11 ottobre 2013

Speranze e dubbi sul New Deal di Bergoglio

di Alessandro Rico

Condivido con tanti amici timori e perplessità sul Nuovo Corso di papa Francesco, dalle frequenti rotture dell’etichetta, un po’ spontanee e molto costruite, alle dichiarazioni ambigue, ai suoi dialoghi con Scalfari. È il papa del rinnovamento destinato a trasformarsi nel papa di Repubblica? Allenta la pressione mediatica sulla Chiesa, ingenerando però insidiose attese nei nemici? Guadagnerà delle anime o contaminerà la tradizione? I dubbi sono legittimi, ma le speranze non malriposte. 

Perché per primo bisogna ricordare che Bergoglio è il papa, non un don Gallo qualsiasi, un cane sciolto senza entourage. E poi non si deve dimenticare che è un gesuita, e nella Compagnia nisciun’ è fess’. Se una Chiesa sotto assedio non può solo difendersi, ma non ha la forza di contrattaccare, distrarre l’avversario può far guadagnare tempo. Ci si divincola dalla morsa su preti pedofili e scandali finanziari, facendo un po’ di scalpore populista. Il pericolo è sempre quello di inciampare su ostacoli autoprodotti: se fai troppo il grillino, non torni più indietro. Lo stesso vale per la sortita del Segretario di Stato Parolin: ha ricordato che il celibato non è un dogma, per mostrare che nella Chiesa si può discutere liberamente. Ma che succederà quando i radical chic si accorgeranno che le cose non sono cambiate? Se si flirta con i gentili, si può essere fraintesi – e pare proprio che in questa fase, il pontefice giochi parecchio a stare sul filo del misunderstanding. Dicendo: «Chi sono io per giudicare un gay?», non sconvolgi nessun cattolico minimamente consapevole. Ma Flores d’Arcais si aspetta di vedere Elton John con candido codazzo all’altare, e quando capisce che non è possibile, la campagna bellica può ripartire più accanita di quando al soglio c’era Ratzinger, uno che per non piegarsi si sarebbe spezzato.

Almeno una riforma, a dire il vero, Francesco la farà, e riguarderà l’assetto collegiale del governo della Chiesa. Questo, gli amici tradizionalisti me lo concedano, a mio avviso è un bene. Primo, perché una caricatura di gestione collegiale c’è già di fatto, sotto forma di correntine e consorterie. Secondo, perché il pontefice non è solo il vicario di Cristo, ma è pure un sovrano; e nelle faccende terrene, da buon liberale, credo che dividere il potere sia meglio che concentrarlo.

Questa è politica. Ma la Chiesa non è un partito e il successore di Pietro non è il capo del settore marketing. Se riflettiamo su qualche aspetto teologico, ho ragione di credere che Francesco non stia demolendo per ricostruire, ma voglia completare l’edificio del predecessore – del quale, quest’epoca ottusa non ha voluto riconoscere il piglio profondamente ma non clamorosamente riformista.  Proprio Ratzinger ci ha ricordato spesso che un cristiano deve saper tenere insieme la Verità e l’Amore. Direi che il magistero dei due pontefici rappresenta la sintesi di questi due principi: la Verità che Benedetto XVI ha riaffermato, diffuso, difeso e l’Amore che ogni gesto di Francesco, nella semplicità (ponderata) di cui è ammantato, sprigiona. Non che Ratzinger non amasse, non che Bergoglio rinunci alla Verità. Ma è chiaro che nei carismi dei due vibrano armonie diverse, eppure complementari: dell’uno spicca l’intelletto brillante, dell’altro l’umanità intensa ed empatica.

Ci si può chiedere che senso abbiano le interviste a Repubblica. Ecco, a me pare che Francesco abbia la speciale abilità di rivolgersi a Scalfari per parlare alla galassia di cuori inquieti, per dirla con Agostino, che cercano con affanno quella Verità, ma ancora non la trovano in Cristo. Quando Scalfari farnetica sull’Energia cosmica, e Bergoglio osserva che in fondo loro due non sono lontani, che l’ontologia dell’agnostico è una trasposizione (pseudo)scientifica dell’ontologia cristiana, è come se il papa dicesse: «La risposta alle domande esistenziali non sta nelle cosmologie fantasiose, ma in Gesù». Lo dice più velatamente, più gesuiticamente di come avrebbe fatto Ratzinger, e in modo meno raffinato; non è certo questo pragmatismo che deve spaventarci. 

Né l’apparente deriva relativistica del paragone tra i cristiani e i non cristiani che cercano il Bene secondo coscienza, deve allarmarci di più di quanto farebbe una qualsiasi captatio benevolentiae. Non deve creare scompiglio se Francesco sembra allontanarsi dalle sicure sponde della tradizione per andare, evangelicamente, a pesca di uomini. Quale pastore che abbia cento pecore e ne perda una, non lascia le altre novantanove nel deserto per cercare quella smarrita? In fondo il medico non serve ai sani, ma ai malati. Io dico che in questo senso, davvero Bergoglio sta recuperando, francescanamente, l’essenza del Vangelo, quella che spesso si perde dietro dispute culturali e politiche. Analogamente, per il problema dei temi etici. Parlarne meno può comportare che nel dibattito s’impongano le voci «libertarie», che i cattolici si disabituino ai valori non negoziabili, che i giornalisti ricamino sulle dichiarazioni equivoche del papa. Ma Francesco ribadisce che non è la politica, la premessa necessaria a vivere il Vangelo, ma è il Vangelo a essere la fonte da cui derivano politica, dottrina sociale, valori non negoziabili. Bisogna che tutti torniamo a Gesù prima di andare nel mondo.

In questo momento storico, è bene che la Chiesa guardi soprattutto agli ultimi, ai sofferenti, ai nuovi poveri colpiti dalle conseguenze sociali della crisi, che condivida con loro sacrifici e privazioni. Qual è il rovescio della medaglia? Che con la compassione penetri il materialismo, l’idea che i crocifissi d’oro e i paramenti finemente ricamati siano solo un lusso inadeguato all’epoca, anziché segni esteriori funzionali alla liturgia. Come discutibili sono certi interventi sulla condizione dei migranti, talora al confine della boldrinata, o contro il capitalismo, in una Chiesa che si vuole aperta al dialogo su tutto ciò che fa comodo alla sinistra, mica sull’economia. 

Insomma, il New Deal di papa Francesco è un coraggioso tentativo, ma è pur sempre un tentativo, con il suo carico di effetti imprevedibili e rischi non calcolabili. Al peggio, torneranno ad attaccarci più ferocemente di prima. Noi ringrazieremo Gesù per ogni persecuzione nel Suo Nome. 
 

7 commenti :

  1. Troppo cerchibottismo. Basta con la fiaba dei gesuiti furbissimi. Ho una collezione di dichiarazioni di gesuiti che farebbero tremare il Magistero. I gesuiti che parlano a ruota libera offrono al buon vero cattolico più spine che rose. Carlo Maria Martini e ho detto tutto. C'è anche José Funes e gli extraterrestri nostri fratelli compatibili con la verità di Cristo. Lo sa lui se gli alieni sono senza peccato? E se hanno il peccato, Cristo non li ha redenti perché il suo sacrificio per noi terrestri è stato un atto unico non una messinscena da ripetere in ogni pianeta. Faceva meglio a stare zitto.
    Bergoglio sta snaturando la Chiesa Cattolica Apostolica Romana, ogni buon vero cattolico che abbia occhi per vedere e orecchie per intendere non si lascia incantare da quelli che vogliono convincere gli altri che è tutto normale ma non riescono a convincere nemmeno sé stessi. Come ci insegna Roberto Grossatesta, uomo grande e colto e pio se mai ve ne furono, resistere a un papa poco cattolico è cosa santa e meritoria.
    Ho pregato, prego e pregherò il Signore per Francesco, perché ritrovi la strada che è propria del pontefice anche nel secolo dello sfascio moderno, la strada percorsa da Benedetto XVI, Pio XII, Pio X e Pio IX.

    Unitevi con me nella preghiera, leviamo le nostre voci sino al cielo ut unum sint!

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  2. È la cosa giusta da fare.

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  3. Considerato che ormai sulla via della cristiana transumanza, le pecorelle smarrite si contano a milioni. Considerato altresì che, a occhio, queste sembrano essersi felicemente accordate col lupo sul trattamento. e poi che le poche rimaste nel recinto, non essendosi fidate del lupo e non vedendo più il pastore, vorrebbero almeno un fucile in dotazione. Considerato tutto questo, mi chiedo chi glielo fa capire a quel sant'uomo che non è bello offrire al lupo anche il digestivo?

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  4. Gianmichele Provveduto13 ottobre 2013 16:59

    D'accordo con Paulus.

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  5. Sono completamente d'accordo con ciò che essa scrive.
    Anche io di primo acchito rimango sconcertato dall'atteggiamento papale, ma poi se leggo attentamente ciò che dice, non ciò che viene arbitrariamente riportato, riacquisto completa fiducia nel Vicario di Cristo! E mi fa piacere che anche lei,guardando alla sostanza e non alla forma, veda continuità fra l'opera di Benedetto XVI e quella di Francesco.

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  6. Erano e sono talmente tanti i peccati della Chiesa, che un Papa cosi' ce lo meritavamo proprio! Il fatto che abbia finto di non sapere che fu proprio un papa francescano a sciogliere la Sua Compagnia nel XVIII secolo, sarebbe dovuto bastare per chiamarsi, piuttosto, Ignazio o Francesco Saverio... per me e' Pietro Romano e confido solo nel "pondus diei et aestus". Cordialita'.

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  7. Sono cosi' tanti e gravi i peccati della Chiesa, che un papa cosi' ce lo meritavamo proprio: se Egli si fosse ricordato che fu proprio un Papa francescano a sopprimere la Sua Compagnia nel XVIII sec., non si sarebbe di certo chiamato Francesco ( di Santo d'Assisi, poi, ce n'e' uno solo!), semmai Ignazio o Francesco Saverio; a me questo papa non mi ha convinto da quando e' comparso per la prima volta sulla loggia e confido solo sul...pondus diei et aestus. Cordialita'.

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