04 dicembre 2013

L'Espresso e il sottinteso

di Ilaria Pisa
Lo scopo di molti portali di notizie, come L'Espresso, non è fornire ai lettori informazioni neutrali, ma esporre i fatti unitamente a giudizi, riflettendo scelte editoriali certamente opinabili ma altrettanto certamente legittime e, soprattutto, trasparenti e conoscibili a tutti. Nihil sub sole novi.
Suscita però perplessità e meraviglia constatare come il normale taglio ideologico di un articolo può grottescamente diventare isterismo fazioso, non appena si abbandoni anche l'ultimo appiglio con l'elementare senso di realtà.
E' il caso di questo pezzo, di appena un paio di giorni fa. In sintesi: il livore dell'articolista si indirizza dapprima sul Presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, colpevole di aver confermato i finanziamenti (nove milioni di euro iscritti a bilancio) al cosiddetto "pacchetto maternità" che da quattro anni i Centri di Aiuto alla Vita offrono alle donne che affrontano una gravidanza in situazioni di precarietà economica. Di seguito, con pungente sarcasmo, l'articolo descrive la meritoria attività dei CAV come vezzo ideologico "dei cattolici più tradizionalisti" o come minacciosa guerra al presunto "diritto all'aborto" (ah, approfitto per dire che ancora attendo chi mi dimostri scientificamente, i.e. giuridicamente, che l'aborto è un diritto ai sensi della legislazione italiana vigente).
Tralasciamo l'acidità tradita dall'autore del pezzo: un tempo si parlava di "continenza" verbale nell'informazione a mezzo stampa, ma trattandosi di un vocabolo dagli echi pericolosamente cattolici, è verosimile che sia stato accantonato... ma tralasciamo, dicevo, le forme.

Tre inciampi logici mi sembrano emergere con prepotenza.
Uno: generalizzando al massimo, la Weltanschauung di sinistra - che L'Espresso si pregia di esprimere - non guarda con sfavore a provvedimenti di sussidio economico per situazioni svantaggiate, provvedimenti che anzi spesso reclama, denunciando l'inerzia della politica o l'insufficienza dei mezzi di fronte alle iniquità sociali. Quando però il braccio operativo non appartiene allo Stato, ma reca un'impronta cattolica, improvvisamente il chinarsi del Leviatano sui sudditi bisognosi non è più da lodare. Persone più colte di me potranno chiamare, a spiegazione storica di questo dato empirico, la filosofia liberale di matrice rivoluzionaria, l'odio giacobino per i corpi intermedi, l'oppressivo statalismo dalle molte incarnazioni storiche, etc.; resta un'evidente, imbarazzante illogicità.
Due. L'azione di un CAV, nell'alveo di scopi che pertengono allo Stato (ricordiamo che, beffardamente, la l. 194/1978 è titolata anzitutto "norme per la tutela sociale della maternità"), non è solo osteggiata in quanto ideologica e confessionale; un'aura di sospetto circonda infatti le associazioni che operano a tutela della vita impiegando denaro pubblico, del quale sono sprezzantemente definite "utilizzatori finali". A parte l'evidente assurdo terminologico (solo chi usa gli assegni mensili erogati nei progetti Nasko e Cresco potrà, eventualmente, essere chiamato utilizzatore finale), mi piacerebbe conoscere le ragioni di questo bias che investe associazioni no-profit per antonomasia, ma è meno pronto a condannare quella mano pubblica che non di rado, amministrando risorse finanziarie, ha versato più di qualche spicciolo in tasche private, molto poco no-profit.
Tre. La chiusa dell'articolo riporta le dichiarazioni di un'ex Consigliera regionale in quota SEL: "Ecco cosa succede quando si decide di far deragliare la legge che regola gli aborti e sponsorizzare con milioni di euro le attività di cattolicissime associazioni pro-vita. Invece di armonizzare le percentuali dei territori con medici e infermieri obiettori e non, il governo regionale feudo del centrodestra da vent’anni ha remato in direzione opposta: su 338 Centri di aiuto alla vita in tutta Italia che “offrono accoglienza e sostegno alle maternità più contrastate", ben 60 hanno sede qui: da Casalmaggiore nella bassa del Cremonese, fino ai 13 avamposti della Provincia di Milano. In contromano rispetto al buon senso e al rispetto delle leggi dello Stato non vengono garantiti i diritti di tutte le donne". Ne ricaviamo che la donna è titolare solo del diritto di abortire gratuitamente e velocemente presso la prima struttura pubblica davanti a cui transita; correlativamente, l'obiezione di coscienza del personale sanitario cessa di avere la dignità di un diritto da tutelare, e gli obiettori sono liquidati come un bug del sistema. La stessa donna però, se colta da resipiscenza decide di portare a termine la gravidanza, cessa per ciò stesso di avere diritti: nessuno s'azzardi a sostenerla economicamente con denaro pubblico, poiché le tasse dei consociati servono per uccidere e non per allevare. Tra le righe, la donna povera che desideri tenere il suo bambino è quasi dipinta come una minaccia. Una "nemica del popolo", una lebbrosa da ostracizzare?

Concludo con due brevi osservazioni. La prima deriva dalla felice esperienza che porta da anni l'unione Giuristi Cattolici, di cui faccio parte, a collaborare con i CAV tramite eventi formativi, sensibilizzazione sui temi della vita e anche sostegno molto concreto (pensiamo al Progetto Gemma) per donne e famiglie in speciale difficoltà. Mi piacerebbe che l'articolista conoscesse la gioia di ricevere un'email con la lettera manoscritta di una volontaria CAV che racconta le avventure e le gioie, le fatiche e le speranze di tante persone per cui l'aborto non è mai stato un diritto, ma unicamente lo spettro della paura e della miseria. Mi piacerebbe che parlasse di libertà, di diritti, a chi nell'intenzione di molti sarebbe abbandonato a se stesso e costretto, magari, a non riconoscere il figlio o, peggio, a sopprimerlo per il tragico errore che la disperazione più nera può dettare alla ragione offuscata.

La seconda osservazione è un corollario. Vorrei che i pro-morte (perché non c'è altro aggettivo, nonostante lo scandalo degli interessati) avessero coraggio: non di aggredire a intervalli regolari chi prega di fronte alle cliniche abortiste, ma di dire forte e chiaro che per loro la donna è una risorsa se individuo, ma un pericolo se madre. Un esempio se rimane atomo, ma una deviata se vuol essere "vite feconda" (Sal 127) di una famiglia. Una paladina della libertà sessuale finché è coinvolta solo la sua vagina, ma una folle schiava di pregiudizi religiosi qualora ami e accolga in grembo il frutto che quella libertà ha portato. 
 

2 commenti :

  1. Le solite "verità" biforcute dei sinistri...

    Brava madàma, ottimo articolo.

    Q.F.M.

    RispondiElimina
  2. Accostare le parole "scientificamente" e "giuridicamente" porta ad un buffo involontario ossimoro. Cioè, si vuol forse asserire che i legulei, gli azzeccagarbugli sono "scientifici"? Forse, nel complicare inutilmente il linguaggio! XD

    Per il resto, malcelata acidità a parte, sono tutto sommato d'accordo!

    RispondiElimina