29 ottobre 2013

Quei gay francesi che divorziano da Hollande

di Alessandro Rico

La risposta dei diretti interessati alla legge sul matrimonio gay in Francia è stata freddina, almeno a giudicare dal sondaggio pubblicato da Le Figaro (e ripreso in Italia da Tempi). Tra maggio 2012 e ottobre 2013 i bisessuali e gli omosessuali che affermano di votare Hollande o un partito suo alleato, sono scesi dal 44% al 36%. Non solo: il numero di omosessuali dichiaratamente di sinistra è sceso del 7%, contro il calo del 5% tra gli eterosessuali. E ancora, anzi, soprattutto: mentre gli eterosessuali che votano Marine Le Pen sono aumentati del 4%, tra i bisessuali e gli omosessuali, il Front National, un partito di estrema destra contrario al matrimonio gay, è cresciuto del 6%.

Mentre Hollande e quelli come lui remano contro il buon senso, la realtà vince sull’utopia. La Francia va sempre peggio: la produzione industriale cala (a giugno 2013, ad esempio, -1,4% rispetto a maggio), la disoccupazione aumenta (data per il 2014 al di sopra dell’11%), la fiducia dei consumatori è ai minimi storici, e se il governo inventa le patrimoniali, il Fondo Monetario lo bacchetta con la formula magica «meno spesa, meno tasse». Siccome anche i gay, tra un matrimonio e l’altro, devono mangiare, pagare il mutuo, comprare la macchina e il vestito nuovo, non funziona l’estorsione del consenso con il sacrificio reso alla religione gender.
La vicenda non testimonia solo che i politici alla Hollande invertono le priorità, ma dimostra perfettamente che l’asservimento della ragione all’ideologia distorce la percezione della realtà, mettendo al centro dell’agenda politica dei falsi problemi e relegando ai margini le questioni veramente urgenti. Ribadiamo: le nozze gay, i genitori 1 e 2 e le adozioni non sono una frontiera dei diritti civili adombrata dalla crisi. Sono dei falsi problemi. Questo matrimonio non andava rimandato. Proprio non s’aveva da fare. Ciò, ammesso che Hollande e i suoi pari siano incappati in «buona fede» nell’inconveniente chestertoniano, dell’aver iniziato col combattere la Chiesa per la libertà e l’aver finito col combattere la libertà, pur di indispettire la Chiesa – perché distruggere la famiglia produce degli individui atomizzati, inermi di fronte all’enorme Leviatano, oltre a infastidire qualche prelato. Ammesso, cioè, che Hollande non cerchi semplicemente di gettare fumo negli occhi per occultare l’inadeguatezza del suo programma economico alla realtà effettuale, visto che l’Europa avrà tanti difetti, ma almeno è congegnata in modo tale da rendere il socialismo «reale» (che ossimoro!) vieppiù irrealizzabile di quanto non sia di per sé.

I dati di Le Figaro ci raccontano però anche un’altra storia, la parabola del sentimento antipolitico che sposta il consenso sui partiti antieuropeisti, sovranisti e populisti. Come è accaduto in Italia con il Movimento 5 Stelle, come accade in Francia con il Front National (che pure sta dieci spanne sopra ai grillini), come capita nei Paesi in cui è debole la tradizione liberale e risultano più seducenti le soluzioni «anti-sistema». Contro lo stupro della ragione che cerca di perpetrare Hollande e in alternativa al radicalismo antiliberale, basta qualche esercizio di realtà quotidiano. Mezz’ora al giorno in cui ci si sottragga al vangelo del politicamente corretto e al mainstream delle teorie economiche simil-keynesiane, o peggio, ai vaneggiamenti di Barnard e Loretta Napoleoni. Mezz’ora al giorno in cui ci si ricordi che la vita, com’è ovvio, inizia col concepimento, che la famiglia è un baluardo di libertà e autonomia, che un bimbo ha bisogno di un padre e una madre; che la spesa pubblica è fonte d’inefficienza e corruzione, che meno tasse e meno stato non significano turbocapitalismo e strapotere alle multinazionali. Mezz’ora al giorno per pensare con la propria testa, per prestare ascolto ai dictamina rectae rationis. Mezz’ora al giorno per recuperare quelle che una volta si chiamavano verità «autoevidenti». Perché la moda è un’altra, ma la realtà la dura e la vince. 
 

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