05 gennaio 2014

Perché “no” al riconoscimento delle unioni di fatto

di Giuliano Guzzo

Sarebbe interessante un’analisi delle motivazioni per le quali, in Italia, il dibattito politico circa la possibilità d’introdurre un riconoscimento giuridico per le convivenze more uxorio torna di ciclicamente di attualità. Soprattutto alla luce del fatto che, per rilanciare la necessità istituzionale di interventi in tal senso, si riprendono – e Matteo Renzi non sembra fare eccezione – sempre argomenti noti e per lo più ampiamente confutati dall’esperienza. Riepiloghiamoli brevemente.

Il primo di questi concerne la presunta assenza di diritti in capo a coloro che convivono. Argomento falso, come conferma la stessa giurisprudenza, che ci ricorda – tanto per fare alcuni esempi – come sia già prevista, in taluni casi, perfino l’adozione a chi non è coniugato (e quindi ipoteticamente convivente) [1]; come sia concessa ai conviventi l’assegnazione di case popolari [2] e ad un convivente – se l’altro viene a mancare, e a condizione che entrambi avessero prima stipulato il contratto – la possibilità di subentrargli nel contratto d’affitto [3] nonché di visitarlo e assisterlo in carcere o all’ospedale [4]. Si aggiunga, poi, che attraverso la redazione di un testamento, è possibile – in luogo della successione legittima, assente tra i conviventi – che un convivente destini all’altro parte dei suoi beni.


Insomma, dire che in Italia i conviventi non abbiano alcun tipo di diritto non corrisponde al vero. Mentre è vero che manca una sorta di “riordino”, sotto forma di istituto, di questi diritti, ma detta assenza – a nostro avviso – ha una sua precisa ragione nella preferenza etica, prima che normativa, che si deve alla promozione dell’istituto matrimoniale. Prima di valutare le ragioni per cui è socialmente opportuno favorire il matrimonio, è bene ricordare che la grandissima parte dei conviventi sono tali «sia perché per separati e divorziati non è possibile celebrare un secondo matrimonio religioso, sia per una maggiore sfiducia in questo istituto da parte di chi ha vissuto il fallimento di un precedente istituto», senza dimenticare che «in un numero non trascurabile di casi la convivenza è soltanto una fase transitoria, vissuta in attesa della sentenza definitiva di divorzio che permetta la celebrazione di una nuova unione civile» [5].
Alto è anche il numero, tra le giovani coppie, di coloro che convivono in attesa di convolare a nozze.  Appare dunque assai pretestuoso insistere sulla “necessità civile” di creare una sorta di istitutuo giuridico della convivenza. In tal senso, pare assai significativo, tra gli altri, il caso della città di Bologna, la cui Amministrazione comunale ha istituto un apposito registro delle coppie di fatto, rimasto – dopo oltre 12 anni – totalmente deserto [6].

Tornando alle ragioni per cui è bene esprimere anche politicamente, attraverso la salvaguardia del suo istituto, una decisa promozione del matrimonio, occorre prima di tutto ricordare che sposarsi implica un impegno, anche giuridico, notevole. Un impegno che coloro che contraggono il vincolo matrimoniale accettano pubblicamente di assumersi, ragion per cui vanno sostenuti, aiutati, agevolati. Anche perché sposarsi, tanto più laddove al matrimonio segue la nascita di uno o più figli, significa contribuire con decisione al bene della società, oltre che al proprio.


Proprio così: sposarsi fa bene. Non lo afferma (soltanto) la morale cattolica, ma i riscontri di molte indagini e ricerche. Le quali hanno messo in luce come le coppie sposate – secondo quanto emerso da un’analisi condotta su un campione di oltre un 1.000.000 di cittadini europei – abbiano un tasso di mortalità inferiore del 10-15% rispetto alle altre [7]. Non solo: le persone sposate mostrano in media una miglior condizione di salute e benessere rispetto alle persone di tutte le altre categorie relazionali [8].
Viceversa esiste una lunga tradizione di ricerca che ha mostrato come convivere prima del matrimonio porti a contrarre un maggior rischio di dissoluzione coniugale [9] ed a favorire atteggiamenti individualistici difficilmente compatibili con i ruoli coniugali [10]. C’è di più: la convivenza favorirebbe il fenomeno della violenza contro le donne. Lo sostengono alcune ricerche, per le quali le donne conviventi con un partner senza essere formalmente sposate risultano esposte ad maggiore rischio di violenza domestica rispetto a quelle sposate [11], che difatti – secondo alcune rilevazioni – sono meno frequentemente vittime di questo genere di violenza [12].
Non va poi dimenticato, in aggiunta a quanto sin qui affermato, come il matrimonio – in ragione della stabilità affettiva che maggiormente assicura rispetto ai rapporti tra conviventi – sia la condizione ideale per la crescita dei figli; in tal senso, ricerche internazionali hanno mostrato come i bambini che crescono con entrambi i genitori – rispetto a quelli che crescono con un solo genitore o comunque in contesti di precarietà affettiva ed educativa – corrono un terzo del rischio di andare male a scuola e la metà di soffrire di disturbi psichici [13]. Senza abusare della pazienza del lettore con l’esposizione di altre ricerche – anche se ce ne sarebbero a decine e praticamente tutte confermative di quelle appena ricordate – possiamo avviarci alla conclusione della nostra piccola riflessione.
Riepilogando, quindi, abbiamo visto come: a) non è vero che le coppie conviventi, in Italia, non hanno alcun diritto; b) le coppie conviventi non ambiscono (se non in minima parte) ad alcun tipo di riconoscimento in quanto quasi sempre in attesa di sposarsi (o risposarsi); c) le coppie che scelgono di sposarsi assumono un impegno pubblico, con corrispondenti doveri e benefici per loro e per l’intera società, oltre che per gli eventuali figli che dovessero nascere. Alla luce di queste considerazioni, non possiamo sottrarci all’impressione che il ricorrente dibattito sulla necessità di tutelare tramite lo strumento giuridico le cosiddette “coppie di fatto” sia, prima di tutto e sopra ogni altra cosa, solo il pretesto per divulgare – ma sarebbe meglio dire “rafforzare” – una cultura di precarietà affettiva fortemente avversa a quella matrimoniale, che invece rientra nelle naturali aspirazioni di ciascuno.
Note: [1] Cfr. art. 44 L. n. 184/1983; [2] Cfr. L. n. 392/1978; [3] Cfr. Ibidem, art. 6; [4] L. n. 91/1999; [5] Caltabiano M. (2011) “Quante sono e di che tipo le famiglie italiane. Un rilevamento demografico”, «Credere Oggi» 31 n. 181, 7-21: 17; [6] Dall’Oca A. “Il flop del registro per le unioni di fatto. A Bologna nessun iscritto in 12 anni””ilfattoquotidiano.it/2012/02/18/flop-registro-unioni-fatto-bologna-nessun-iscritto anni/192172/; [7] Cfr. Gallagher D. – Gallagher J. (2011) “Are relationships good for you?”, «British Medical Journal»: [7] Kravdal H. – Syse A. (2011) “Changes over time in the effect of marital status on cancer survival”. «BMC Public Health»; 11: 804. (biomedcentral.com/1471-2458/11/804); [8] Cfr. Coombs R. H. (1991) Marital Status and Personal Well-Being: A Literature Review. «Family Relations»; 40. 1: 97-102; [9] Cfr. Rhoades G. – Scott S. – Markman H. (2009) The pre-engagement cohabitation effect: A replication and extension of previous findings. «Journal of Family Psychology», 23(1):107-111; Bumpass, L. L., Sweet, J. A., & Cherlin, A. (1991). “The role of cohabitation in declining rates of marriage”. «Journal of Marriage and the Family»; 53: 913– 927; Heaton, T. B. (2002). “Factors contributing to increasing marital stability in the US”. «Journal of Family Issues»; 23, 392–409; Teachman, J. D., & Polonko, K. A. (1990). “Cohabitation and marital quality and stability in the United States”. «Social Forces»; 69: 207–220; [10] Cfr. Bennett, N. G., Blanc, A. K., & Bloom, D. E. (1988). “Commitment and the modern union: Assessing the link between premarital cohabitation and subsequent marital quality and stability”. «American Sociological Review», 53, 127–138; [11] Cfr. Urquia M.L. – O’Campo P.J. – Ray J.G. (2013) Marital status, duration of cohabitation, and psychosocial well-being among childbearing women: a canadian nationwide survey. «Am J Public Health»; 103(2):e8-e15; Abramsky T. – Watts C.H. – Garcia Moreno C. – Devries K. – Kiss L. – Ellsberg M. – Jansen H.A. – Heise L. (2011) “What factors are associated with recent intimate partner violence? findings from the WHO multi-country study on women’s health and domestic violence”. «BMC Public Health»; 11: 109; [12] Cfr. Maston C.T. (2011) “Criminal Victimization in the United States, 2007 – Statistical Tables”. «Bureau of Justice Statistics»; bjs.gov/index.cfm?ty=pbdetail&iid=1743;[13] Cfr. H. Sweeting – West P. – Richards M. (1998). “Teenage Family life, lifestyles and life chances”. «International Journal of Law, Policy and the Family»; 12:15-46; Mauldon J. (1990)”Effect of Marital Disruption on Children’s Health,” «Demography»; 27: 431-446

http://giulianoguzzo.wordpress.com/2013/12/16/perche-no-al-riconoscimento-delle-unioni-di-fatto/  

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