14 novembre 2013

Padre condannato per schiaffi. Facciamo del buon senso sull’educazione.

di Alessandro Rico

La vicenda del papà di Arezzo, condannato a un mese di reclusione per uno schiaffo al figlio, è molto più complessa di quanto si può sospettare. Guai a fare anche di questo, un problema di tifoserie nemiche, quella a favore dei ceffoni e quella votata alla non violenza assoluta. Innanzitutto, vanno chiarite le circostanze: pare che la sberla incriminata abbia lasciato un segno rosso sul viso del bambino, sconvolto al punto da saltare la scuola per diversi giorni. E poi bisogna specificare il reato che i giudici hanno contestato al manesco genitore: si tratta di abuso dei mezzi di correzione, una fattispecie regolata dall’articolo 571 del Codice penale, che punisce chiunque, nell’impiego appunto «dei mezzi di correzione o di disciplina», esponga la persona sottoposta alla sua autorità al pericolo «di una malattia nel corpo o nella mente».

Sarebbe ozioso domandarsi se la famosa «mano ritrattata» sul viso e i successivi giorni di turbamento del bimbo, costituiscano prova sufficiente di un cagionato rischio di patologie fisiche o mentali. L’ignoranza degli atti processuali ci costringe a rimetterci alla saggezza dei magistrati. Questo curioso episodio di cronaca giudiziaria è invece lo spunto per riflettere sul rapporto tra la famiglia, le istituzioni e lo stato nell’educazione dei figli. Fino a che punto la podestà genitoriale può essere esercitata senza pregiudizio per uno sviluppo sereno e libero di un bambino? E in che consiste la sua «libertà»? Può e deve, la scuola, supplire a eventuali e sempre più frequenti lacune familiari? E che ruolo hanno figure come il catechista, il parroco, o magari l’allenatore della squadra di calcetto?

È fondamentale il richiamo al principio di sussidiarietà. L’educazione è un’incombenza della famiglia in primo luogo – e gli obblighi educativi, anziché essere delegati ad altre organizzazioni, devono al contrario attenuarsi gradualmente, in ragione della funzione di ogni figura nella vita e nello sviluppo del fanciullo. Ma un precetto così semplice incontra nella realtà parecchie complicazioni. In primo luogo, perché la nostra società ha fortunatamente maturato una coscienza «personalistica» anche nei confronti dei bambini, non più considerati quasi come degli animali da ammaestrare, ma come persone latrici d’inalienabili diritti e libertà dai loro educatori. Lo schiaffo è un metodo caduto progressivamente in discredito, ma se ciò ha limitato enormemente gli abusi – i più grandi ricorderanno spiacevolmente percosse, o addirittura cinghiate e altre punizioni umilianti, dall’inginocchiamento sui ceci al giro delle classi con le orecchie d’asino – il risultato finale sembra essere stato un ammorbidimento eccessivo dei genitori. Spesso troppo permissivi e lassisti, per il senso di colpa derivante dal poco tempo dedicato ai figli, o semplicemente per il rifiuto di assumersi le proprie responsabilità; schierati pedissequamente a difesa dei loro infallibili pargoletti, contro l’evidenza e magari contro altri educatori, come quei professori picchiati da padri sostenitori a oltranza dei propri geni incompresi. Finché le parti si invertono: i ragazzi usano mamma e papà come distributori automatici di giocattoli, motorini, permessi di uscita serale con annesso passaggio in auto e, se abituati alla costante accondiscendenza, diventano i primi ad alzare le mani a ogni capriccio non esaudito. Così, quando vedi liceali altoborghesi che prendono a sprangate le vetrine e studentelli annoiati che bivaccano in pieno centro a Roma, ti domandi: dove sono le famiglie?
D’altra parte, uno stato che condanna un genitore manesco è sì uno stato che tutela i minori da pratiche che pure una lunga tradizione non può rendere più difendibili, ma può trasformarsi al limite in uno stato che nazionalizza l’educazione, che prescrive metodi pedagogici e finisce altresì per imporne i contenuti, attraverso la ghettizzazione della scuola privata e la proliferazione di ipoteche ideologiche anticlericali, anticattoliche e marxiste all’interno della scuola e dell’università pubbliche.
Come in ogni cosa, è il buon senso a dover dettare le norme di comportamento. In primo luogo, l’educazione è una questione di caratteri: ci sono bambini che si lasciano guidare più volentieri, nei confronti dei quali una strategia basata sul dialogo e sul confronto è già sufficiente; e bambini riottosi che non vanno bastonati come detenuti di Guantanamo, ma ai quali un ceffone, o ancora meglio qualche «no» in più, possono giovare – se è vero che l’indole ribelle è in fondo una celata richiesta di maggiore autorevolezza da parte dei propri mentori. Anche se a nostro parere ci sono rimproveri verbali, obblighi di condotta e dinieghi ben più educativi degli schiaffi, che per essere efficaci devono rimanere misure d’emergenza, ben dosate nella frequenza – e nell’intensità!

Per quanto concerne lo stato, tanto ci sarebbe da dire a proposito della sacrosanta funzione di proteggere i più deboli dai soprusi che pure un genitore potrebbe perpetrare, magari a partire dal concepimento. E a proposito della libertà che ogni famiglia dovrebbe conservare, di trasmettere ai propri figli, attraverso la scuola, un sistema di valori diverso da quello imposto dal Ministero dell’Istruzione. Ma qui apriremmo un discorso troppo ampio e avremmo troppe persone, queste sì, da riempire di sberle. 
 

3 commenti :

  1. "la nostra società ha fortunatamente maturato una coscienza «personalistica» anche nei confronti dei bambini, non più considerati quasi come degli animali da ammaestrare"... Non sono d'accordo. Proprio oggi i genitori in nome della parità ed uguaglianza, ma anche della tolleranza e della libertà, tollerano che i figli scivolino verso la barbarie in varie diversificate forme (tipo le baby squillo, il teppismo, la pornografia, il rifiuto dello studio e del sacrificio, la pigrizia, la mancanza di rispetto, etc.).La società di ieri sapeva educare e l'educazione ha bisogno anche di ceffoni: oggi non si vogliono dare i ceffoni, proprio perchè non interessa più educare. Il genitore vuole fare quello che gli pare, e tollera che il figlio faccia lo stesso, fino a lasciarlo tornare al mattino del week end ubriaco e drogato. Non c'è nessun progresso 'personalistico' ma solo individualismo egoistico. Gli eccessi del padre tiranno di ieri non sono minimamente compensati dal non-padre di oggi. Ergo: onore al sant'uomo di Arezzo e viva il ceffone!

    EMR

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  2. Giorgio Nicoletti14 novembre 2013 19:08

    Quattro quinti di post sono frutto di paranoia. Il resto è di una banalità desolante, la retorica della sussidiarietà, ma pensa te...

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  3. Quando vedi liceali altoborghesi che prendono a sprangate le vetrine e studentelli annoiati che bivaccano in pieno centro a Roma, ti domandi: dove sono le famiglie? Mah, saranno mica forse in balìa di uno stato che nazionalizza l’educazione, che prescrive metodi pedagogici e finisce altresì per imporne i contenuti, attraverso la ghettizzazione della scuola privata e la proliferazione di ipoteche ideologiche anticlericali, anticattoliche e marxiste all’interno della scuola e dell’università pubbliche?

    E non dimenticherei di sottolineare che non ci sono più le mezze stagioni e che una volta, qui, era tutta campagna.

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