30 dicembre 2013

Caro Scalfari, senza peccato non c’è più Amore e non c’è più Dio

di Alessandro Rico

Eugenio Scalfari, ovvero: non solo fare proselitismo è sbagliato, ma per dialogare con i non credenti bisogna catechizzarli un po’. Quello che il patinato editorialista di Repubblica ha capito del cristianesimo, dopo gli incontri con papa Francesco, è che il pontefice, nella Evangelii Gaudium, ha addirittura abolito il peccato. Seguiamolo nella sua brillante argomentazione.

Scalfari percepisce uno iato tra il Dio giustiziere dell’Antico Testamento e il Dio di misericordia rivelato da Cristo. Concependo il peccato come la trasgressione dei divieti imposti dalla legge mosaica, conclude che un magistero autenticamente evangelico debba conseguentemente svuotare di senso la nozione di peccato. Peccato – è proprio il caso di dire – che a Scalfari sfugga qualche particolare. Ritiene evidentemente che l’intuizione di una cesura tra il Dio di giustizia e il Dio d’amore sia una novità teologica, scordando che era presente già ai profeti veterotestamentari; così la Legge ha l’aspetto di una palestra dello spirito, in cui l’uomo esercita il cuore ad accogliere un amore liberante attraverso un’educazione metodica: «Darò loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo metterò dentro di loro; toglierò dal loro petto il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne» (Ez 11, 19).

C’è una continuità nella differenza, che Hegel chiamerebbe Aufhebung e che Cristo inequivocabilmente segnala: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5, 17). Ecco perché il Dio «esecutore di giustizia» di cui Scalfari parla con orrore, è lo stesso Dio «estremamente misericordioso» che gli piace: se non è un’idea di Francesco identificare Dio con l’Amore (chi ha scritto Deus caritas est e chi ha intitolato così un’enciclica?), non è un mistero che l’Amore debba procedere di pari passo con la Verità, affinché la Verità non serva per ferire e l’Amore non sia un caos sdolcinato. È questa la libertà che Gesù riconsegna, emendata, agli uomini – e tanto questa logica dovrebbe abolire la nozione di peccato, che addirittura Cristo si fa uccidere per redimerci! Solo in questo contesto ha senso il celebre motto paolino: «La lettera uccide, lo Spirito vivifica» (2Cor 3, 6), giacché quel che condanna i legalisti farisei non è l’osservare i precetti, ma il trasformare in alienazione quel metodo che dovrebbe insegnare ad amare «in scioltezza». Un po’ come quando s’impara a scrivere: si comincia col riempire le pagine di letterine, per diventare, magari, dei nuovi Scalfari.

Il peccato, allora, non può essere «abolito», perché non è la trasgressione di un comando, ma la scelta consapevole di rinunciare a un legame. Come qualsiasi relazione amorosa, anche il nostro rapporto con Dio è caratterizzato da infedeltà, tradimenti, bugie, litigi, soprusi. Ogniqualvolta noi tradiamo la Sua fiducia, abusiamo della Sua misericordia, deviamo dal Suo cammino, noi pecchiamo. In ciò consiste, si può dire, lo «spirito della lettera»: vivere di, per e con l’Amato. Perciò la trasgressione è peccato: interrompere quella relazione. Non si può abolire il peccato senza abolire l’Amore. Non si può eliminare l’inferno senza privarsi di Dio e della libertà di amarLo. Non è questione di libertà di coscienza e di libera ricerca sulla morale: il papa fa appello alla coscienza non in vece delle Scritture, ma perché la coscienza reca l’indelebile traccia del suo Creatore e sperimenta l’ininterrotta tensione verso di Lui. In tal senso, non stupisce che Francesco parli di un Dio che «è in tutte le anime»: niente a che vedere con il Deus sive Natura, che è invece l’errore di Spinoza nel concepire Dio come Sostanza, a rigore unica, e quindi di fare di Dio il sostrato di tutte le cose. Il creato reca la traccia di Dio (il Tutto è in tutti) ma Dio è trascendente – e senza bisogno di tirare fuori eresie, per comprendere la compresenza di immanenza e trascendenza divine basta pensare alla Trinità.

Smettiamola di fantasticare sulle rivoluzioni di Francesco. Lasciamoci stupire dalla fantasia creativa dello Spirito, che agisce al di fuori degli schemi e dei compartimenti ideologici. Scalfari dialoga con il Papa per concludere che sta dando ragione a lui, ma fino a un certo punto perché è pur sempre un Papa, e che tutto sommato, se non scrivesse su Repubblica, il papa potrebbe farlo lui. Che importa se non ha la fede: si comincia col cassare il peccato e si finisce col cancellare Dio.
 

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