06 ottobre 2013

To the Wonder: un viaggio verso casa

di Isacco Tacconi
“Verso la Meraviglia” è la traduzione italiana dell’ultima produzione cinematografica firmata Terrence Malick, la quale si rivela, come il precedente “Tree of Life”, una vera e propria opera d’arte. Un film difficile da decifrare sia per la pluralità di temi che investe sia per la profondità della riflessione di cui si fa portatore. In effetti non si può evitare di chiedersi :“cosa voleva comunicarci il regista?”. E quando un film stimola l’intelligenza e la riflessione, è un chiaro segno del suo spessore non comune che spicca nel conformismo superficiale in cui annaspa il cinema hollywoodiano.

Grazie al collaudato artifizio dei lunghi silenzi, dei lunghi fotogrammi di paesaggi suggestivi, adornati dalla splendida interpretazione di un cast di tutto rispetto (Ben Affleck, Rachel Mcadams, Olga Kurylenko, Javier Bardem), “To the Wonder” entra a far parte della breve ma intensa filmografia di Malick (appena 6 film!), nella quale ricordiamo, inoltre, lo splendido “La sottile linea rossa”.
La trama è sfumata, e funge più da pretesto per dare voce, come in una rappresentazione teatrale o in una composizione musicale, ad alcune sfaccettature dell’animo umano. I protagonisti, infatti, parlano pochissimo, i dialoghi sono pressoché assenti e ciò che prevale è la voce dei pensieri. Riflessioni e domande rivolte ad una realtà trascendente che appena si avverte ma che al contempo la si percepisce come avvolgente e permeante.

La giovane e sensuale Marina (Olga Kurylenko) innamorata della vita, innamorata in maniera sentimentale dell’“amore”, sembra non curarsi della figlia né dell’uomo che le sta dinanzi avvolta com’è in un vortice di emozioni e di passioni infantilistiche. Neil (Ben Affleck) d’altra parte, appare un uomo lacerato interiormente, un eterno indeciso, bloccato nell’incapacità di prendere una decisione definitiva come quella di sposare Marina pur amandola sinceramente. Il sacerdote (Javier Bardem) stretto in una crisi non tanto vocazionale, quanto piuttosto di senso, sembra affrontare quel deserto spirituale che tutti i mistici e i santi hanno sperimentato: il silenzio di Dio. Lo si vede smarrito nella sua inadeguatezza, e rivolto ripetutamente a Dio chiede “Insegnaci dove cercarti”. Un sacerdote che sembra non riuscire ad essere vero con se stesso né con gli altri, sperimentando tutta la sua umana debolezza sulla quale vengono, per di più, caricate le sofferenze e i drammi dei suoi parrocchiani. Un’eloquente immagine del sacerdote che consapevole dei propri limiti umani si fa crucifero dell’umanità ferita e che in fine scoprirà il senso profondo della sua vocazione nel farsi vicino ai poveri e ai sofferenti, gli ultimi, gli abbandonati i quali sono, in definitiva, il luogo dove incontrare il volto di Dio.
Neil che acconsente in un primo momento a sposare Marina per permetterle di acquisire la green card, appare, per la maggior parte del film, il personaggio più insignificante privo di carattere e di personalità. In realtà giungerà, attraverso un cammino di maturazione, ad essere capace addirittura di perdonare e accogliere Marina pure dopo che lei lo ha tradito con un altro uomo. Nonostante ciò lei lo lascia, sedotta dal miraggio di una vita di libertà e indipendenza, senza legami né costrizioni. Un finale piuttosto pessimistico a quanto sembra ma che lascia, come vedremo, uno spiraglio di ripensamento.
Anche l’espediente di utilizzare una lingua diversa per ogni personaggio (francese, inglese, spagnolo e italiano) vuole rappresentare la dimensione dell’incomunicabilità dell’uomo contemporaneo che si vede sempre più rinchiuso in se stesso. Una prigionia che soltanto la forza centrifuga dell’amore può vincere abbattendo il muro delle umane debolezze.

Il potere e l’originalità del cinema malickiano, sembra risiedere in quella capacità di dare consistenza alle emozioni umane con la sola forza delle immagini, unite in uno splendido connubio col sottofondo musicale nel quale si susseguono brani di Bach, Wagner, Haydin ecc. Un esperimento efficace ed evidente nell'entusiasmante incipit (la cronaca dell'innamoramento), girato sulle rive di Mont Saint-Michel, il luogo dove tutto era cominciato e dove tutto finirà. L’ultima scena, infatti, inquadra Marina saltellante, libera e sola, che si volge improvvisamente indietro e scorge, non senza nostalgia e rimpianto, l’immagine di Mont Saint Michel, quasi a ricordarle l’amore vero, reale, che lei ha lasciato per seguire un’illusione che l’ha portata, invece, lontano da tutte le persone della propria vita.
Malick sembra additare la “meraviglia” come chiave di volta dell’esistenza, della vita in generale e dell’amore che ne costituisce, in ultima analisi, l’anima e il senso ultimo. Meraviglia, che come intuì Aristotele, è la porta della conoscenza della Verità con la V maiuscola, che si dischiude sull’orizzonte supplicante dell’uomo assetato dell’assoluto.

“To the Wonder” si pone, evidentemente, in continuità con  il precedente “Tree of Life” rivelandone l’intimo legame che potremmo sintetizzare con le parole di Sant’Agostino “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. Un viaggio verso la casa paterna, dunque, rappresentata dal meraviglioso Mont Saint Michel, immagine della definitiva dimora celeste fra le braccia amorevoli del Padre.
Ancora una volta, dunque, un applauso per Terrence Malick che si conferma una rara eccezione nel banale piattume del cinema hollywoodiano dominato da sesso, tradimenti, mostri e supereroi targati USA. Avanti così Terrence!
 

5 commenti :

  1. Manlio Pittori8 ottobre 2013 13:11

    Come diceva Giorgio Gaber, mi perderò - con immensa soddisfazione - l'ultima roba di Malick. Ho provato a vedere La sottile linea rossa, e mi sono detto "mai più, mai più". Poi una sera mia moglie ha scelto "The tree of life" e non ho avuto la forza di contraddirla: però è stata lei, a uscire dal cinema a metà film, e si è calmata solo dopo un Alligatore fatto come si deve dal buon Gigi. “To the Wonder” ce lo perdiamo e non vedo l'ora che esca, così da poterlo perdere per davvero.

    "Ma ti rendi conto, essere a casa e pensare, questa sera mi sono perso il Macbeth, che colpo ragazzi! Venerdì mi perdo La Tempesta, sono già tutto eccitato. Carmelo Bene me lo perdo martedì. No, martedì c'è un film stupendo di Coppola, ormai devo perdermi quello lì, ho fissato. Quando ce n’è due è un po’ un casino. Sabato invece sono a posto, non vado al dibattito sul nucleare, e anche lì me la godo, ragazzi!" (Giorgio Gaber, 1984)

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  2. Insomma una vita da insensato senza interesse.

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  3. Manlio Pittori9 ottobre 2013 16:13

    Caro Anonimo,

    una vita sensata piena di interesse è solo ed esclusivamente quella che prevede la visione di tutti i film di Terrence Malick?

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  4. Dalla citazione di Gaber sembra che siano un po' di più le cose che non ti interessano. Magari se non vuoi apparire un insensato senza interesse scegli con più cura le tue "citazioni".

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    1. Manlio Pittori14 ottobre 2013 08:35

      Ah, ecco, non conosci Gaber: allora non ho altro da dire.

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