03 gennaio 2014

La poetica disneyana: Fantasia e l'eterna lotta tra Bene e Male

di Paolo Maria Filipazzi

Intorno alle festività natalizie dello scorso anno rischiai seriamente l’internamento in un istituto di igiene mentale dopo aver pubblicato su “Campari&DeMaistre” un articolo dal titolo “Quel cristiano dell’orso Baloo”. Il divertimento che provai nello scriverlo venne presto superato da un divertimento ancora maggiore: quello di assistere a mille reazioni sconcertate di gente che si prendeva un po’ troppo sul serio. A distanza di un anno, non mi è passata la voglia di divertirmi, ed allora faccio il bis. Stavolta eserciterò le mie doti di esegeta su “Fantasia”, o meglio, sull’ultimo episodio di questo lungometraggio assai particolare. Prima però alcune premesse.

Il film “Fantasia” è molto probabilmente la chiave di lettura per capire la concezione di Walt Disney, che non fu un semplice intrattenitore né soltanto un innovatore sul piano tecnico, ma un vero e proprio artista con una sua poetica. E “Fantasia” è appunto il capolavoro di Disney, che abbandona per una volta il risvolto “commerciale” pure presente nelle altre pellicole, per confezionare un’opera d’arte pura. Su questo film ci sarebbe moltissimo da dire, ma per ragioni di spazio saltiamo subito alla parte che ci interessa.

Appare il critico e compositore musicale Deem Taylor, che ricopre il ruolo di “Master of Ceremonies” ed annuncia che ora ascolteremo una combinazione fra due pezzi apparentemente molto diversi: “Una notte sul Monte Calvo” di Modest Petrovic Musorgskij e l’“Ave Maria” di Franz Schubert. Iniziano le immagini animate ed eccoci ai piedi del Monte Calvo, in Ucraina, dove ogni notte si tiene il sabba. La punta del Monte Calvo si apre: in realtà erano le ali di Chernabog, il demone del Monte Calvo, la cui immagine tenebrosa e terrificante si staglia sullo sfondo di una notte senza Luna e senza stelle, mentre l’inquietante melodia di Musorgskij inizia carica di tensione. Il demone, vera e propria immagine di Satana, stende le sue braccia e la loro ombra diventa tenebra che copre il villaggio addormentato sottostante. Fantasmi scheletrici iniziano ad uscire da sottoterra ed a volare in stormo verso la cima del Monte, verso il Diavolo. Le immagini si soffermano al momento in cui le Tenebre lambiscono una forca evocando da essa degli spiriti forse di condannati a morte, poi sulle rovine di un castello, dalle cui segrete a dal cui fossato escono spettri muniti di lancia, forse soldati. Infine, ecco che le Tenebre inondano il camposanto, ed una vera e propria legione di spettri esce dalle tombe. Una miriade di spettri in tutte le fogge, chi in forma di scheletro, chi avvolto in sudario, chi a cavallo di spettrali destrieri o di inquietanti figure animalesche o di una scopa come fosse una strega, chi armato di lancia o di spada, chi indossando un elmo cornuto od una corona (soldati o sovrani del passato?) popola la terrificante scena. Ecco la agghiacciante processione arrivare sulla cima. 

Ci troviamo sulla cima del Monte. Lo sguardo si sposta al suo interno. Spiriti, diavoletti, esseri orribili di varia foggia danzano sulle rocce in mezzo alle fiamme, fra fiumi di lava. Siamo davvero all’Inferno! I bagliori delle fiamme illuminano Chernabog di una luce sinistra, facendogli assumere per un attimo le sembianze di Moloch, la sanguinaria divinità cananea che chiedeva sacrifici di vite umane tramite il fuoco. Mostriciattoli si dimenano al suo cospetto, poi il Diavolo ne raccoglie alcuni con un ghigno maligno, li osserva danzare in maniera sfrenata sulle sue palme e li getta fra le fiamme. Poi ne raccoglie altri e si diverte a plasmarli e riplasmarli in diverse, orribili forme. Chernabog/Moloch si erge fra le fiamme dell’Inferno mentre i demoni si dimenano nella loro danza macabra ed indiavolata fra le fiamme, che proiettano le loro inquietanti ombre sulle rocce. Le ombre di figure mostruose si gettano in mezzo alle fiamme, mentre fantasmi, arpie, maschere orribili volano in mezzo al sabba. Poi Chernabog/Moloch chiama a sé tutte le fiamme, per poi rigettarle nelle viscere del Monte. Un bagliore lo illumina mentre alza le braccia al cielo in segno di trionfo, mentre la melodia di Musorgskij arriva al culmine. A quel punto, il colpo di scena.

Cominciano dei rintocchi di campana, ognuno accompagnato da un raggio di luce, che colpisce il Diavolo che, terrorizzato, cerca di ripararsene. Le creature cessano la danza sfrenata ed iniziano a strisciare silenziosamente verso le viscere della montagna, mentre i fantasmi si tuffano giù dal fianco della montagna per tornare alle loro tombe. Il Diavolo sembra lanciare un ultimo, muto, grido di disperazione verso il cielo, per poi rinchiudersi nelle sue ali, che tornano ad essere il cocuzzolo della montagna. La melodia di Musorgskij sfuma con naturalezza in un’altra musica, come se si trattasse di un tutt’uno: è l’ “Ave Maria” di Schubert. Nella nebbia del primo mattino, una processione di figure in silhouette con delle luci (forse monache recanti candele), in una delle più belle sequenza della storia del cinema di animazione, intona la melodia del compositore tedesco. Dopo avere attraversato un ponte la cui struttura (tre archi a sesto acuto, uno più grande nel mezzo due più piccoli ai lati) ricorda quella di una pala d’altare o l’architettura di una cattedrale gotica, la processione si inoltra in un bosco fra i cui alberi si vedono delle rovine, forse di un’antica chiesa. Ma sono gli alberi stessi, alti e svettanti verso l’alto, ad essere sempre più simili ai pilastri che sostengono le navate di una cattedrale. L’inquadratura assume la visuale delle monache. Mentre una voce femminile canta l’Ave Maria, lo spettatore procede in mezzo agli alberi-pilastri verso un’apertura da cui passa la luce: la fine del viale alberato o il portone della cattedrale che si apre. Ed ecco che, attraversata la fenditura, ci si ritrova all’aperto, al cielo mattutino, mentre l’alba sorge da dietro i monti. La Luce ha sconfitto le Tenebre.

Per capirci ancora meglio, segnalo un breve, edificante scritto del principe di Hollywood dal titolo “Fatti piuttosto che parole”, apparso nel 1963 nel libro antologico “Faith is a Star” curato dal giornalista Roland Gammon. In questo scritto si scopre un profondo legame tra Walt Disney, la sua formazione religiosa e la sua opera artistica: “sono personalmente grato ai miei genitori per avermi insegnato in tenera età ad avere una forte convinzione personale e fiducia nel potere della preghiera per Divina ispirazione. […] Ho osservato costantemente che nei nostri film i più alti standard morali e spirituali sono sostenuti, sia che si tratti di favole che di storie in live action. […] Sia la conoscenza delle Scritture che la carriera nell’intrattenimento dei bambini mi hanno insegnato ad averne cura. […] La maggior parte delle cose sono buone, e sono le cose più forti, ma esistono anche cose cattive, e non state facendo un favore a un bambino cercando di proteggerlo dalla realtà. La cosa importante è insegnare a un bambino che il bene può sempre trionfare sul male, e questo è quello che cerchiamo di fare con i nostri film.” Mai come in “Fantasia” questo è evidente. Ed è davvero interessante che, per mettere in arte il trionfo del Bene sul Male, un cristiano protestante come Walt Disney abbia messo in campo proprio la Madre di Dio.
 

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