29 dicembre 2013

The Road e l’apologia della famiglia

di Isacco Tacconi

Lo scenario è quello desertico e desolato di un mondo post-apocalittico in cui non c’è più cibo per sostentarsi, gli animali sono stati tutti sterminati da una carestia globale e gli ultimi uomini sopravvissuti si mangiano fra di loro. Bande organizzate di sanguinari ridotti alla condizione di bestie senz’anima, spietati e disumani, danno la caccia agli sventurati vagabondi in cerca di riparo. Questo lo sfondo della storia narrata in “The Road” (La strada) film uscito nel 2009 e basato sul romanzo omonimo di Cormac McCarthy.
L’aspetto certamente più disumano e che rende la faccia della terra così triste e desolata è la completa assenza di bambini. Non solo: quelli che una volta (forse) erano uomini li cercano bramosamente per cibarsene. Uno scenario davvero agghiacciante, cinematograficamente ben realizzato, che genera nello spettatore un’intensa e costante tensione drammatica.
L’analogia con il mondo d’oggi viene spontanea perlomeno per chi conosce da vicino la realtà orribile e capillarmente diffusa dell’aborto, distribuito a piene mani da medici, infermiere ed ostetriche, veri e propri esecutori dello sterminio degli innocenti che sta insanguinando la terra e grida vendetta al cospetto di Dio.

Disse una volta un povero cappuccino di San Giovanni Rotondo: «Il giorno in cui gli uomini, spaventati dal (come si dice?) boom demografico, dai danni fisici o dai sacrifici economici, perderanno l’orrore per l’aborto, sarà un giorno terribile per l’umanità, perché è proprio quello il giorno in cui dovrebbero dimostrare di averne orrore». Già! La perdita dell’orrore, l’insensibilità al male, il cinismo che ci ha portato a leggere ogni avvenimento della nostra esistenza entro criteri economici, quantitativi, di convenienza. Tutto ciò sta portando l’umanità sull’orlo dell’autodistruzione giacché un mondo che uccide i propri figli è un mondo senza futuro, un mondo destinato a diventare una “landa di ululati solitari”, dove non si udranno più le squillanti risa di bambini giocosi. Sui corpicini di milioni di feti abortiti sta emergendo un mondo freddo e desertificato dove l’avidità degli uomini divora il creato e più in generale la “bellezza”, che trova il suo culmine nella creatura umana, capolavoro mirabile :Ti lodo, Signore, perché mi hai fatto come un prodigio”(Sal 138, 14).
Tuttavia, parte del mondo “scientifico”, o presunto tale, dopo aver calcato la strada dell’aborto si sta aprendo all’infanticidio, esito abominevole, ma perfettamente logico, di un delitto che da oltre trent’anni è divenuto diritto civile, assodato e inalienabile. Due ricercatori italiani, Alberto Giubilini e Francesca Minerva, hanno pubblicato un articolo sulla prestigiosa rivista “Journal of Medical Ethics” dal titolo “After-birth abortion: why should the baby live?” (“Aborto dopo la nascita: perché il bambino dovrebbe vivere?). I due affermano “Se i criteri come i costi (sociali, psicologici, economici) per i potenziali genitori sono buone ragioni per avere un aborto anche quando il feto è sano, se lo status morale del neonato è lo stesso di quello del bambino e se non ha alcun valore morale il fatto di essere una persona potenziale, le stesse ragioni che giustificano l’aborto dovrebbero anche giustificare l’uccisione della persona potenziale quando è allo stadio di neonato“. Un discorso perfettamente logico che non dubita neanche per un secondo che il feto che viene ucciso sia o meno un essere umano (giacché è un dato scientifico inoppugnabile), ma aggiunge un tassello ulteriore: se si può uccidere un essere umano prima del parto per qualsiasi ragione, perché non farlo anche dopo il parto?
Quello stesso frate cappuccino, che si chiamava Pio, una volta, rivolto ad un tiepido sacerdote che si dimostrava “comprensivo” con le donne che abortivano il frutto del proprio grembo, disse: «Capiresti questo suicidio della razza, se, con l’occhio della ragione, vedessi “la bellezza e la gioia” della terra popolata di vecchi bavosi e sdentati e spopolata di bambini: bruciata come un deserto. Se riflettessi, allora sì che capiresti la duplice gravità dell’aborto: con la limitazione della prole si mutila sempre anche la vita dei genitori».

Una profezia che si sta pienamente realizzando e che sembra ben rappresentata in “The Road”, nel quale, però, qualcosa di positivo “brilla”: la famiglia. La famiglia è l’unica società in cui i membri si proteggono l’uno con l’altro, non si “divorano” fra loro, a patto, ovviamente, che sia fondata sull’amore e il rispetto reciproco e non sull’egoismo, sul “bene per me”. L’immagine del padre (Viggo Mortensen) che a costo di privarsi del necessario protegge il figlio, senza cedere alla fame e alla disperazione, rappresenta la figura del “vero padre” quello che dà la vita per i suoi. La paternità viene tratteggiata come lo sforzo virtuoso di vincere la debolezza e la tentazione perché mai si spenga nel cuore del figlio “il fuoco” della bontà e dell’amore, di cui i due (padre e figlio) sono fedeli portatori. Questo perché la famiglia è il luogo deputato alla custodia della vita umana, dove i “buoni” non cercano primariamente il proprio interesse ma, nell’unità di spirito, affrontano coraggiosamente le difficoltà e le sofferenze che la vita, in fin dei conti, riserva a tutti gli uomini.
La "civiltà" contemporanea è decisa a distruggerla perché per sua natura la famiglia sfugge al controllo della società, e l’unico modo per vincerla è corromperne gradualmente l’essenza inserendo la divisione tra l’uomo e la donna (il divorzio), la divisione fra la donna e suo figlio (l’aborto), la divisione dell’uomo con se stesso e il proprio corpo (la teoria di “genere”). Con il risultato che tutte queste “conquiste” non producono altro che la sterilizzazione dell’umanità ed, entro pochi decenni, il suo collasso. Solo la famiglia può salvare la società, poiché solo le famiglie sante, forti, stabili possono opporsi all’ondata di secolarizzazione e disumanità che vuole ridurre ogni uomo ad un individuo solo, quindi manipolabile, che come sciacallo vaghi in cerca di qualcuno da divorare.
 

2 commenti :

  1. Bell'articolo, soprattutto il capoverso sull'infanticidio, però forse un po' troppo apocalittico, poiché, grazie al cielo, mi sembra che siamo ancora ben distanti dallo scenario dipinto in The Road.
    Edo da Torino

    PS: buon anno a CdM!

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    Risposte
    1. È proprio quando crediamo di essere ben distanti dal male che esso incombe e ci insegue col fiato sul collo, perché significa che siamo impreparati. Se fossimo preparati, infatti, lo terremmo lontano con la nostra vigilanza.

      Francesco S.

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