11 febbraio 2014

Benedetto XVI a un anno dalla rinuncia: un'antologia

A un anno esatto dalla rinuncia di Benedetto XVI al soglio pontificio, pubblichiamo un sintetico "dizionario", grazie al quale potrete rileggere, raccolti per argomento, alcuni tra i passi più importanti del Magistero del Vescovo di Roma emerito. L'antologia è a cura di Marco Massignan.


Il Magistero di Benedetto XVI: un breve dizionario
a cura di Marco Massignan

Amore (di Dio). Egli per primo ci ha amati e continua ad amarci per primo; per questo anche noi possiamo rispondere con l'amore. Dio non ci ordina un sentimento che non possiamo suscitare in noi stessi. Egli ci ama, ci fa vedere e sperimentare il suo amore e, da questo “prima” di Dio, può come risposta spuntare l'amore anche in noi. Nello sviluppo di questo incontro si rivela con chiarezza che l'amore non è soltanto un sentimento. I sentimenti vanno e vengono. Il sentimento può essere una meravigliosa scintilla iniziale, ma non è la totalità dell'amore. (…) È proprio della maturità dell'amore coinvolgere tutte le potenzialità dell'uomo ed includere, per così dire, l'uomo nella sua interezza.

L'incontro con le manifestazioni visibili dell'amore di Dio può suscitare in noi il sentimento della gioia, che nasce dall'esperienza dell'essere amati. Ma tale incontro chiama in causa anche la nostra volontà e il nostro intelletto. Il riconoscimento del Dio vivente è una via verso l'amore, e il sì della nostra volontà alla sua unisce intelletto, volontà e sentimento nell'atto totalizzante dell'amore. (…) La storia d'amore tra Dio e l'uomo consiste appunto nel fatto che questa comunione di volontà cresce in comunione di pensiero e di sentimento e, così, il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre di più: la volontà di Dio non è più per me una volontà estranea, che i comandamenti mi impongono dall'esterno, ma è la mia stessa volontà, in base all'esperienza che, di fatto, Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso. Allora cresce l'abbandono in Dio e Dio diventa la nostra gioia.

(Enciclica Deus caritas est, n. 17).


Coscienza. La coscienza morale, per essere in grado di guidare rettamente la condotta umana, deve anzitutto basarsi sul solido fondamento della verità, deve cioè essere illuminata per riconoscere il vero valore delle azioni e la consistenza dei criteri di valutazione, così da sapere distinguere il bene dal male, anche laddove l'ambiente sociale, il pluralismo culturale e gli interessi sovrapposti non aiutino a ciò. La formazione di una coscienza vera, perché fondata sulla verità, e retta, perché determinata a seguirne i dettami, senza contraddizioni, senza tradimenti e senza compromessi, è oggi un'impresa difficile e delicata, ma imprescindibile. Ed è un'impresa ostacolata, purtroppo, da diversi fattori.

Anzitutto, nell'attuale fase della secolarizzazione chiamata post-moderna e segnata da discutibili forme di tolleranza, non solo cresce il rifiuto della tradizione cristiana, ma si diffida anche della capacità della ragione di percepire la verità ci si allontana dal gusto della riflessione. Addirittura, secondo alcuni, la coscienza individuale, per essere libera, dovrebbe disfarsi sia dei riferimenti alle tradizioni, sia di quelli basati sulla ragione. Così la coscienza, che è atto della ragione mirante alla verità delle cose, cessa di essere luce e diventa un semplice sfondo su cui la società dei media getta le immagini e gli impulsi più contraddittori.

(Discorso alla Pontifica Accademia per la Vita, 24 febbraio 2007).


Croce. Sulla croce, Gesù è al tempo stesso vittima e sacerdote: vittima degna di Dio perché senza macchia, e sommo sacerdote che offre se stesso, sotto l'impulso dello Spirito Santo, ed intercede per l'intera umanità. La Croce è pertanto mistero di amore e di salvezza, che ci purifica - come dice la Lettera agli Ebrei - dalle “opere morte”, cioè dai peccati, e ci santifica scolpendo l'alleanza nuova nel nostro cuore; l'Eucaristia, rendendo presente il sacrificio della Croce, ci rende capaci di vivere fedelmente la comunione con Dio.

(Omelia nella Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, 11 giugno 2009).


Economia ed etica. L'uomo, al quale Iddio nella Genesi ha affidato la terra, ha il compito di far fruttificare tutti i beni terreni, impegnandosi ad impiegarli per soddisfare le molteplici necessità di ogni membro della famiglia umana. Una delle metafore ricorrenti nel Vangelo è, in effetti, proprio quella dell'amministratore. Con l'animo di un fedele amministratore l'uomo deve dunque gestire le risorse da Dio affidategli mettendole a disposizione di tutti. In altre parole, occorre evitare che il profitto sia solamente individuale o che forme di collettivismo opprimano la libertà personale.

L'interesse economico e commerciale non deve mai divenire esclusivo, perché verrebbe a mortificare di fatto la dignità umana. Poiché il processo di globalizzazione, in atto nel mondo, investe sempre più il campo della cultura, dell'economia, delle finanze e della politica, la grande sfida oggi è “globalizzare” non solo gli interessi economici e commerciali, ma anche le attese di solidarietà, nel rispetto e nella valorizzazione dell'apporto di ogni componente della società. (…) La crescita economica non deve essere mai disgiunta dalla ricerca di un integrale sviluppo umano e sociale. A questo riguardo, la Chiesa nella sua dottrina sociale sottolinea l'importanza dell'apporto dei corpi intermedi secondo il principio della sussidiarietà, per contribuire liberamente ad orientare i cambiamenti culturali e sociali e finalizzarli ad un autentico progresso dell'uomo e della collettività.

(Discorso alla Fondazione “Centesimus Annus – Pro Pontifice”, 31 maggio 2008).


Eucaristia. Così l'Eucaristia, mentre ci unisce a Cristo, ci apre anche agli altri, ci rende membra gli uni degli altri: non siamo più divisi, ma una cosa sola in Lui. La comunione eucaristica mi unisce alla persona che ho accanto, e con la quale forse non ho nemmeno un buon rapporto, ma anche ai fratelli lontani, in ogni parte del mondo. Da qui, dall'Eucaristia, deriva dunque il senso profondo della presenza sociale della Chiesa, come testimoniano i grandi Santi sociali, che sono stati sempre grandi anime eucaristiche. Chi riconosce Gesù nell'Ostia santa, lo riconosce nel fratello che soffre, che ha fame e ha sete, che è forestiero, ignudo, malato, carcerato; ed è attento ad ogni persona, si impegna, in modo concreto, per tutti coloro che sono in necessità.

Dal dono di amore di Cristo proviene pertanto la nostra speciale responsabilità di cristiani nella costruzione di una società solidale, giusta, fraterna. Specialmente nel nostro tempo, in cui la globalizzazione ci rende sempre più dipendenti gli uni dagli altri, il Cristianesimo può e deve far sì che questa unità non si costruisca senza Dio, cioè senza il vero Amore, il che darebbe spazio alla confusione, all'individualismo, alla sopraffazione di tutti contro tutti. Il Vangelo mira da sempre all'unità della famiglia umana, un'unità non imposta da fuori, né da interessi ideologici o economici, bensì a partire dal senso di responsabilità gli uni verso gli altri, perché ci riconosciamo membra di uno stesso corpo, del corpo di Cristo, perché abbiamo imparato e impariamo costantemente dal Sacramento dell'Altare che la condivisione, l'amore è la via della vera giustizia.

(Omelia nella S. Messa del Corpus Domini, 23 giugno 2011).


Fede e carità. Tutta la vita cristiana è un rispondere all'amore di Dio. La prima risposta è appunto la fede come accoglienza piena di stupore e gratitudine di un'inaudita iniziativa divina che ci precede e ci sollecita. E il “sì” della fede segna l'inizio di una luminosa storia di amicizia con il Signore, che riempie e dà senso pieno a tutta la nostra esistenza. Dio però non si accontenta che noi accogliamo il suo amore gratuito. Egli non si limita ad amarci, ma vuole attiraci a Sé, trasformarci in modo così profondo da portarci a dire con san Paolo: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). (…)

La fede è conoscere la verità e aderirvi (1Tm 2,4); la carità è “camminare” nella verità (Ef4,15). Con la fede si entra nell'amicizia con il Signore; con la carità si vive e si coltiva questa amicizia (Gv 15,14s). La fede ci fa accogliere il comandamento del Signore e Maestro; la carità ci dona la beatitudine di metterlo in pratica (Gv 13,13-17). Nella fede siamo generati come figli di Dio (Gv 1,12s); la carità ci fa perseverare concretamente nella figliolanza divina portando il frutto dello Spirito Santo (Gal 5,22). La fede ci fa riconoscere i doni che il Dio buono e generoso ci affida; la carità li fa fruttificare (Mt 25, 14-30).

(Messaggio per la Quaresima, 2013).


Giustizia. Il giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della politica. Uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe ad una grande banda di ladri, come disse una volta Agostino: “Remota itaque iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia?”. (…) La giustizia è lo scopo e quindi anche la misura intrinseca di ogni politica. La politica è più che una semplice tecnica per la definizione dei pubblici ordinamenti: la sua origine e il suo scopo si trovano appunto nella giustizia, e questa è di natura etica. Così lo Stato si trova di fatto inevitabilmente di fronte all'interrogativo: come realizzare la giustizia qui ed ora? Ma questa domanda presuppone l'altra più radicale: che cosa è la giustizia? Questo è un problema che riguarda la ragione pratica; ma per poter operare rettamente, la ragione deve sempre di nuovo essere purificata, perché il suo accecamento etico, derivante dal prevalere dell'interesse e del potere che l'abbagliano, è un pericolo mai totalmente eliminabile. (…)

La fede permette alla ragione di svolgere in modo migliore il suo compito e di vedere meglio ciò che le è proprio. È qui che si colloca la dottrina sociale cattolica: essa non vuole conferire alla Chiesa un potere sullo Stato. Neppure vuole imporre a coloro che non condividono la fede prospettive e modi di comportamento che appartengono a questa. Vuole semplicemente contribuire alla purificazione della ragione e recare il proprio aiuto per far sì che ciò che è giusto possa, qui ed ora, essere riconosciuto e poi anche realizzato.

(Enciclica Deus caritas est, n. 28).


Legge morale naturale. La storia ha mostrato quanto possa essere pericoloso e deleterio uno Stato che proceda a legiferare su questioni che toccano la persona e la società, pretendendo di essere esso stesso fonte e principio dell'etica. Senza principi universali che consentono di verificare un denominatore comune per l'intera umanità, il rischio di una deriva relativistica a livello legislativo non è affatto da sottovalutare. La legge morale naturale, forte del proprio carattere universale, permette di scongiurare tale pericolo e soprattutto offre al legislatore la garanzia per un autentico rispetto sia della persona, sia dell'intero ordine creaturale. Essa... afferma l'esistenza di un ordine impresso nella natura dal Creatore e riconosciuto come istanza di vero giudizio etico razionale per perseguire il bene ed evitare il male. La legge morale naturale “appartiene al grande patrimonio della sapienza umana, che la Rivelazione, con la sua luce, ha contribuito a purificare e a sviluppare ulteriormente”.

(Discorso alla Pontificia Accademia per la Vita, 13 febbraio 2010).


Pace. La pace non può essere ridotta a semplice assenza di conflitti armati, ma va compresa come “il frutto dell'ordine impresso nella società umana dal suo divino Fondatore”, un ordine “che deve essere attuato dagli uomini assetati di una giustizia sempre più perfetta”. Quale risultato di un ordine disegnato e voluto dall'amore di Dio, la pace possiede una sua intrinseca e invincibile verità e corrisponde “ad un anelito e ad una speranza che vivono in noi indistruttibili”. Delineata in questo modo, la pace si configura come dono celeste e grazia divina, che richiede, a tutti i livelli, l'esercizio della responsabilità più grande, quella di conformare - nella verità, nella giustizia, nella libertà e nell'amore - la storia umana all'ordine divino.

Quando viene a mancare l'adesione all'ordine trascendente delle cose, come pure il rispetto di quella “grammatica” del dialogo che è la legge morale universale, scritta nel cuore dell'uomo, quando viene ostacolato e impedito lo sviluppo integrale della persona e la tutela dei suoi diritti fondamentali, quando tanti popoli sono costretti a subire ingiustizie e disuguaglianze intollerabili, come si può sperare nella realizzazione del bene della pace? Vengono infatti meno quegli elementi essenziali che danno forma alla verità di tale bene. Sant'Agostino ha descritto la pace come “tranquillitas ordinis”, la tranquillità dell'ordine, vale a dire quella situazione che permette, in definitiva, di rispettare e realizzare appieno la verità dell'uomo.

(Messaggio nella XXXIX Giornata mondiale della pace, 1 gennaio 2006).



Relativismo. Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all'altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all'individualismo radicale; dall'ateismo ad un vago misticismo religioso; dall'agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull'inganno degli uomini, sull'astuzia che tende a trarre nell'errore (Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l'unico atteggiamento all'altezza dei tempi odierni.

Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un'altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l'ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell'amicizia con Cristo. É quest'amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità.

(Omelia nella S. Messa “pro eligendo Romano Pontifice”, 18 aprile 2005).


Sacerdozio. Il sacerdote deve essere uno che vigila. Deve stare in guardia di fronte alle potenze incalzanti del male. Deve tener sveglio il mondo per Dio. Deve essere uno che sta in piedi: dritto di fronte alle correnti del tempo. Dritto nella verità. Dritto nell'impegno per il bene. Lo stare davanti al Signore deve essere sempre, nel più profondo, anche un farsi carico degli uomini presso il Signore che, a sua volta, si fa carico di tutti noi presso il Padre. E deve essere un farsi carico di Lui, di Cristo, della sua parola, della sua verità, del suo amore. Retto deve essere il sacerdote, impavido e disposto ad incassare per il Signore anche oltraggi, come riferiscono gli Atti degli Apostoli: essi erano “lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù” (5, 41).

(Omelia nella S. Messa del Crisma, 28 marzo 2008).


Speranza. Privo del suo riferimento a Dio, l'uomo non può rispondere alle domande fondamentali che agitano e agiteranno sempre il suo cuore riguardo al fine e quindi al senso della sua esistenza. Conseguentemente neppure è possibile immettere nella società quei valori etici che soli possono garantire una convivenza degna dell'uomo. Il destino dell'uomo senza il suo riferimento a Dio non può che essere la desolazione dell'angoscia che conduce alla disperazione.

Solo in riferimento al Dio-Amore, che si è rivelato in Gesù Cristo, l'uomo può trovare il senso della sua esistenza e vivere nella speranza, pur nell'esperienza dei mali che feriscono la sua esistenza personale e la società in cui vive. La speranza fa sì che l'uomo non si chiuda in un nichilismo paralizzante e sterile, ma si apra all'impegno generoso nella società in cui vive per poterla migliorare. È il compito che Dio ha affidato all'uomo nel crearlo a sua immagine e somiglianza, un compito che riempie ogni uomo della più grande dignità, ma anche di un'immensa responsabilità.

(Discorso alla Pontificia Università Gregoriana, 3 novembre 2006).


Tradizione. La Tradizione è la continuità organica della Chiesa, Tempio santo di Dio Padre, eretto sul fondamento degli Apostoli e tenuto insieme dalla pietra angolare, Cristo, mediante l'azione vivificante dello Spirito. (…) Grazie alla Tradizione, garantita dal ministero degli Apostoli e dei loro successori, l'acqua della vita scaturita dal costato di Cristo e il suo sangue salutare raggiungono le donne e gli uomini di tutti i tempi. Così, la Tradizione è la presenza permanente del Salvatore che viene a incontrarci, redimerci e santificarci nello Spirito mediante il ministero della sua Chiesa, a gloria del Padre. (…)

La Tradizione non è trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morte. La Tradizione è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti. Il grande fiume che ci conduce al porto dell'eternità. Ed essendo così, in questo fiume vivo si realizza sempre di nuovo la parola del Signore, che abbiamo sentito all'inizio dalle labbra del lettore: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).

(Udienza Generale, 26 aprile 2006).


Valori (non negoziabili). Il culto gradito a Dio, infatti, non è mai atto meramente privato, senza conseguenze sulle nostre relazioni sociali: esso richiede la pubblica testimonianza della propria fede. Ciò vale ovviamente per tutti i battezzati, ma si impone con particolare urgenza nei confronti di coloro che, per la posizione sociale o politica che occupano, devono prendere decisioni a proposito di valori fondamentali, come il rispetto e la difesa della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la libertà di educazione dei figli e la promozione del bene comune in tutte le sue forme. Tali valori non sono negoziabili. Pertanto, i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana.

(Esortazione Ap. postsinodale Sacramentum Caritatis, n. 83).


Verità. Si cerca di creare l'impressione che tutto sia relativo: anche le verità della fede dipenderebbero dalla situazione storica e dalla valutazione umana. Però la Chiesa non può far tacere lo Spirito di Verità. I successori degli Apostoli, insieme con il Papa, sono responsabili per la verità del Vangelo, ed anche tutti i cristiani sono chiamati a condividere questa responsabilità accettandone le indicazioni autorevoli. Ogni cristiano è tenuto a confrontare continuamente le proprie convinzioni con i dettami del Vangelo e della Tradizione della Chiesa nell'impegno di rimanere fedele alla parola di Cristo, anche quando essa è esigente e umanamente difficile da comprendere. Non dobbiamo cadere nella tentazione del relativismo o dell'interpretazione soggettivistica e selettiva delle Sacre Scritture. Solo la verità integra ci può aprire all'adesione a Cristo morto e risorto per la nostra salvezza.

(Omelia della S. Messa nella Piazza Pilsudski di Varsavia, 26 maggio 2006).
 

2 commenti :

  1. Mi permetto di segnalarVi questo articolo:

    http://opportuneimportune.blogspot.it/2014/02/antonio-socci-e-il-secretum-pontificis.html

    RispondiElimina
  2. Piccolo dizionario di Papa Francesco.

    BUON APPETITO Saluto da rivolgere alla folla alla fine di ogni Angelus domenicale.

    BUON GIORNO Saluto da rivolgere all'inizio di ogni Angelus domenicale o di altro intervento pubblico, in luogo dell'obsoleto "Sia lodato Gesù Cristo", caro a quei retrogadi convinti che, al centro della Religione, deva stare Dio e non l'Uomo.

    CHI SONO IO PER GIUDICARE? Espressione con la quale un Vescovo di Roma afferma lapidariamente ed autorevolmente l'orientamento ufficiale della Chiesa di fronte a temi quali l'omosessulalità ecc.

    DOLCEZZA Atteggiamento che la Chiesa deve usare verso chiunque; non credenti, fanatici di altre religioni anche pericolosi, bestemmiatori, delinquenti. Ma, attenzione, buoni si ma mica fessi: contro eventuali elementi deleteri come sedicenti praticanti della vera umiltà, difensori della Tradizione e della sana Dottrina, contro ordini capaci di attrarre tante vocazioni, anzichè adeguarsi alla moda dei seminari vuoti, tipo quei nostalgici del latinorum dei Francescani dell'Immacolata, il pugno di ferro dev'essere inesorabile, lì mica si può tentennare!

    E' FINITO IL CARNEVALE Formula rituale pronunciata dai Vescovi di Roma dopo l'elezione in conclave, nella "stanza delle lacrime", all'atto della preparazione per la prima apparizione in pubblico appunto da Vescovo di Roma.

    MADONNA Simpatico personaggio femminile, un tempo ritenuta nientemeno che la Madre del Salvatore e perennemente Vergine, oggi vera mamma-choccia all'italiana o alla sudamericana, addetta a fare entrare di nascosto in Paradiso, quando la sorveglianza all'ingresso viene allentata, chi ne è già stato ufficialmente escluso.

    PAPA Personaggio per secoli convinto di essere il Vicario di Cristo in Terra, solito agghindarsi di vistosi e preziosi paramenti, compreso un triregno tutto gemmato, e farsi scarrozzare su una massiccia sedia gestatoria, oggi fortunatamente sostituito dal Vescovo di Roma, figura certo più consona al volere dello stesso fondatore della Chiesa Gesù Cristo, più "alla mano", più pacioccone nei suoi abiti e paramenti da supermercato, lontano dall'ispirare qualsiasi senso di autorità e sacralità, quelle autorità e sacralità che i soliti retrogradi, pensate un po', sostengono che venissero direttamente da Dio e fossero esercitate dagli antichi vanesi Papi con spirito di vera, e non esbita, umiltà.

    PROSELITISMO A quanto pare una vera sciocchezza. Come faccia la Chiesa, senza di esso, a mettere in pratica il comandamento evangelico di diffondere la Buona Novella tra le genti rimane uno dei grandissimi misteri circa i quali attendiamo fiduciosamente, prima o poi, un definitivo chiarimento da parte del grandissimo Vescovo di Roma che il Signore ci ha finalmente donato, dopo tanti periodi bui e tanti Papi che si credevano chissà chi, da circa un anno a questa parte.

    VALORI NON NEGOZIABILI Concetto ignoto ad un Vescovo di Roma davvero ortodosso e difensore dell'insegnamento da sempre promosso dalla Chiesa come quello attuale, che qualche personaggio, ormai riconosciuto come quasi eretico e già opportunamente isolato, si ostinava a teorizzare come qualcosa di eterno degno di essere difeso ad ogni costo, mentre, invece, si sa benissimo che "i valori sono valori e basta".

    Tommaso Pellegrino - Torino

    RispondiElimina