciato a favore, data la preoccupazione per la presenza di milizie islamiste nel vicino Sinai. Allo stesso modo, Giordania, Kuwait, Arabia Saudita e Bahrein si sono pronunciate a favore del regime militare, paventando manifestazioni di piazza in casa propria, mentre il Qatar, che già finanzia i Fratelli Musulmani in Palestina (ossia Hamas) e Siria, continua a sostenere Morsi. Anche nel fronte antistatunitense le posizioni non sono chiare: mentre la Siria di Assad ha elogiato il colpo di Stato, in nome del comune nemico, Iran, Venezuela e Bolivia hanno condannato duramente le violenze dei militari e sostenuto la legittimità del deposto governo.

Peccato che i Fratelli Musulmani di "antimperialista" abbiano quasi nulla. È vero che sono antisionisti, ma come abbiamo più volte ripetuto, sono stati un nemico irriducibile dei movimenti e dei partiti nazionalisti e socialisti arabi. La loro dottrina politica combina il liberismo economico e la democrazia parlamentare con i precetti religiosi della sharia, in maniera del tutto analoga a certa destra religiosa americana, che si fonda sul fondamentalismo protestante. 

D’altra parte, occorre esercitare una sana prudenza prima di identificare i militari con il nazionalismo nasseriano. Al-Sisi, nominato alla massima carica dallo stesso Morsi, resta un generale di formazione statunitense, in ottimi rapporti con Israele, e in generale l’esercito resta un potere forte anche in campo economico, controllando il 40% dell’economia nazionale. Infine, gode dell’appoggio di quelle forze liberaldemocratiche e borghesi che vorrebbero occidentalizzare l’Egitto e mantenere il proprio predominio economico, mentre i nasseriani, ancorché presenti, restano una minoranza.

Ad ogni modo, c’è un elemento fondamentale che ci consente di affermare che la giunta militare rappresenta in questo caso il male minore, ossia la sua laicità. In questi giorni, gli islamisti hanno gettato la maschera e sfogato la loro rabbia contro decine di luoghi di culto e istituzioni cristiane, sia copte sia ortodosse o cattoliche. Come in Siria, il pugno di ferro dell’Esercito è l’unico baluardo che difende i nostri fratelli dalle persecuzioni religiose. Il clero locale lo sa bene e sostiene il governo, sia pure disapprovando certi eccessi. È perciò opportuno seguire questa linea, pur tenendo presente i gravi limiti delle forze armate e della coalizione politica al potere.
 

9 commenti :

  1. Da cui si deduce limpidamente che la laicità, il laicismo, il laicume, la laicidezza o come diavolo volete chiamare l'espulsione di preti e testi sacri dalla politica, è sempre la soluzione migliore.

    Perchè io sono convinto che ci sono un sacco di preti che, sotto sotto, invidiano quei mullah o iman o muezzin e quelle loro folle barbute che si muovono a comando: in occidente non si può più fare, ma piacerebbe anche a loro (ai preti nostrani, intendo) un mondo in cui le donne stanno a casa a figliare e gli uomini fanno quel che dice la Casa Madre.

    Gli piacerebbe ma non lo possono dire: e quindi, viva la laïcité quando i musulmani fanno quel che deve fare ogni credente convinto che la sua sia l'unica vera fede (cioè bastonare le altre fedei, che sono oggettivamente false); e abbasso la laïcité, quando la laïcité fa il suo mestiere, che è di trattare tutti allo stesso modo, senza privilegiare una religione.

    Viva la laïcité, abbasso la laïcité: dipende da che cosa conviene.

    M. Pittori

    PS: a me gli islamici stanno sul ca**o ben più dei cattolici: però i cattolici li ho in casa mentre i musulmani, per ora, no. Però mi stanno proprio sul ca**o.

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    1. evidentemente le è del tutto oscura la differenza tra distinzione tra stato e Chiesa tipica delle società cristiane (che non vuol dire laicismo) e la teocrazia islamica...

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  2. Gentile Anonimo,

    mi è invece chiarissima la differenza, e non a caso la mia patria è l'Occidente, mentre mai vorrei vivere nelle orrende teocrazie islamiche, luogo da aborrire quant'altri mai.

    Ma le ricordo che la distinzione tra Stato e Chiesa è stata imposta dal primo alla seconda, che mai l'ha accettata - ma l'ha subìta obtortissimo collo.

    Dalla Mirari vos di Gregorio XVI al Sillabo di Pio IX, fino alla dottrina sociale della Chiesa, le potrei sciorinare un florilegio di affermazioni che condannano questa separazione e che lasciano trasparire, chiarissima, la nostalgia per i bei tempi nei quali i Re dovevano sottomettersi al Papa.

    La Chiesa, detentrice dell'unica verità (e la Verità non soggiace al principio di maggioranza), non può accettare la democrazia: la sopporta, la tollera, la considera il male minore.

    Ma non può essere democratica, perchè non è possibile, per un cattolico, ammettere l'esistenza di una legge che permetta un comportamento idoneo a dannare un'anima, anche se si tratta di una legge votata dalla maggioranza dei cittadini.

    La legge che ammette il divorzio è contro Dio: cosa importa se la maggioranza dei cittadini è favorevole al divorzio? Esso resta un peccato mortale e la Chiesa (e quindi il fedele della Chiesa) non può accettare che lo Stato agevoli la caduta di un'anima nel supplizio eterno.

    La questione è molto semplice, caro Anonimo: democrazia e teocrazia (che è nel DNA di ogni Chiesa) non sono compatibili.

    Cordialità.

    M. Pittori

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  3. Vabbè, mi sa che come ha detto l'anonimo precedente lei non ha chiara la distinzione tra stato e chiesa come insegnata dalla dottrina sociale e la separazione moderna tra le 2 entità. Basta vedere l'uso intercambiabile che fa dei 2 termini.
    Oppure nel suo primo intervento, il modo approssimativo con cui parla di "laïcité" quando si tratta dell'Egitto: come se Al-Sisi fosse un Hollande. Vada, vada a vedere se laici alla Mubarak avrebbero sostenuto le politiche del presidente francese. Mi par chiaro che stiamo parlando di 2 laicità differenti, no?
    Una nota su chiesa e democrazia: mi pare evidente che se la democrazia è intesa come la intende lei (ciò che piace alla maggioranza è buono e giusto), la chiesa non sia tanto d'accordo, non crede?
    Poi di occasioni di dannarsi l'anima ce ne sono parecchie, eh... anche solo col pensiero...

    Michele

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  4. Caro Michele Anonimo,

    del suo intervento ci sono cose che proprio non ho capito (quali sarebbero i due termini dei quali io farei un "uso intercambiabile"?) e cose piuttosto banali (è evidente che la laicità di un Mubarak o di un Ataturk è affatto differente dalla laicità di un Hollande o di un Obama).

    Inoltre, e mi pare che lei non abbia capito, il mio intervento commentava, in maniera ironica, l'affermazione di Virga ("c’è un elemento fondamentale che ci consente di affermare che la giunta militare rappresenta in questo caso il male minore, ossia la sua laicità").

    La pregherei, infine, di non attribuirmi semplificazioni che non mi appartengono: la democrazia non è per nulla "ciò che piace alla maggioranza è buono e giusto".

    Il principio maggioritario è solo uno degli elementi che compongono il delicatissimo congegno della democrazia: se l'ho citato è solo per evidenziare come certo cattolicesimo (al momento molto ciarliero), in quanto portatore di valori asseriti non negoziabili e di verità provenienti direttamente da una Divinità (e perciò indiscutibili), è strutturalmente incapace di essere un attore della complessa scena della democrazia.

    Ovviamente non è questo né il tempo né il luogo per approfondire: in un blog si possono solo fare veloci accenni.

    Resta il fatto, incrollabile e imperturbabile, che un cattolico tende a considerare illeciti/illegali tutti i comportamenti che non collimano con il Catechismo: se potesse, il cattolico proibirebbe i preservativi e il divorzio - due esempi a caso - e solo perché il divorzio e la contraccezione sono vietati dalla sua religione.

    Non importa nulla se la contraccezione e il divorzio sono considerati ragionevoli e accettabili sulla base di una diversa concezione della vita e della realtà: per il cattolico si tratta di atti peccaminosi e intrinsecamente sbagliati, da proibire per il bene di tutti.

    Che per qualcuno, tanti o pochi che siano, la contraccezione sia lecita e necessaria, non importa: il cattolico non può permettere che il male sia legalizzato.

    Per questo, ripeto, il cattolico non può essere democratico - e, lo ribadisco, la democrazia non si esaurisce in quella rappresentazione da barzelletta che lei mi attribuisce.

    Manlio Pittori

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    1. L'interpretazione da barzelletta è desunta dalla sue parole: Verità non soggiace al principio di maggioranza.
      Dal che si intende che detto principio non è solo uno degli elementi, ma L'ELEMENTO che fa tale la democrazia.
      Michele

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  5. Lei dovrebbe studiare un po' di catechismo e di dottrina sociale, e comprendere che nel cattolicesimo è prevista eccome la differenza tra peccato e reato.

    Infatti, la masturbazione è peccato, ma nessun cattolico sensato penserebbe di proibirla per legge. Diverso è il caso dell'aborto, che è un omicidio, e quindi va proibito in ogni caso.

    Circa il rapporto tra democrazia e cattolicesimo, c'è un'ampia letteratura sia del Magistero sia dei teologi al riguardo. Essenzialmente, la Chiesa guarda positivamente alla democrazia in quanto partecipazione del popolo alla gestione del potere, senza però che questa degeneri in relativismo valoriale.

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  6. A lei invece qualche nozione di diritto non farebbe male. La proibizione dell'aborto "in ogni caso" è un non senso giuridico, perchè rimane operativa sempre e comunque la causa di giustificazione dello stato di necessità: quindi, qualora la gravidanza mettesse a rischio la vita o la salute della donna, l'aborto sarebbe comunque giuridicamente lecito.

    A meno che voi non vogliate rendere inapplicabile lo stato di necessità all'aborto: è questo che avete in mente?

    Inoltre, la proibizione in ogni caso dell'aborto richiede la previsione di una sanzione per chi abortisce e per chi collabora all'aborto: quale sanzione avreste in mente?

    Poi: io non ho parlato di masturbazione, che ovviamente è oggettivamente non sanzionabile, neanche volendolo: ho parlato di contraccezione e di divorzio.

    La contraccezione è peccato ma ho come la sensazione che lei la vorrebbe proibire per legge, potendolo fare: mi sbaglio? Non credo.

    Lo stesso vale per il divorzio: per voi è peccato e anche, contemporaneamente, illecito - le vicende del referendum del 1974 sono emblematiche. Anche in questo caso ho la netta sensazione che, potendolo, lei vorrebbe eliminare la possibilità di divorziare dalla legislazione italiana: mi sbaglio? Non credo.

    Poco importa che quella di divorziare possa essere una scelta eticamente giustificabile, ragionevole e logica: il fatto che si tratti di un peccato toglie valore e significato a qualsiasi posizione etica e politica diversa dalla vostra.

    O forse che, in uno Stato a maggioranza cattolica, permettereste alla minoranza l'accesso ai contraccettivi e il ricorso al divorzio?

    Non credo: ne consegue che la democrazia, che è anche tutela delle minoranze, vi è estranea: a lasciarvi fare, proibireste comportamenti (come contraccezione e divorzio) che non necessariamente sono contrari al bene comune.

    Ma una volta ammessa l'equazione "bene comune = salvezza del popolo di Dio", la democrazia è finita: anzi, non è nemmeno cominciata.

    Non a caso diverse encicliche papali condannano come errori funestissimi la libertà di coscienza e la libertà di stampa: come sia possibile "guardare positivamente alla democrazia" e contemporaneamente negarne le sue tipiche modalità e i suoi naturali strumenti di attuazione, è una cosa che mi piacerebbe lei provasse a spiegarmi.

    La degenerazione nel relativismo valoriale, infine: io sono contrario al finanziamento delle scuole confessionali, per esempio, e se ne avessi la possibilità abrogherei ogni disposizione che lo prevedesse: è relativismo valoriale, il mio, o un'ordinaria posizione politica?

    Grazie per l'attenzione.

    Manlio Pittori

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    1. I vizi non sono crimini, la contraccezione è un vizio.

      Sul divorzio , nella concezione cattolica è prevista la separazione per casi problematici, ma esso è comunque sia considerato criminale verso la società, quindi in questo caso ha ragione, è in sé da proibire.

      Per quanto riguarda l'atteggiamento antidemocratico della Chiesa è un non senso per via del fatto che la democrazia è un non senso.
      Si sognerebbe lei di avallare un giorno la pedofilia perché voluta, democraticamente, dalla maggioranza?

      Deve ammettere che sui principi non si discute. Il problema è appurare principi legittimi, sani, veritieri, valorialmente e scientificamente mi vien da dire validi.
      Non sto dicendo che la Chiesa faccia tutto bene ed abbia il monopolio di tali realtà, ma il suo approccio ( della Chiesa ) è certamente metodologico e corretto, ed ogni ente si comporta medesimamente.

      daouda

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