26 novembre 2013

Il questionario della CEI. Contrappunto.

a cura di Ilaria Pisa
Un questionario inviato dalla CEI alle parrocchie. Un parroco che esercita il suo ministero nel basso Lazio. E la perplessità per certe domande, che paiono suggestive...

Poiché chiedere è lecito e rispondere è cortesia, pubblichiamo due risposte di don Francesco Ferro su alcuni punti "caldi" del questionario, punti su cui la chiarezza filosofica e dottrinale, di questi tempi, non è mai abbastanza. Ringraziamo don Francesco per aver messo a disposizione questi brevi stralci di "apologetica di trincea".


Sul matrimonio secondo la legge naturale

a) Quale posto occupa il concetto di legge naturale nella cultura civile sia a livello istituzionale, educativo, accademico, sia a livello popolare? Quali visioni antropologiche sono apparse sul fondamento riguardo al concetto naturale di famiglia?
b) Il concetto di legge naturale in relazione all’unione tra uomo e donna è comunemente accettato in quanto tale da parte dei battezzati in generale?
c) Come viene contestata nella prassi e nella teoria la legge naturale sull’unione tra uomo e donna in vista della formazione di una famiglia? Come viene proposta e approfondita negli organismi civili ed ecclesiali?
d) Se richiedono la celebrazione del matrimonio battezzati non praticanti o che si dichiarano non credenti, come affrontare le sfide pastorali che ne conseguono?

Il concetto filosofico di "diritto naturale" nella cultura civile purtroppo non si è fatto spazio. Anche dal punto di vista cristiano-antropologico dovrebbe maggiormente essere sviluppato, sia in modo teorico che pragmatico. Il concetto di legge naturale in relazione all’unione tra uomo e donna nella maggioranza dei battezzati di questa parrocchia è sicuramente accettato; ma la teoria che l’uomo è la sola misura di se stesso, che delle proprie azioni morali debba rispondere solo alla propria coscienza, è ormai una pratica diffusa. Va però notato che, se a livello teorico si seguono questi stereotipi di ribellione alla cultura di matrice cristiana, alla fine però si pratica sempre il ritorno alla forma tradizionale di famiglia.

La richiesta della celebrazione del matrimonio da parte di battezzati non praticanti è molto frequente. D'altronde dalle istruttorie matrimoniali si intravede subito se una persona è realmente credente oppure no. Sarebbe ora che si potesse negare l’accesso ai Sacramenti a chi di fatto non dimostra di essere pronto; purtroppo però, per quieto vivere, e per non scatenare reazioni, sconcerti e addirittura clima di scandalo o guerre contro il parroco, la parrocchia, la curia, ci si mette una pietra sopra, coscienti che molti di coloro che chiedono i sacramenti, dopo la loro "uscita coreografica" saranno destinati a sparire nuovamente dalla vita della comunità parrocchiale. Conviene, allora, continuare ad ammettere ai Sacramenti proprio tutti, anche coloro non danno a vedere i frutti di una vita fattivamente cristiana? Penso che i parroci italiani, e forse anche non, aspettino al riguardo da tempo delle chiare direttive degli episcopati nazionali, considerando che ormai la comune frequenza a corsi di preparazione o catechismo non garantisce più il "sentire" o l’essere in comunione con la Chiesa.

Sulle unioni di persone dello stesso sesso

a) Esiste nel comune una legge civile di riconoscimento delle unioni di persone dello stesso sesso equiparate in qualche modo al matrimonio?
b) Qual è l’atteggiamento della parrocchia e la diocesi di fronte allo Stato civile promotore di unioni civili tra persone dello stesso sesso, sia alle persone coinvolte in questo tipo di unione?
c) Quale attenzione pastorale è possibile avere nei confronti delle persone che hanno scelto di vivere secondo questo tipo di unioni?
d) Nel caso di unione di persone dello stesso sesso che abbiano adottato bambini come comportarsi pastoralmente in vita della trasmissione della fede?

Nel nostro Comune, grazie a Dio, non esiste una legge civile di riconoscimento delle unioni di persone dello stesso sesso, e speriamo non venga mai ad esistenza. L’atteggiamento di fronte allo Stato civile promotore di unioni civili tra persone dello stesso sesso è sempre caratterizzato da quanto inculcato ormai dai media, come la cosa più ovvia al mondo: «Non è forse amore? Non è forse romantico?» E chi ostenta tale tipo di unione viene elogiato e additato come coraggioso, capace delle proprie idee, vero protagonista di una vita veramente vissuta. Addirittura uno pseudo politico, purtroppo molisano, una volta è arrivato ad asserire in tv che «Gesù Cristo predicava l’amore e la fratellanza, perciò noi facciamo bene se promuoviamo l’unione tra due persone dello stesso sesso» (sic!). Considerando in modo più sensato il problema, mi sembra che già il Catechismo della Chiesa Cattolica inquadri chiaramente [nn.2357-2359] la situazione dell’omosessualità. Ma qui la domanda non riguarda il modo di accettare cristianamente questa eventuale situazione...

L’unica attenzione pastorale possibile nei confronti di persone dello stesso sesso che hanno già avuto la "benedizione" dello stato per vivere questo tipo di unioni, a mio parere, non può essere altro che la scomunica e l’interdizione dagli edifici di culto. Si può studiare una soluzione su qualsiasi altro tipo di problema morale, ma su questo penso di no: qui siamo di fronte non a un singolo atto, non alla responsabilità di un momentaneo cedimento, bensì alla base della persona, alla sua "opzione fondamentale". Non per moralismo o clericalismo quindi, ma per la stessa essenza, la stessa natura dell’uomo: quella, per intenderci, che si potrebbe speculare anche con approccio meramente laico. Se da questi approcci passiamo però all’ottica offerta della morale cattolica, le conclusioni divengono molto più categoriche: soltanto dopo un avvenuto ravvedimento e cambiamento da parte di chi ha praticato l’errore, si può impostare un discorso di successiva e conseguente"pastorale". Non è questa anche una importante dinamica della sacramentaria? Si può forse pretendere l’Assoluzione Sacramentale avendo ancora affetto alla colpa, o determinazione nel compierla nuovamente?

Allora sia ben chiaro: nessuno impone nulla, nessuno costringe a piegarsi dinanzi a concetto, valore o verità alcuna: ma se la persona si trova ad avere delle pulsioni, dei desideri, e soprattutto condivide e mette in pratica leggi umane in diametrale contrasto a quelli che sono le istanza del Vangelo, del Magistero e della Tradizione della Chiesa, non si capisce il motivo per cui, si vogliano includere a forza tali liberi individui nell’Alleanza che la Chiesa vive con Colui che è Fedele per sempre (2Tm 2,13; 2Ts 3,3). La Chiesa non può che rispondere a questa fedeltà con la sua fedeltà: non si sa quale beneficio - e credibilità - potrebbe avere la Chiesa di oggi, o di domani, con la pretesa di flettere o modificare forme che sono costitutive (Lev 20,13; 1Cor 6,9; Rm 1,26ss), e non semplici regole disciplinari. Neanche la Misericordia di Dio può fare nulla davanti al libero arbitrio, che proprio per Misericordia Dio ha dato alle sue creature. Le celeberrime parole di sant’Agostino «Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te » [Sermo CLXIX, 13] dicono tutto. Il Santo d’Ippona considera anche «Infatti, ciascuno conserva la possibilità - triste sventura - di ribellarsi a Dio, di respingerlo... o di esclamare: Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi (Lc 19, 14)». Qualcuno ha detto che quando non si riesce a far rispettare la regola, si cambia la regola. Ma l’unico sentiero che la Chiesa conosce è quello appreso già nella sua bimillenaria tradizione.
Da questo discorso deriva anche l’impossibilità di una trasmissione della fede ai bambini che, per assurdo, possano essere adottati da una coppia omosessuale. È sempre vero che "i bambini non hanno mai colpa" e il Battesimo non si nega a nessuno. Ma pensiamo un poco alla struttura del Rito: non sappiamo se tutti i battesimi amministrati fin ora siano realmente fondati su quella educazione e su quell’esempio dei genitori, richiesti nella ricezione del sacramento. L’unica cosa che sappiamo è che già il trovarsi cresciuti da una coppia non etero è di per sé un elemento diseducativo: dal punto di vista umano prima, cristiano poi.

 

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