29 novembre 2013

Fine del mondo o avvento del Regno di Maria? I cattolici di fronte ai segni dell'Apocalisse

di Fabrizio Cannone

Tutti ammettono che il mondo d’oggi si trova in una situazione drammatica. La gente è preoccupata per il crescente accumularsi di sconvolgimenti: non tanto per quelli naturali, come caos climatico, alluvioni, terremoti, epidemie, carestie, quanto per quelli sociali, come crisi politiche, crolli economici, disordini pubblici, invasioni migratorie, prepotere criminale, terrorismi, guerre, genocidi; per non parlare del ritorno dello schiavismo, del fanatismo politico-religioso e delle persecuzioni anticristiane” (p. 6).
Da questo scenario fosco, ma purtroppo assai realistico, prende le mosse "Fine del mondo o avvento del Regno di Maria?" (Fede & Cultura, 2013, pp. 160, euro 12,50), l’ultimo saggetto dello studioso romano Guido Vignelli, già allievo di Augusto Del Noce e da molti anni apologeta infaticabile, oltre che prolifico curatore di opere fondamentali (come, da ultimo, quella ripubblicata in una sua eccellente traduzione, di Plinio Correa de Oliveira, Trasbordo ideologico inavvertito e dialogo, Il Giglio, 2013). In questo suo saggio, documentatissimo e fitto di note e di rimandi teologici e storici, l’Autore si propone di riprendere e sviluppare la sana apocalittica cattolica, che si radica nell’Apocalisse di Giovanni e che trova echi nelle stesse epistole paoline, e intende parallelamente confutare le false apocalittiche, o secolaristiche o pseudo-religiose come quelle, tipiche, del fondamentalismo protestante americano.

L’Autore dimostra ad abundantiam la legittimità dell’escatologia cattolica la quale in fondo è un aspetto, non marginale, della Provvidenza Divina. Se Dio esiste, e se solo Lui è eterno, è naturale, all’interno del suo piano di salvezza, che le altre creature ad un dato momento abbiano a scomparire, lasciando spazio ai soli enti spirituali che Dio vuole trattenere con sé, come lo sono certamente gli Angeli fedeli e le anime immortali dei Giusti (senza negare, ovviamente, il dogma della resurrezione della carne e l’esistenza degli altri accidenti corporei, come i nuovi cieli e la nuova terra di paolina memoria). Secondo Vignelli certi “spiriti forti”, in realtà debolissimi, “accusano sprezzantemente i fedeli in attesa escatologica di essere seguaci del millenarismo, malati di ‘apocalitticismo’, fanatici in cerca di eccitanti prospettive, pretendendo di vivere in un’epoca decisiva della storia e illudendosi che l’attuale crisi verrà automaticamente risolta da una catastrofe rigeneratrice” (p. 19). Mentre invece già il grande Agostino scriveva che “ogni cristiano deve vegliare affinché il Ritorno del Signore non lo trovi impreparato” (cit. a p. 24). Il Catechismo del Concilio di Trento (pubblicato dalle edizioni Cantagalli di Siena e da procurarsi al più presto) scriveva perfino che noi “dobbiamo desiderare ardentemente quel secondo giorno del Signore” (p. 24), ovvero il giorno ultimo della storia del suo ritorno glorioso dal cielo. Lo stesso Catechismo del 1992  ricorda che la “venuta escatologica [di Cristo] può compiersi in qualsiasi momento. […] La venuta del Messia glorioso pende su ogni momento della storia” (p. 27).

Proprio per la nettezza della dimostrazione fin qui svolta e per l’idem sentire che ci lega all’Autore, ci permettiamo, da commilitoni della stessa Causa, qualche riserva su punti però non del tutto secondari, trattati di seguito, specie nel capitolo dell’operetta dal titolo di “Testimonianza profetica o impegno sociale?” (pp. 29-44). Per Vignelli le conseguenze della falsa escatologia cattolica sarebbero di due ordini. Da un lato il ritiro nelle catacombe dell’inattività, data la nocività del mondo (soluzione che potremmo definire di destra); dall’altro l’impegno nel mondo laico del sociale, trascurando la fede e l’apostolato (soluzione che potremmo chiamare di sinistra). E le due soluzioni andrebbero spesso di pari passo: alcuni infatti iniziano col disprezzare così tanto lo spirito del mondo attuale, effettivamente materialistico ed edonistico all’estremo, per poi inserirsi nelle sue strutture, limitando la vita cristiana ai soli sacramenti e nel resto vivendo come gli altri. L’autore chiama queste due scelte come la teologia della resa e la teologia della complicità. Se queste deviazioni sono certamente possibili, non siamo pienamente d’accordo con l’autore nella lettura in bianco e nero che propone. Troppe volte la logica contro-rivoluzionaria cattolica lascia intendere che chi non evangelizza, chi non fa apostolato cattolico esplicito sbaglia, e vive inutilmente la fede. Ma questo non è vero. Siamo chiamati tutti ai nostri doveri di stato, ma non tutti sono tenuti (sempre e comunque) alla lotta politica e culturale contro il Nemico. Una madre di famiglia, casalinga con prole numerosa, non è tenuta all’apostolato diretto e non tutti hanno il tempo, le capacità, i mezzi e la cultura per agire in prima persona contro le tendenze tossiche della modernità. Colpevolizzare l’uomo medio cristiano, secondo me, è un grave limite di certe visioni cattoliche che si dicono “militanti” o “controrivoluzionarie”, per le quali l’azione culturale cattolica sarebbe di fatto il solo modo per vivere oggi pienamente lo spirito cristiano autentico. D’altra parte, non condividiamo neppure la condanna della “fuga mundi”, detta teologia delle catacombe: anzi questa oggigiorno non dovrebbe neppure riservarsi agli eremiti sui monti, ma sarebbe da praticarsi, almeno tendenzialmente, anche da parte del cattolico laico che, abitante delle secolarizzate metropoli d’Occidente, non voglia mettersi nelle occasioni prossime di peccato. Con la scusa del “dovere della militanza” ogni distacco dai mezzi tecnologici moderni, per esempio la TV o internet, è visto come una ingenua fuga dalla realtà e un rifiuto di strumenti provvidenziali per ribaltare la situazione sociale anticristiana (il sottoscritto, che non possiede la Tv né internet è stato spesso criticato da certi cattolici tradizionalisti che vedono in questo non una scelta ascetica coraggiosa e moralmente impellente, quanto piuttosto il segno di un volersi estraniare dalla realtà che sconfinerebbe nell’indifferentismo e nel quietismo).

Lo vogliamo dire in  modo chiaro e sintetico, anche per intavolare un dialogo politico-teologico coll’Autore: secondo noi, né tutti i cattolici sono tenuti all’apostolato diretto e alla lotta contro la Rivoluzione; né ogni opera meramente sociale e caritativa costituisce uno scivolamento “dal cristocentrismo all’antropocentrismo”, “sostituendo il progetto di una civiltà cristiana con quello di una ‘civiltà più umana’”, cose che di per sé costituirebbero un “compromesso col mondo” e una “collaborazione col nemico” (p. 38). Svolgere una qualsiasi attività umana, non di apostolato cattolico, non è mai stato sinonimo di cedimento e non lo deve essere neppure oggi. Lo spirito militante assolutamente necessario non è quello politico-pubblico ma quello, più radicale e più universale, della lotta contro i vizi e per le virtù: da questo in effetti nessuno può esimersi. In altre parole è falsa l’alternativa dialettica tra “scelta religiosa” vista come “disimpegno spiritualistico” e “scelta temporale” come sinonimo di “impegno mondano”. Un docente di matematica, un contadino o un postino, che non abbiano tempo e capacità di “militare”, se buoni cristiani praticanti e devoti, non vivono né un disimpegno spiritualistico, poiché i veri impegni sono i doveri di stato e non l’apostolato, né un impegno mondano, giacché provvedendo alla loro famiglia fanno del bene, senza alcuna mondanità censurabile.

Dobbiamo smuovere i giovani e i meno giovani alla lotta per il Regno sociale di Cristo, e questo nessuno lo nega. Non però in nome della falsa contrapposizione sopra vista. D’altra parte è molto meglio un cattolico che assolva santamente i suoi veri doveri familiari e religiosi, che un “apostolo di Maria” che curi più l’apostolato controrivoluzionario esterno che la propria vita interiore. Ma questo, se non è certamente il caso dell’Autore, ottimo cristiano, è il caso di molti altri, più attratti dal Regno di Cristo che da Cristo stesso.
 

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