05 dicembre 2013

Mons. Livi, le false teologie e il Catechismo

di Giorgio Vedovati

Mercoledì 27 Novembre 2013 la città di Pavia ha avuto l’onore di ospitare mons. Antonio Livi, invitato dal combattivo Sodalizio Pio XII per parlare del suo libro Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa” (Leonardo da Vinci 2012).
Don Marino Neri ha introdotto la conferenza presentando varie definizioni di verità a partire da San Tommaso, ricordando come fu lo stesso Gesù Cristo a mettere in guardia dai falsi profeti e presentando la filosofia del sensus communis, uno strumento grazie al quale poter affrontare con solidità e concretezza la buona battaglia della fede.

Mons. Livi è subito entrato nel cuore dell’argomento, evidenziando la gravità di un fenomeno molto diffuso: le interferenze delle ideologie umane nella fede. Citando rapidamente, senza astio ma con sincera onestà intellettuale, il penetrare di tali ideologie anche nelle Università Pontificie (ma, ha tenuto a precisare con fermezza, non nella sua cattedra!) e in molti documenti degli episcopati mondiali, ha elencato alcune conseguenze sotto i nostri occhi: la propaganda per il superamento del matrimonio naturale, la messa in discussione del diritto per la Chiesa di educare le proprie anime e la celebre «dittatura del relativismo» stigmatizzata da papa Benedetto XVI. Regalando al pubblico uno dei ritratti pungenti che lo caratterizzano, il reverendo ha portato l’esempio di Massimo Cacciari, «un filosofo con la barba che è stato sindaco di Venezia» e che, invitato spesso nei salotti televisivi come oracolo di verità, accusava Ratzinger sostenendo, lui re del relativismo, che il relativismo non esiste.

Passando al rapporto tra fides e ratio, mons. Livi ha ribadito come il fedele ha e deve avere in proposito certezze assolute, perché ogni uomo è in grado di riconoscere la necessarietà e l’universalità del Vangelo. Già Sant’Agostino scrisse contro gli scettici, per affermare che quel poco che conosciamo è sufficiente per poter aspirare alla Salvezza. Oggi, invece, si vuole impedire che l’uomo ascolti, comprenda e accetti la parola di Dio: i cosiddetti “maestri” insegnano infatti che nulla è certo, se non il loro potere mediatico e il loro essere nel giusto.

D’altra parte, da quando esiste il Cristianesimo, tutti i filosofi del mondo hanno preso posizione su Cristo, non essendo possibile che esista una filosofia neutra. Una delle correnti che più ha avversato il Cristianesimo è stata quella della filosofia della necessità, che ha avuto come massimi rappresentanti i neoplatonici e ancor oggi gode di un certo successo (p.es. Emanuele Severino): la loro negazione della libertà è svolta chiaramente in opposizione alla dottrina cristiana. Anche il neo-paganesimo, che si presenta come «laicità» (parola di origine cristiana, usata a sproposito in senso anticristiano) e gode di tante simpatie, mira alla distruzione del Cristianesimo. Si arriva così all’aberrazione di Hegel, e poi al fallibilismo e al pensiero debole, che negano la presenza di verità innegabili nell’anima umana.

Queste verità universali, definite con il tecnicismo «senso comune», sono quelli che San Tommaso chiamava preambula fidei, conosciuti di per sé dall’intelletto umano e che servono per incamminarsi verso la conoscenza della fede. I relativisti negano queste premesse razionali della fede, rendendosi strumento di un’operazione veramente diabolica in cui la fede è ridotta a sentimento: per quanto accada spesso anche su Avvenire, è un gravissimo errore parlare di «sentimento religioso», quasi a dar ragione ai relativisti. Con una frecciatina al card. Ravasi, pur non nominato, il monsignore ha poi ricordato come Benedetto XVI, vero teologo, usava insistere molto sulla verità del Vangelo, mentre poche stanze più in là c’era chi diceva che tutto è mito.

Il dotto relatore ha quindi ribadito l’esistenza di due Magisteri riguardo a ciò che Dio ha detto: uno necessario (il Maestro, Cristo, l’unico che conosce il Padre essendovi consustanziale) e uno contingente (la Chiesa docente, il Magistero ecclesiastico), derivante dall’importanza enorme degli Apostoli, i tramiti tra Cristo e gli uomini. Cattivi teologi come Von Balthasar, che nel suo libro Punti fermi ha dedicato il primo capitolo a «Il peccato di Pietro», in riferimento polemico alla promulgazione del dogma dell’infallibilità papale, cadono dunque in un’ingenuità e in un errore perniciosissimi.

Il Magistero della Chiesa che conta è sintetizzato nel dogma: si può parlare tanto (e spesso a vanvera) delle spiegazioni e delle applicazioni pastorali, ma per credere occorre sapere pochissimo. I teologi sono senz’altro maestri legittimi all’interno della Chiesa, ma su di un piano completamente diverso rispetto al Papa: mentre infatti l’autorità del Magistero ecclesiastico è carismatica e si riconosce per fede, quella dei teologi è umana e scientifica, deriva da un tipo di conoscenza riflessiva e dialettica, che fornisce del dogma una spiegazione epistemica. La scienza teologica è in definitiva una serie di ipotesi di interpretazione dei dogmi, la cui proclamazione spetta però unicamente al Magistero: essa quindi non è necessaria ed è sempre reformanda, giacché non proclama verità motu proprio.

La teologia è stata molto utile alla Chiesa e l’emblema maggiore di ciò è San Tommaso, servitore della Chiesa attraverso la dottrina, ma nel periodo di sviluppo del modernismo, i teologi hanno iniziato a considerarsi riformulatori della fede, volendo sostituire la propria autorità a quella del Magistero. Pensiamo ad esempio al noto gesuita Teilhard de Chardin. Allo stesso modo, assistiamo oggi al proliferare di pseudo-teologie che non fanno il lavoro di interpretazione del dogma, ma sostituiscono a esso ideologie umane improntate al relativismo. Dei tanti falsi maestri di fede, presenti anche nelle commissioni teologiche internazionali, dobbiamo esaminare attentamente le teorie, accettabili solo se scientificamente fondate sul depositum fidei.

In opposizione a questo panorama desolante si colloca il volume di mons. Livi, incentrato su un’analisi scientifica delle false teologie, che si rivelano essere in realtà mere filosofie religiose. Secondo l’autore, per discernere vere e false teologie bisogna partire dal Catechismo della Chiesa Cattolica, accessibile a tutti e che contiene tutte le nozioni sufficienti per credere. Mostrando finalmente – ma sempre con pacatezza – i tratti sanguigni per i quali l’amico Satiricus definiva scherzosamente il Nostro «mons. Livori», il reverendo ha messo in guardia dal fidarsi dei teologi che scrivono su «Famiglia Cristiana», «Avvenire» o anche «L’Osservatore Romano», a caccia di consensi anche grazie alla suggestione di astrusità e teologhese: la fede invece, soprattutto nei suoi elementi necessari, è per i semplici.
Bisogna anche evitare le presunte messe al bando della scolastica: il Vaticano II è stato il primo Concilio in cui viene nominato un teologo e questo è proprio Tommaso d’Aquino, indicato espressamente come paradigma della buona teologia. Non si può pretendere che la gente comune conosca il Denzinger quando basta il Catechismo, ma chi volesse dilettarsi di teologia deve fidarsi di tecnici capaci, altrimenti meglio lasciar perdere: la teologia è utile se esprime il dogma, ma è una peste se mira a modificarlo.

Stuzzicato dal pubblico e ricordando la querelle con Enzo Bianchi e «Avvenire», il reverendo ha ricordato che fratel Enzo e la sua comunità, i quali – tra l’altro – celebrano Lutero quale santo, pretendono di preparare una “nuova Chiesa”, sembrando a volte dubitare persino della divinità di Cristo. Molto netta anche la sentenza sul cardinale Martini, il quale non ha mai fatto una vera e propria teologia, ma è sempre rimasto un biblista, quando gli studi biblici, se svincolati dal dogma, sono inutili e persino dannosi.
Molto chiara, infine, la precisazione relativa all’accusa di non essere equidistante tra progressisti e tradizionalisti: pur essendo condannabili gli estremisti, la differenza tra le due parti è enorme, in quanto i primi sono necessariamente dei manipolatori della fede (e quindi eretici), mentre i secondi, pur incorrendo talvolta in difese ideologiche, dicono la verità e operano in difesa del dogma.
Il messaggio di mons. Livi è carico di ottimismo e fiducia: consapevoli che la Chiesa è indefettibile, dobbiamo accettare la presenza della falsa teologia come loglio in mezzo al grano, stando però ben attenti a guardarcene e a condannarla. Infine un consiglio per i regali di Natale: anziché regalare libri di cosiddetta teologia, è molto meglio scegliere il Catechismo!
 

4 commenti :

  1. "Bisogna anche evitare le presunte messe al bando della scolastica"
    D'accordo; ma vale anche per Ockham o solo per un tomismo ottocentesco che non ha nulla di Tommaso?

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  2. come si puo definire scienza l'interpretazione di un dogma?
    Povero Galileo...mi rendo conto che alcuni sono rimasti nel medioevo.

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  3. La scienza galileiana è - per lo stesso Galileo che la propose e impose - una conoscenza limitata agli aspetti quantitativi (matematizzabili) dei fenomeni materiali sensibili. Ci sono scienze di altri aspetti, non altrettanto limitativi, della realtà: la biologia, la storiografia, la psicologia, la sociologia, l'estetica, l'economia, la politica, e soprattutto l'etica, la metafisica e la teologia.

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  4. L’orizzonte problematico che viene scelto per fare scienza è un orizzonte empirico.

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