30 novembre 2013

Costanzo Preve: dal comunismo alla comunità

di Andrea Virga e Lorenzo Roselli
Il 23 novembre scorso è venuto a mancare Costanzo Preve, uno dei più eminenti e brillanti filosofi politici che il nostro paese (ma non solo) abbia conosciuto negli ultimi cinquant’anni. Sentiamo il bisogno di ricordare che uomo e pensatore egli fu, non soltanto per la scarsissima risonanza mediatica che la sua morte sembra aver riscontrato, ma anche e soprattutto perché debitori della sua ridefinizione del concetto di comunitarismo – e, per estensione, di socialismo – che affronteremo più avanti. Per tracciare un riassunto della sua opera, risultano imprescindibili alcuni cenni biografici che, oltre a contestualizzare maggiormente il suo pensiero nel quadro politico italiano ed europeo, mettono ancor più in luce le doti e l'incredibile valore dello studioso piemontese.

Nato il 14 aprile 1943 a Valenza (AL) da madre di origine armena e padre italiano, Preve trascorre larga parte della sua vita a Torino, dove frequenterà anche il liceo classico diplomandosi nel 1962. Forzato dal padre ad iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza all'Università di Torino benché poco interessato agli studi giuridici, decide di abbandonarla nel 1963 per Scienze Politiche. In quello stesso anno, vince un concorso per una borsa di studio all'Università di Parigi dove inizia frequentare filosofia, seguendo le lezioni di Hyppolite, Althusser, Sartre e Garaudy. Sempre grazie a una borsa di studio studia germanistica alla Freie Universität di Berlino, per poi recarsi all’Università di Atene. Qui discute la tesi di laurea in neogreco titolata: L'illuminismo greco e le sue tendenze radicali e rivoluzionarie. Etnogenesi della nazione greca moderna fra Settecento e Ottocento. Il problema della discontinuità con la grecità classica e con la grecità bizantina.
L’anno dopo la laurea, ottenuta nel 1967 con Galante Garrone, senza frequentare i corsi, si sposa e mette su famiglia a Torino. Qui diviene professore di storia e filosofia presso l’attuale Liceo Scientifico “Alessandro Volta”, dove insegna per 35 anni. Contemporaneamente, inizia la sua attività politica e culturale, che lo porta a collaborare con intellettuali quali Gianfranco La Grassa, Franco Volpi, Maria Turchetto, Augusto Illuminati. Tra il 1973 e il 1975 aderisce al PCI, che abbandona per vari gruppi extraparlamentari, tra cui Lotta Continua, per poi approdare a Democrazia Proletaria (1988), dopo aver contribuito per anni alla rivista teorica che a DP faceva riferimento. Si pone a capo della fazione vetero-comunista ed anti-migliorista del partito, opponendosi agli eco-socialisti guidati da Mario Capanna. Al prevalere dei secondi, e la conseguente confluenza in Rifondazione Comunista, nel 1991 Preve lascia il partito, ritirandosi per sempre dalla militanza politica diretta.
Questo non gli impedisce di continuare ad occuparsi di filosofia e teoria politica negli anni a venire, elaborando una riflessione critica sul fallimento storico del marxismo e delle sinistre, senza disdegnare il confronto con pensatori provenienti da destra come Giano Accame, Alain de Benoist, Claudio Mutti e Marco Tarchi, né di aprirsi a realtà come la geopolitica. Diviene così uno dei più fervidi sostenitori del superamento della dicotomia “Destra-Sinistra”, affermando che esse debbano essere lette sotto «nuove categorie interpretative» e dell’abbandono delle successive superfetazioni marxiste, per ritornare al pensiero marxiano come fondamento per un’emancipazione dell’uomo dal capitalismo su base comunitaria e non classista.
Questo valido lavoro di revisione critica e la sua grande onestà intellettuale e apertura al dialogo gli hanno procurato l’apprezzamento e il sostegno di una cerchia di amici e collaboratori, ma anche un vero e proprio ostracismo da parte dell’intelligencija di sinistra, da lui paragonata a una casta sacerdotale, dedita a perpetuare e giustificare il capitalismo sul piano culturale. Addolorato da questo isolamento e afflitto da una serie di gravi patologie, al punto da non poter allontanarsi da casa, è venuto a mancare ad appena settant’anni. Spiace ora constatare come quegli stessi che l’avevano calunniato coll’epiteto di “fascista” ed escluso da ogni iniziativa politica e pubblicistica – dal Manifesto a Repubblica, da Micromega a Rifondazione – ostentino di piangerne la morte.

Questo nostro contributo, da sinceri ammiratori, uno dei quali ha anche avuto il piacere e l’onore di conoscerlo di persona e dialogare con lui, vuole però approfondire un aspetto meno politico e più filosofico della sua figura di Maestro. Costanzo Preve non aveva il dono della Fede in Dio, purtroppo, ma ha sempre avuto un grande rispetto per la religione, riconoscendole una dignità non solo sul piano culturale, ma anche come ricerca filosofica. Per questi motivi, aveva chiesto di ricevere esequie religiose (preferibilmente greco ortodosse, ma poi per motivi pratici cattoliche), che sono state celebrate giovedì 28 novembre nella Parrocchiale della Crocetta a Torino.
Tuttavia, la sua importanza, che lo impone anche all’attenzione dei cattolici, sta nel fatto di aver sempre insistito su una concezione razionale e sociale dell’uomo (sulla scia dello Stagirita), e sulla natura oggettiva della Verità, raggiungibile attraverso il dialogo filosofico tra gli uomini. Questa concezione filosofica, risalendo attraverso Marx e Hegel, arriva fino ad Aristotele, che a sua volta è alla radice del pensiero di S. Tommaso e Benedetto XVI. Quest’ultimo, non a caso, è stato spesso elogiato da Preve e difeso dagli attacchi degli intellettuali laicisti. Il pensiero previano costituisce perciò un vero e proprio esempio di filosofia laica e naturale che, se pure è priva della luce della Fede, costituisce però una difesa della Ragione data da Dio all’uomo, e del ruolo di quest’ultimo al centro della Creazione, in contrasto con il fideismo, con il relativismo, il soggettivismo, il consumismo, lo scientismo e le altre patologie della ragione che affliggono l’età contemporanea.

Riservandoci di approfondirne ulteriormente il pensiero, concludiamo con questa citazione «Il monoteismo religioso non è pertanto un “nemico” della Verità, ma un alleato possibile. È bene notare che questa possibile alleanza non può essere fondata (come molti sostengono) su ragioni di tipo populistico, pauperistico e miserabilistico. La cosiddetta “scelta preferenziale per i poveri”, che alcuni considerano il terreno di incontro fra rivoluzionari atei e religiosi, non è che una conseguenza secondaria di qualcosa che le sta alle spalle e che è primario, cioè l'ammissione dell'esistenza della Verità
 

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