16 settembre 2013

La famiglia nel mirino

di Giuliano Guzzo

Che cosa sia una famiglia, fino a pochi decenni or sono, era chiaro a chiunque: l’unione matrimoniale tra un uomo e una donna aperta alla procreazione e all’educazione della prole. Aristotele – che visse secoli prima di Cristo – la definì come «associazione istituita dalla natura», e non si soffermò sul fatto che questa sia tra uomo e donna solo per un motivo: lo dava per scontato. Tutti lo davano per scontato. Non per nulla Cicerone, anch’egli non cristiano, definì il matrimonio «la prima forma di società» e persino Karl Marx, il grande fustigatore della civiltà borghese, nei suoi Manoscritti economico-filosofici del 1844 si lasciò scappare che «il rapporto immediato naturale […] è il rapporto dell’uomo con la donna». A riprova di come, anche in tempi recenti, fosse trasversalmente radicato l’attaccamento alla famiglia e al matrimonio, possiamo inoltre ricordare che quando, durante i lavori dell’Assemblea Costituente, si discusse la possibilità d’introdurre il divorzio nella Carta, Palmiro Togliatti – politico certo non cattolico – non tardò ad esprimere il proprio dissenso: «Ritengo di dover prendere una netta posizione, in modo che nessuno, basandosi su un voto non chiaro, possa affermare che io abbia votato a favore dell’introduzione dell’istituto del divorzio» (13/11/’46). Parole che non sorpresero, giacché, pochi giorni prima, il Migliore aveva già chiarito di ritenere il divorzio «innaturale e anzi dannoso» (7/11/’46).  Nonostante le numerose proposte di abolizione della famiglia – la prima delle quali fu addirittura di Platone – avanzate nel corso della storia, quindi, essa si è sempre confermata, talora anche agli occhi di osservatori insospettabili, un pilastro sociale fondamentale.
Le cose cambiarono bruscamente con la rivoluzione sessantottina: la sensualità, per la prima volta, prese socialmente il sopravvento sulla responsabilità, e iniziò a farsi largo l’edonismo, ossia quella mentalità per la quale prima viene il piacere individuale, e poi tutto il resto. Di qui l’abolizione dell’istituto della patria potestà maritale e l’introduzione legislativa del divorzio nel ’75, dell’aborto procurato nel’78 e, da ultimo, della fecondazione in vitro nel 2004. Sotto il profilo storico, in realtà, la crisi della famiglia ha conosciuto una fase gestazionale precedente al ’68, ma è indubbio che il corpo mortale sia arrivato proprio dalla cosiddetta liberazione sessuale. E i risultati, purtroppo, si vedono: divorzi e aborti sono ormai diffuse consuetudini, e se si sta facendo largo l’idea – decisamente insidiosa – che la stessa famiglia fondata sul matrimonio, in fondo, altro non sia che una trovata cattolica e antiquata. Idea condivisa, manco a dirlo, pure da alcuni credenti: nel 1974, ad esempio, Padre Ernesto Balducci non esitava a definire la famiglia «una creazione storica», della quale sarebbe «responsabile la Chiesa cattolica». Considerazioni, come avremo modo di verificare, destituite di fondamento ma largamente diffuse e, soprattutto, pericolose. E’ anche grazie a simili convinzioni, infatti, che oggi ci troviamo a discutere delle “nuove famiglie”, categoria comprensiva delle più disparate casistiche dell’umano: dalle coppie omosessuali che optano per l’adozione o per l’utero in affitto – come ha fatto Elton John, che è diventato genitore grazie alla disponibilità, appunto, di una “madre in affitto” – , alle mamme single in stile Gianna Nannini, la quale, incurante dei suoi 54 anni e facendo ricorso alla fecondazione in vitro, è divenuta madre di una bimba che, salvo novità, crescerà senza padre.
In altri tempi si sarebbe gridato allo scandalo, mentre oggi, complice forse l’assuefazione alle nefandezze televisive, si lascia correre. L’idea – giusta e condivisibile – che tutti abbiano diritto a farsi una famiglia lascia così lo spazio alla tesi, quanto meno opinabile, che ciascuno possa farsi una sua famiglia, a seconda di gusti e inclinazioni; dal diritto al capriccio, insomma. E guai a chi osa sollevare perplessità: scatta subito, se va bene, l’accusa d’intolleranza. A rafforzare questa tendenza edonistica, circola da qualche anno la teoria del gender, ossia la convinzione che, oltre alla famiglia, anche l’identità maschile e femminile siano artefatti culturali che andrebbero rimossi, lasciando alle persone la libertà di scegliersi, strada facendo, il profilo sessuale che preferiscono. L’esito più vistoso e grave di questa relativizzazione è la progressiva messa al bando, nelle legislazioni internazionali, di “padre” e “madre”, termini ai quali si tende sempre più a preferire i più politicamente corretti “progenitore A” e “progenitore B”. Demolita la famiglia, si procede dunque con la rimozione dei propri componenti. Viene spontaneo, a questo punto, chiedersi se non abbiano davvero ragione, in fondo, coloro che asseriscono la storicità dell’istituto familiare. Ma che cosa dicono le scienze umane? La famiglia è sul serio una «una creazione storica»?
Passiamo in rassegna, brevemente, i pareri di alcuni sociologi. Évelyne Sullerot, citando Jean Stoetzel, afferma che «da più di mille anni l’essenziale struttura che caratterizza l’istituzione famigliare occidentale è rimasta inalterata: la parentela è bilaterale, l’organizzazione matrimoniale resta monogamica; il gruppo famigliare è sempre composto dalla coppia sposata e dai loro figli» (Pilule, Sexe, ADN, Fayard 2006, p. 10). Con parole forse ancora più incisive, il sociologo Talcott Parsons specifica: «In ogni società nota è presente una forma di istituzionalizzazione di un rapporto sessuale durevole ai fini della riproduzione, e di una responsabilità altrettanto durevole nei confronti della prole» (Per un profilo del sistema sociale, Meltemi 2001, p.81). Anche Weber, nelle sue Considerazioni intermedie, riconosce a chiare lettere che «la concezione del matrimonio […] è una concezione antecedente ai profeti ed universale»  (Armando 2005, pp. 76-77).
Questi, dunque, i responsi di autorevoli studiosi. E la storia? Conferma o smentisce? Eschilo, unanimemente considerato l’iniziatore della tragedia greca, disse che fu grazie al matrimonio che l’uomo transitò dalla condizione bestiale a quella civile. Analogamente, il mito di Cecrope, primo re di Atene, narra come costui pose fine alla promiscuità sessuale e, da allora, ogni uomo si unì ad una sola donna. L’esistenza di unioni durature tra uomo e donna è altresì confermata da antichissime incisioni rupestri, come ad esempio quelle presenti in Valcamonica, e dai sarcofagi etruschi, dove un unico manto avvolge entrambi gli sposi. Un caso? Nient’affatto: com’ebbe a chiarire Massimo Pallottino, celebre studioso della civiltà etrusca, la presenza di quel velo è da considerarsi un influsso orientale che documenta come l’unione tra uomo e donna, anche in tempi antichi, fosse celebrata ben oltre determinate e specifiche civiltà. Si aggiunga inoltre la recente scoperta presso Eulau, cittadina della Sassonia, dei resti di una famiglia composta da due coniugi abbracciati ai loro due figli; secondo le datazioni effettuate dai ricercatori dell’Università tedesca Johannes Gutenberg- Mainz, la “Famiglia di Eulau” sarebbe vissuta 4600 anni fa.
Ora, dinnanzi ad un così ampio ventaglio di conferme storiche e sociologiche, appare evidente come difendere la famiglia fondata sul matrimonio non sia un’operazione di archeologia sociale, bensì di tutela di una struttura antropologica fondamentale. Il contrasto contro tesi come quelle dell’ateo materialista Onfray, che tifa per una «pratica del piacere sapientemente distruttiva della famiglia», non è quindi espressione di polemica intellettuale, ma della salvaguardia di un istituto millenario. Anche perché, annotava Frédéric Le Play, il concetto di famiglia non descrive, come spesso si pensa, solo un gruppo di persone che convivono, ma soprattutto un’idea, una cultura, un modo di vivere e di rapportarsi con l’altro. Di amare, potremmo aggiungere. Ne consegue che quando si legittima un’idea di famiglia quale convivenza sperimentale libera da vincoli e da attitudini, si concorre, di fatto, al suo smantellamento; se ci possono essere tante famiglie, infatti, significa che “la” famiglia non c’è più. Ecco perché è importante trovare il coraggio di ri-affermare che c’è famiglia solo quando si è in presenza di una coppia eterosessuale sposata e pronta ad accogliere la vita nascente. Per tanto, troppo tempo si è preferito un atteggiamento d’indifferenza verso quelle che, ingenuamente, si credevano tendenze minoritarie. Il disastro odierno, invece, dimostra che è tempo di ricuperare con forza, anche a livello culturale, la difesa del diritto naturale. Senza alcuna volontà impositiva, ma con la consapevolezza che la famiglia è qualcosa di troppo prezioso per essere piegato alle istanze individuali. Ne va del bene comune e del futuro dell’intera società.
(articolo pubblicato su “Radici Cristiane”, n. 63)
 

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